Uccidete pure me. L’idea che è in me non l’ucciderete mai !!

“Uccidete pure me. L’idea che è in me non l’ucciderete mai !!!” Questa frase Giacomo Matteotti la gridò in faccia ad un gruppo di fascisti in camicia nera, qualche giorno prima di essere vilmente e brutalmente ammazzato da sicari inviati da Mussolini.

Giacomo Matteotti, fu il principale avversario del fascismo e della dittatura che stava per essere formata, e memorabile fu il discorso di accusa che pronunciò il 30 maggio davanti alla Camera dei Deputati, quando contestò gli esiti delle ultime elezioni politiche, che si erano tenute il 6 aprile, in un clima di terrore e repressione.

“Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me” disse Matteotti ai deputati socialisti che aveva vicino. E ciò purtroppo avvenne.

Questa ricorrenza centenaria avviene in un momento storico in cui frange neofasciste italiane  hanno rialzato il capo dalla fogna in cui la storia le aveva relegate, e tentano di colpire i diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione Repubblicana.

Per questo è necessario vigilare ed essere pronti a contrastare “con ogni mezzo lecito o no”, come scrisse il grande Partigiano Sandro Pertini, chi voglia tentare di far resuscitare il fascismo, in qualsiasi forma esso si sia tramutato o si nasconda.

 

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La diga sul torrente Noci

Articolo dell’ Ing. Ugo Bossi, pubblicato sul Bollettino municipale della Grande Genova n° 7 – ottobre 1928

 

Da molti anni ormai l’opinione pubblica genovese era saltuariamente richiamata – specialmente durante il ripetersi dei periodi di grande siccità o durante l’esposizione di programmi elettorali – sul problema del suo approvvigionamento idrico che sempre più si manifestava insufficiente ed inadeguato ai bisogni della città.

Molti progetti furono in discussione, molti studi interessanti e precisi furono fatti.

Ma solamente nell’immediato dopo guerra – quando verificandosi pure in Genova il fenomeno dell’accentramento di popolazione si dimostrò di conseguenza la soluzione del “problema dell’acqua” ormai improrogabile – fu dall’Amministrazione Comunale decisa la costruzione di un nuovo acquedotto. Fra i diversi studi che l’Ufficio tecnico municipale aveva approntati e raccolti con l’oculata e tenace attività dell’ing. Bologna preposto alla sezione acquedotti, l’Acquedotto di Valle Noci apparve quello immediatamente realizzabile e capace di un ulteriore sviluppo che potesse per un lungo periodo di anni garantire l’approvvigionamento di acque confacente alle esigenze dello sviluppo cittadino e dell’igiene sociale.

Si trattava di costruire nella valle appunto del torrente Noci – che scende dal monte Candelozzo (m. 1034) quale affluente di sinistra dello Scrivia dopo essersi confuso nelle acque del Laitona o rivo di Creto – un serbatoio artificiale che trattenendo le acque di piena e quelle provenienti dalle sorgenti nei periodi di morbida, potesse permettere la continua erogazione di una sufficiente quantità di acqua capace, almeno in un primo tempo, di sopperire unitamente agli altri acquedotti esistenti alle più urgenti esigenze della Città. Nel mentre già si prevedeva e si avanzavano le opportune domande di concessione per addurre in seguito nello stesso bacino del Noci quantità non indifferenti delle acque che copiose scorrono nella non lontana Valle del Trebbia.

Un altro vantaggio che pare ed è essenziale dell’acquedotto di Valle Noci, consiste – data la quota sul livello del mare del serbatoio di raccolta – nel poter distribuire acqua potabile a quota alta, 430 circa sulle alture della città, vale a dire poco sotto il forte Sperone. Lo sviluppo edilizio avrà nuove possibilità di estendersi verso l’alto delle pendici montuose al disopra dell’attuale circonvallazione a monte ed oltre il tracciato della nuova circonvallazione. L’acquedotto Valle Noci potrà consegnare acque alle regioni di Quezzi, al Monte, a S. Martino ed a tutta la parte alta ad oriente ed occidente della città.

Nel 1923 il Comune di Genova appaltava i primi lotti di lavoro e precisamente la diga di sbarramento e le gallerie-canale.

La diga di sbarramento rappresenta certamente la parte più importante dell’insieme del nuovo acquedotto ed è attualmente una delle maggiori in costruzione in Italia ed in Europa.

Nella valle del Noci – un tempo silenziosa e solitaria dove pochissime famiglie vivevano dedite all’agricoltura ed alla pastorizia – ebbero inizio nello stesso anno 1923 i lavori di impianto del cantiere e di scavo delle fondazioni. Lavori proseguiti nel 1924 e che subirono qualche rallentamento dovuto al cambiamento del tipo dello sbarramento a seguito dell’intervento dei superiori uffici tecnici governativi.

Dal 1925 ad oggi il lavoro di costruzione della diga, spinto al massimo rendimento mediante l’impiego dei più perfezionati meccanismi ed impianti indicati dalla moderna tecnica di siffatto genere di costruzioni, ha condotto lo sbarramento ad un punto tale della sua erezione da permettere di prevederne con sicurezza la ultimazione entro il prossimo 1929.

La diga, che dovrà sopportare la spinta di 55 metri d’altezza d’acqua, si eleva complessivamente sulle rocce di fondazione per ml. 59,20. Con l’altezza di ritenuta di 55 ml. è possibile trattenere nella valle sbarrata circa quattro milioni di metri cubi di acqua con il che si possono erogare continuamente per ogni minuto secondo litri 265 di acqua da distribuirsi in città facendo fronte, senza dover diminuire tale erogazione, al più lungo prevedibile periodo di siccità assoluta.

A tali previsioni si è giunti mediante la raccolta accurata di osservazioni pluviometriche e di portata del torrente che ebbero inizio nel 1906 e proseguite ininterrotte fino ad oggi. Gli studi di valenti specialisti in materia di cose idrauliche e le deduzioni fatte sulla base di quelle osservazioni forniscono ogni migliore garanzia nei riguardi della capacità del bacino del Noci a consegnare ogni minuto secondo i 265 litri preventivati.

La diga del tipo “a gravità”, resistente cioè in virtù del proprio peso, ha profilo verticale triangolare raccordato in alto con un arco di cerchio ad un dado di coronamento che costituisce il ciglio e sul quale saranno sistemate le manovre delle opere di presa e degli scaricatori profondi e superficiali occorrenti per la sicurezza e per l’esercizio del bacino.

La pianta della diga è curvilinea con un raggio di curvatura di ml. 250. L’opera muraria ultimata avrà un volume di circa 130.000 metri cubi. È costruita in calcestruzzo di cemento di Casale e blocchi di pietrame annegati nel calcestruzzo. Misura alla base a contatto della roccia di fondazione una larghezza massima di metri 44 ed alla risega di base è larga ml. 40,42. Il ciglio, della larghezza di ml. 4, verrà a trovarsi alla quota 540,50 sul livello del mare mentre il livello massimo al quale potranno giungere le acque del lago avrà la quota 537,50.

Particolare cura hanno richiesto e richiedono gli scavi di fondazione e per le imposte laterali i quali vengono spinti nei fianchi delle falde di sponda fino a che non si incontrano i banchi di roccia perfettamente sani ed in posto. Questo lavoro di approntamento della fondazione che richiede attenzioni particolari rappresenta forse la parte più delicata dell’opera. Trivellazioni delle roccie di fondo nella parte centrale della valle furono eseguite con l’impiego di macchine speciali e furono gradualmente prelevati i campioni delle roccie sottostanti fino ad una profondità di metri 22, sotto il piano della più bassa fondazione. L’esito di tali esplorazioni è stato sotto ogni aspetto soddisfacente.

Un impianto di distribuzione del calcestruzzo a gravità mediante una torre distributrice di 80 metri di altezza permette di colare il calcestruzzo allo stato elastico su tutta l’ampiezza della diga.

Impianti speciali provvedono alla frantumazione della pietra per l’approntamento del pietrisco ed alla macinazione per la preparazione delle sabbie. Gli agglomeranti provenienti da Casale giungono a mezzo ferrovia a Busalla da dove vengono trasportati con autocarri fino in cantiere essendo questo raccordato, mediante un chilometro di strada ruotabile appositamente costruita, alla provinciale Doria-Creto-Montoggio per Busalla.

Il lavoro di getto del calcestruzzo è possibile solamente nei mesi da aprile a novembre e deve rimanere sospeso nel periodo invernale per il pericolo di congelamento dei calcestruzzi scendendo la temperatura costantemente sotto lo zero durante la notte sino a raggiungere a volte -12 gradi centigradi.

Sono impiegati nei lavori giornalmente circa 300 operai ed ogni giorno si gettano in media 300 metri cubi di sbarramento: vale a dire, giornalmente, si rimuovono, si manipolano e si collocano in opera circa 700 tonnellate di materiali. A tutt’oggi si sono scavati circa 85.000 metri cubi di terre e rocce ed i 100.000 mc. di sbarramento eseguito, raggiungendo i 45 metri d’altezza sulla fondazione, hanno implicato il consumo di 230.000 quintali di cemento, di 45.000 mc. di sabbia, di 80.000 mc. di pietrisco e si sono collocate in opera 48.000 tonnellate di blocchi di pietra.

Queste cifre – meglio di ogni descrizione – potranno rendere l’idea del lavoro titanico che si va compiendo e della grandiosità e poderosità degli impianti che si è reso conveniente installare.

L’ufficio tecnico municipale dei Lavori Pubblici ha distaccato in Valle Noci una Direzione locale che direttamente provvede agli studi ed alla direzione tecnica e sorveglianza dell’opera, affidata per l’esecuzione alla Impresa Ingg. Marasi e Gallo.

Meccanismi particolarmente studiati provvederanno a smaltire durante le piene le acque superflue ed eccedenti, in modo tale da garantire la sicurezza dell’opera.

Infatti lo scaricatore di superficie e la valvola di fondo permetteranno di scaricare automaticamente od a comando almeno 160 metri cubi di acqua al minuto secondo mentre è prevedibile, dato il bacino imbrifero a monte dello sbarramento di chilometri quadrati 7,5, potersi avere defluenti piene massime di 150 mc. al secondo.

L’opera di presa appositamente studiata sarà capace di erogare almeno 800 litri al secondo prevedendo in ciò il completamento dell’acquedotto Noci colle acque del Trebbia. Le bocche di emungimento permetteranno di erogare sempre acqua profonda e quindi più pura. Le più basse saracinesche di presa hanno il centro di figura posto alla quota 503 sul mare.

Un’apposita tubazione di ghisa della lunghezza di metri 80 e del diametro interno di m. 0,800 condurrà le acque dalla diga alla galleria-canale Monte Sanguineto che dopo 1000 metri di percorso sbocca in sponda destra della valle del Laitona o rivo di Creto di fronte all’abitato di Acquafredda (frazione del comune di Montoggio). Sopra il letto del Laitona, previa arginatura e copertura verrà sistemato l’edifizio di filtrazione delle acque.

La sistemazione dei filtri in questa località è stata recentemente voluta con illuminata previdenza dal Podestà di Genova On. Broccardi perché fosse possibile immettere nella galleria-canale M. Alpe immediatamente dopo la filtrazione acque pure e pronte per essere distribuite allo sbocco nel vallone di Molassana sul territorio entrato a far parte della Grande Genova. Le acque del Noci attraverso la galleria M. Alpe vengono condotte dal versante adriatico (Scrivia-Po) al versante tirrenico nella valle del Bisagno.

Le due gallerie di 1000 e 1700 metri rispettivamente sono terminate e quasi pronte ad entrare in esercizio. Quanto prima verrà posto mano alla costruzione dell’edifizio per la filtrazione mentre già si sta ponendo in opera sulla apposita sede stradale costruita la tubazione di adduzione. Questa ha uno sviluppo di chilometri 10,5 e viene adagiata lungo le pendici del versante di Val Bisagno del M. Mezzano, del Butegna, del Crovo, del Corvo raggiungendo il valico obbligatorio della Torrazza a quota 360,80. Da qui la tubazione, risalendo di quota, si sposta per breve tratto sul versante del Polcevera per ritornare su quello del Bisagno lungo le falde del M. Bastia, del Diamante, dei Due Fratelli, del Puin fino al forte dello Sperone alla quota 430 circa sul livello del mare.

I tubi di ghisa formanti la tubulatura principale hanno il diametro interno di ml. 0,500 e seguono fin come e dove possibile l’andamento delle falde montuose.

Occorre trasportare e porre in opera circa 2000 tonnellate di materiali che per la loro fragilità e la loro mole rendono quanto mai delicato e malagevole il lavoro.

Serbatoi di regolazione, una piccola centrale elettrica che sfrutterà il salto compreso tra la tubulatura a servizio della parte alta della città e quella a servizio della parte bassa e tutte le tubulature di distribuzione completeranno l’opera.

Queste a grandi linee le caratteristiche del nuovo acquedotto di Valle Noci che tra non molto potrà entrare in funzione.

Come già si è detto, in un secondo tempo l’opera verrà integrata mediante l’allacciamento alle valli dell’alta Trebbia.

 La costituzione del Consorzio Aveto-Trebbia tra i Comuni e le Provincie di Genova e Piacenza ha permesso di regolare tutte le questioni inerenti al trasporto delle acque da un versante all’altro.

Così l’Acquedotto di Valle Noci raggiungerà la sua massima importanza – veramente notevole – quando sarà integrato colla derivazione di Val Trebbia (da sorgenti dell’alta valle del Brugneto sotto l’Antola e da serbatoio artificiale) con una portata di litri 500 al minuto secondo e colla possibilità di aumentarla, qualora occorresse. Le gallerie-canale dell’Acquedotto di Valle Noci sono già disposte a doppio canale per convogliare distintamente, occorrendolo, le acque del versante Scrivia e del Trebbia. La portata complessiva dell’Acquedotto potrà così raggiungere gli 800 litri al secondo.

Il percorso occorrente per la conduttura dal Brugneto al Noci consterà di cinque gallerie-canale della lunghezza complessiva di Km. 9,500 e di Km. 2,500 di tubulatura all’aperto: un totale quindi di 12 chilometri.

L’Acquedotto di Valle Noci, studiato e costruito con tutti gli accorgimenti e gli insegnamenti della tecnica moderna, ha per la sua mole e la sua importanza l’impronta della romanità ed è e sarà opera ben degna della Grande Genova.

Valle Noci, 30 settembre 1928.

 

 

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Sopraelevata Aldo Moro: che fare ?

E’ iniziato con largo anticipo il dibattito sull’utilità della sopraelevata Aldo Moro di Genova quando sarà stato costruito il tunnel sub-portuale. Non commento il progetto del tunnel in quanto non ho competenze in merito, ma l’ipotesi di una demolizione di parte o di tutta la sopraelevata mi sembra degna di discussione.

La strada sopraelevata Aldo Moro si estende per 4.5 km, circa 6 km considerando gli accessi, seguendo l’andamento delle strade sottostanti, a loro volta insieme al porto, seguenti la linea di costa.

Fu costruita nei primi 5 anni del ’60 con un uso massivo dell’acciaio, con 201 piloni a sorreggere le due carreggiate, ciascuna a doppia corsia.

la sopraelevata sicuramente ha costituito una cesura tra la città ed il porto, più che altro dal punto di vista visivo e per i palazzi che si trovano a breve distanza, specie nel tratto contiguo a Via Gramsci.

Come ho detto si è trattato di una cesura visiva, in quanto prima della costruzione il porto era già separato con inferriate dalla città. Di questo ne ho memoria diretta. Chi doveva accedere per qualche motivo doveva passare per dei varchi controllati dalla Guardia di Finanza in quanto era frequente il contrabbando.

Ora, con il progetto del tunnel sub-portuale, molti hanno proposto di demolire tutta la sopraelevata, oppure di limitare l’abbattimento alle zone dove l’inquinamento visivo è maggiore, ad esempio la zona di Mura delle Grazie, di Via Turati, di Caricamento, di Via Gramsci.

Questo ricongiungimento città-porto-mare avrebbe un senso ma è da osservare che il mare è quello portuale, non certo quello fruibile per la balneazione. Ed il porto antico è dall’ Expo del 1992 in parte fruibile.

I favorevoli al mantenimento della sopraelevata sostengono che ormai essa è integrata nel panorama della città e i costi di demolizione e riassetto urbanistico sarebbero elevatissimi. Mantenendola insieme al tunnel si avrebbe un doppio percorso che dalla Foce arriva a Sampierdarena, lasciando alle strade storiche il solo traffico locale.

Da qualcuno è anche nata l’idea di lasciare la sopraelevata ma utilizzarla come un percorso verde pedonale e in parte ciclabile, con la possibilità di apprezzare sia le palazzate, sia il porto antico, sia la stazione marittima, ed il porto commerciale, fino alla Lanterna, simbolo della città. Questo potrebbe essere un’idea vincente, ma temo che non sia nelle corde di chi vuole ad ogni costo che ci sia un rientro economico.

Nel video ho registrato l’intero percorso Foce-Sampierdarena per vedere i tempi di percorrenza: a velocità consentita ci ho messo 7 minuti e 20 secondi. Va bene che non era un’ora di grande traffico, ma a me non è mai capitato di vedere code, se non raramente per incidenti.

Quindi concludendo: vale la pena di demolire la sopraelevata Aldo Moro e costruire un tunnel costoso e che molti cittadini non percorreranno per paura di restare intrappolati in caso di incidente ?

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La Pietà di Gaza

Non sarà mai famosa come la “Pietà” di Michelangelo, ma anche questa foto, vincitrice del World Press Photo 2024, suscita una grande empatia. La foto, scattata dal pluripremiato fotoreporter palestinese  Mohammed Salem, rappresenta una donna palestinese che tiene amorevolmente in braccio il corpo di una nipote, avvolto da un sudario.

Nulla si intravede della donna, solo una mano delicatamente accostata al viso della bambina che non dovrebbe avere più di 8/9 anni e che è morta, insieme ad altri famigliari e parenti, a causa di un bombardamento israeliano.

Sono i bambini, come ogni giorno ricorda Papa Francesco, le vittime incolpevoli di questa assurda guerra. Bambini israeliani uccisi dall’attentato di Hamas,  bambini palestinesi uccisi dai bombardamenti e dai soldati israeliani, per altro in numero assai maggiore.

E l’Occidente sta a guardare ignorando il genocidio palestinese ed il tentativo da parte di Israele di scacciare un popolo dal suo lembo di terra. Come ha fatto negli ultimi anni scacciando i palestinesi dalle fertili terre di Cisgiordania per consegnarle ai coloni ebrei e ciò in assoluto disprezzo delle risoluzioni ONU a partire dalla 194 del dicembre 1948.

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Bravi ragazzi del Liceo Colombo

Oggi 9 aprile 2023 gli studenti del Liceo C.Colombo di Genova, si sono riuniti in assemblea ed hanno deciso di occupare la scuola per protestare contro le politiche del governo in materia di istruzione, ordine pubblico e politica estera, quest’ultima con particolare riferimento a quanto accade a Gaza.

Come ex alunno del Liceo nei primi anni ’70 non posso che congratularmi con gli studenti per questa iniziativa di lotta, in particolare in relazione al conflitto tra Israele e Gaza, e al vero e proprio genocidio di civili inermi, in particolare bambini, che sta avvenendo nel silenzio colpevole dell’Occidente e, quindi, anche dell’Italia.

Certo non si può e non si deve nascondere la responsabilità di Hamas nel criminale attacco a cittadini israeliani, ma la risposta data da quello stato è unanimemente considerata spropositata, arrivando ai 30000 civili morti nella striscia di Gaza.

Il conflitto tra Palestinesi e Israeliani ha radici profonde, a partire dalla risoluzione ONU 181 del 1947 che attribuiva il 56,47 % del territorio a 500.000 ebrei + 325.000 arabi , il restante 43,53 % del territorio a 807.000 arabi + 10.000 ebrei , la tutela internazionale su Gerusalemme con circa 100.000 ebrei e 105.000 arabi . La risoluzione non fu mai rispettata da parte degli ebrei  e, come conseguenza dell’arrivo di coloro che erano scampati allo sterminio nazista, circa il 70% del territroio palestinese, in particolare le regioni più fertili, fu occupato da ebrei e i palestinesi  relegati in zone più aride.

La successiva risoluzione dell’ONU n.  242 del 1967 obbligava al ritiro delle truppe israeliane dai territori conquistati con la forza, obbligo che Israele ignorò. Nel giugno del 1967 ebbe luogo la “guerra dei sei giorni” tra Israele e gli stati arabi confinanti che si concluse con ulteriori annessioni da parte dello stato sionista: Alture del Golan, Gerusalemme Est, Cisgiordania e Penisola del Sinai.

In seguito, praticamente ogni anno, l’ONU votava una risoluzione in cui si intimava a Israele di ritornare allo status quo definito dalla risoluzione 181, ma il veto degli USA in Consiglio di sicurezza ebbe l’effetto di non rendere esecutiva la stessa.

Nell’ottobre 1973 vi fu una ulteriore guerra tra Israele e la coalizione araba, detta “del Kippur” che si concluse con la riconquista egiziana della penisola del Sinai, ma con la perdita di alcune zone del Golan da parte dei siriani. La guerra si concluse con gli “Accordi di Camp David“, sottoscritti dal presdente egiziano Sadat e dal primo ministro israeliano  in presenza del presidente USA Carter e che prevedevano un trattato di pace tra i due stati ed il ritorno del Sinai al controllo egiziano.

Nei decenni successivi si assistette ad altri conflitti come quelli con il Libano, al tentativo di un nuovo accordo  “Trattato di Oslo” tra Arafat, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il primo ministro israeliano Rabin, accordi che sancivano una forma di autonomia della “Autorità Palestinese” in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, e la cessazione dell’occupazione di terre da parte di nuovi coloni ebrei, molti dei quali arrivati da paesi dell’Est Europa.

Tali accordi non furono mai compiutamente rispettati, in particolare a causa di sempre più numerosi insediamenti ebraici in Cisgiordania, e ciò portò alle due “Intifada“,  rivolte organizzate per lo più da giovani palestinesi, consistenti nel lancio di pietre alle quali l’esercito sionista rispondeva con armi da fuoco.

Purtroppo le continue violazioni degli accordi, la cacciata di agricoltori palestinesi dai loro terreni per costruirvi insediamenti ebraici, hanno negli anni covato come un fuoco  inarrestabile. Ed i risultati sono quelli che si vedono ora.

Israele ha un solo obiettivo: quello di distruggere completamente la striscia di Gaza, annientare il popolo Gazawi a partire dai bambini, per evitare che tra 10/15 anni possano essere loro a riprendere la lotta per la liberazione della Palestina. E all’occidente dei palestinesi poco importa e nemmeno importa più di tanto ai paesi arabi. Il popolo Gazawi è allo stremo, la Palestina non è Hamas, Israele sta affamando un popolo, ha la responsabilità delle morti di bambini, di volontari di organizzazioni umanitarie, dei medici ed infermieri degli ospedali.

Questo il documento prodotto agli alunni del Liceo Colombo di Genova, documento che da ex-alunno nonchè da docente per 45 anni nella scuola pubblica, sottoscrivo in pieno.

 “Il primo tema su cui ci concentriamo è la guerra in Palestina – scrivono gli studenti e le studentesse del Colombo – o per meglio dire il genocidio in portato avanti da Israele con la partecipazione dell’occidente, il quale non solo affonda le sue radici nell’ingiustizia della creazione di uno stato colonialista in una terra abitata da un altro popolo per millenni, ma che pone come obiettivo quello di compiere una vera e propria pulizia etnica, arrivando ad essere considerato violatore del diritto internazionale perfino dall’ONU, per gentile concessione degli Stati Uniti, che recentemente non hanno più posto il veto ad ogni tentativo di risoluzione pacifica del conflitto. I dati ci pongono davanti ad una situazione che suscita orrore: dal 7 Ottobre si stima che siano morti più di trentamila palestinesi, dei quali almeno diecimila bambini, e che oggi su 2,3 milioni di abitanti della striscia di Gaza il 70% sia afflitto da una carestia operata scientemente dal governo sionista”.

“Il nostro paese però non si limita ad approvare il genocidio, ma protegge attivamente Israele: dal 19 Febbraio tramite l’operazione Aspides infatti l’Italia è ufficialmente parte del conflitto con il compito di difendere le navi commerciali e militari dell’alleanza israelo-occidentale che transitano nel Mar Rosso dalle azioni del governo yemenita Houthi, tese, in solidarietà con il popolo palestinese, ad impedire il traffico marittimo per fermare una situazione inaccettabile. Condanniamo dunque ogni forma di legame con il governo di Israele e ogni partecipazione italiana alla guerra in Palestina, poiché viola i diritti dell’uomo, il diritto internazionale scritto e condiviso da tutti i paesi e l’articolo 11 della nostra costituzione. Questo conflitto si ritrova perfettamente nelle logiche occidentali, che per il guadagno di una ristretta oligarchia finanziano guerre e privatizzano lo stato, rendendolo un’istituzione non rappresentativa per il popolo, bensì per gli interessi dei ricchi. Un sistema che non si basa sulla società ma sul singolo porta all’abbandono del pubblico se non come mezzo di accrescimento finanziario del privato, e ciò lo possiamo notare osservando la situazione in cui versa l’istruzione”.

…….chiediamo quindi al governo italiano di compiere alcune azioni: Vogliamo che sia esplicitamente condannato il genocidio palestinese, che i nostri ambasciatori e i nostri consoli siano ritirati dallo stato di Israele, che la privatizzazione non colpisca la scuola, la quale deve rimanere pubblica senza
alcuna partecipazione delle aziende nel percorso formativo…….”

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Imagine

John Lennon: 8 dicembre 1980

L’otto dicembre 1980  fa un folle, Mark David Chapman, uccideva uno dei più grandi artisti del ‘900.

John Lennon fu assassinato davanti al Dakota Building, il palazzo di New York davanti al Central Park ove John viveva con la moglie Yoko Ono e il figlio Sean. Quella sera i coniugi stavano rincasando quando Chapman, da sempre affetto da una ossessione patologica per i Fab Four ed in particolare per il cantante, lo chiamò sparandogli contro cinque volte con una pistola.

Chapman venne poi arrestato subito dopo in quanto non fuggì in quanto, dopo gli spari, si era messo a leggere il libro di Salinger “Il giovane Holden” che aveva con sé. John, nonostante l’immediato soccorso morì dopo poche ore al Roosvelt Hospital.

Anche dopo questi anni la sua più bella canzone, Imagine, è ancora attuale:

Imagine there’s no heavenIt’s easy if you tryNo hell below usAbove us, only sky
Imagine all the peopleLivin’ for todayAh
Imagine there’s no countriesIt isn’t hard to doNothing to kill or die forAnd no religion, too
Imagine all the peopleLivin’ life in peaceYou
You may say I’m a dreamerBut I’m not the only oneI hope someday you’ll join usAnd the world will be as one
Imagine no possessionsI wonder if you canNo need for greed or hungerA brotherhood of man
Imagine all the peopleSharing all the worldYou
You may say I’m a dreamerBut I’m not the only oneI hope someday you’ll join usAnd the world will live as one

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The Beatles

Now and Then: il brano finale dei Beatles

E’ stata rilasciata oggi  la versione restaurata di quella che può essere considerata la canzone finale dei Beatles: “Now and Then“.

I Beatles sono stati il fenomeno musicale più importante della seconda metà del XX secolo. Un fenomeno che durò praticamente solo per gli anni ’60 e terminato per una serie di incomprensioni tra i membri del quartetto.

Oggi i Beatles ancora in vita, over 80, sono Paul McCartney e Ringo Star. Gli altri due, John Lennon fu brutalmente assassinato da un pazzo l’8 dicembre del 1980 e George Harrison ucciso da un male incurabile il 29 novembre 2001.

Negli anni a seguire furono fatti diversi tentativi di pubblicare alcuni pezzi rimasti a livello di provini, ma la tecnologia di allora, primo fra tutti il fatto che i brani erano registrati su nastri a quattro piste, non permetteva un risultato ottimale.

Dopo la morte di Lennon Nel 1994, Yoko Ono consegnò a Paul McCartney alcune cassette contenenti registrazioni demo di quattro delle canzoni incompiute di John Lennon: “Free as a Bird“, “Grow Old with Me“, “Real Love” e “Now and Then” con “for Paul” scritto di pugno da John.

I tre Beatles in vita (Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr) non hprovarono mai a lavorare su “Grow Old with Me” in modo simile a come avevano fatto con le altre canzoni della “reunion” degli anni ’90 dei Beatles.

Free as a Bird” e “Real Love” sono stati gli unici completati e pubblicati su “Anthology 1“. I risultati non furono ottimali ed i brani apparivano una specie di mosaico dove la voce di John si capiva subito che era quella degli anni ’70, rielaborata per quanto possibile ma in un certo senso estranea alla base musicale e alle voci degli altri componenti.

I Fab Four provarono anche a lavorare su “Now and Then“, ma decisero di abbandonare il progetto perché il demo originale di Lennon richiedeva troppo lavoro per portarlo allo standard necessario per una pubblicazione.

Ora con la tecnologia “Machine Learning” ha consentito di rendere attuale la voce di Lennon, ed inserirla in “Now and Then” insieme a quelle attuali di Paul e Ringo.

Il brano inizia con la voce di Ringo che dà il tempo “one…two…” e subito Paul inizia con un arpeggio di pianoforte sulla quale la tecnologia fa scivolare la voce, quella degli anni d’oro, di John. Ed è lei, la voce, a portare avanti la musica nella parte in cui la chitarra basso di Paul e la batteria di Ringo sostengono un lento ritornello.

E nella seconda parte ècco l’inedito: le voci di Paul e Ringo si uniscono, come mai accaduto in alti brani dei Fab Four.

Forse George resta un po’ in disparte, ma ecco l’intuizione di Paul: un assolo fi chitarra “sliding” che lascia l’ascoltatore con il respiro sospeso. Ed il brano, passando per una orchestra di archi, tipicamente beatlesiana, si porta alla conclusione dopo 4 minuti ed 8 secondi di pura poesia.

[Introduzione]
(One, two, three)

[Ritornello]
I know it’s true
It’s all because of you
And if I make it through
It’s all because of you

[Strofa 1]
And now and then
If we must start again
Well, we will know for sure
That I will love you

[Coro]
Now and then
I miss you
Oh, now and then
I want you to be there for me
Always to return to me

[Strofa 2]
I know it’s true
It’s all because of you
And if you go away
I know you’ll never stay

[Coro]
Now and then
I miss you
Oh, now and then
I want you to be there for me

[Ponte]
(Ah)
(Ah)
(Ah)
(Ooh)
(Ah)

[Ritornello]
I know it’s true
It’s all because of you
And if I make it through
It’s all because of you

[Conclusione]

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