Salvador Allende

Salvador Allende: 48 anni dall’uccisione

L’ 11 settembre del 1973 il Presidente del Cile Salvador Allende moriva durante l’assalto ed il bombardamento da parte di militari golpisti.

Si concludeva, nel più tragico dei modi, il governo di Unidad Popular nato dalle democratiche elezioni del 1970 ed iniziava una delle più efferate dittature del XX secolo, con a capo il generale Augusto Pinochet, che con metodi brutali, torture, esecuzioni sommarie, detenzioni, restò al potere fino fino al 1990.

Il golpe fu orchestrato dal governo USA, in particolare dal Segretario di stato Henry Kissinger e dal Presidente Richard Nixon che ritenevano contro gli interessi americani un governo a prevalenza socialista, un Presidente che si definiva marxista, amico di Fidel Castro e, soprattutto, per evitare che governi simili potessero nascere in altri paesi dell’America latina.

Da non dimenticare l’influenza delle teorie neoliberiste dei Chicago Boys che furono da Pinochet assoldati per annullare le nazionalizzazioni volute da Allende, a partire da quella più importante delle miniere di rame (Nacionalización de la Gran Minería del Cobre del 1971).

L’11 settembre 1973 l’epilogo con l’assalto al palazzo presidenziale della Moneda, il suo bombardamento aereo, Salvador Allende ed i suoi collaboratori a difendere il palazzo eretto a simbolo della democrazia con fucili e mitra, cadendo sotto i colpi dei militari.

Salvador Allende morì ucciso nell’attacco, secondo altre ipotesi suicidandosi per non farsi prendere vivo. L’una e l’altra versione simboleggiano la grandezza dell’Uomo, il suo non volersi arrendere di fronte a militari che avevano tradito il loro giuramento.

Allende entra di diritto nel novero dei grandi del XX secolo come esempio di rivoluzionario per via democratica.

Personalmente ricordo di quei giorni una manifestazione autoconvocata di studenti e lavoratori davanti al consolato cileno a Genova, in Via D’Annunzio e le successive assemblee universitarie. Ricordo anche il più famoso gruppo musicale cileno, gli Inti Illimani, che si trovavano in tournee in Italia dove trovarono asilo politico.

Ben diverso il destino di un altro grande esponente della musica andina, Victor Jara, sostenitore di Allende, che fu catturato dai militari golpisti, torturato brutalmente ed, infine, ucciso il 16 settembre.

L' 11 settembre del 1973 il Presidente del Cile Salvador Allende moriva durante l'assalto ed il bombardamento da parte di militari golpisti. Si concludeva, nel più tragico dei modi, il governo di Unidad Popular nato dalle democratiche elezioni del 1970 ed iniziava una delle più efferate dittature del XX secolo, con a capo il generale Pinochet, che con metodi brutali, torture, esecuzioni sommarie, detenzioni, restò al potere fino fino al 1990. Il golpe fu orchestrato dal governo USA, in particolare dal Segretario di stato Henry Kissinger e dal Presidente Richard Nixon che ritenevano contro gli interessi americani un governo a prevalenza socialista, un Presidente che si definiva marxista, amico di Fidel Castro e, soprattutto, per evitare che governi simili potessero nascere in altri paesi dell'America latina. Da non dimenticare l'influenza delle teorie neoliberiste dei Chicago Boys che furono da Pinochet assoldati per annullare le nazionalizzazioni volute da Allende, a partire da quella più importante delle miniere di rame (Nacionalización de la Gran Minería del Cobre del 1971). L'11 settembre 1973 l'epilogo con l'assalto al palazzo presidenziale della Moneda, il suo bombardamento aereo, Salvador Allende ed i suoi collaboratori a difendere il palazzo eretto a simbolo della democrazia con fucili e mitra, cadendo sotto i colpi dei militari. Salvador Allende morì ucciso nell'attacco, secondo altre ipotesi suicidandosi per non farsi prendere vivo. L'una e l'altra versione simboleggiano la grandezza dell'Uomo, il suo non volersi arrendere di fronte a militari che avevano tradito il loro giuramento. Allende entra di diritto nel novero dei grandi del XX secolo come esempio di rivoluzionario per via democratica. Personalmente ricordo di quei giorni una manifestazione autoconvocata di studenti e lavoratori davanti al consolato cileno a Genova, in Via D'Annunzio e le successive assemblee universitarie. Ricordo anche il più famoso gruppo musicale cileno, gli Inti Illimani, che si trovavano in tournee in Italia dove trovarono asilo politico. Ben diverso il destino di un altro grande esponente della musica andina, Victor Jara, sostenitore di ALlende, che fu catturato dai militari golpisti, torturato brutalmente ed, infine, ucciso il 16 settembre.

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John Lennon

Imagine: 50 anni

Il 9 settembre 1971 uscì negli USA il secondo LP di John Lennon dopo lo scioglimento dei Beatles. L’album conteneva 10 tracce e la prima del lato A era Imagine, che avrebbe dato il nome al disco stesso.

L’11 ottobre 1971 venne pubblicato negli USA ed in Europa il 45 giri di Imagine. E’ da molti (e da me) considerata una delle più belle (forse la più bella) canzone della seconda metà del ‘900. Il disco non ebbe in Italia il successo che avrebbe meritato e che ha avuto postumo, tanto che nella Hit Parade fu superato dal “Ballo del tuca tuca” di Raffaella Carrà e da una canzone di Nicola di Bari.

Il testo di Imagine è un grande inno alla convivenza, alla pace, e contro tutto ciò che divide gli uomini, a iniziare dalle religioni, e può considerarsi il testamento di quel grande autore che è stato John Lennon.

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Strage di Vinca

77 anni dalla strage nazifascista di Vinca

Alla fine dell’agosto del 1944, esattamente dal 25 al 27, truppe tedesche in ritirata verso il nord, comandate dal maggiore Walter Reder, compirono in più riprese una delle peggiori stragi di inermi civili della II guerra mondiale, paragonabile a quelle di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto.

Il pretesto fu quello di rappresaglia ad un attacco partigiano nei confronti di alcuni automezzi tedeschi nella strada che da Monzone conduce a Vinca,  frazioni del comune di Fivizzano, in Lunigiana.

Il 24 agosto diversi automezzi con soldati tedeschi e militi repubblichini italiani salirono alla frazione di Vinca ed iniziarono una metodica ricerca degli abitanti, che, al momento, erano soltando donne, anziani e bambini in quanto gli uomini validi si erano rifugiati nei boschi soprasil pretanti.

Quindi il pretesto della rappresaglia venne subito a cadere in quanto nemmeno un partigiano era lì presente, ma ciononostante la brutalità dei nazifascisti non conobbe pietà verso inermi civili. Molti furono uccisi sul momento, molte case furono incendiate, alcune con dentro i loro proprietari, alcuni furono decapitati e, orrore senza giustificazioni, ad una donna gestante fu strappato il feto.

Il giorno successivo, 25 agosto, gli uomini che si erano nascosti nei boschi fecero ritorno al paese cercare di spegnere gli incendi, vedere se vi fossero superstiti e a seppellire i morti. Fu un tragico errore in quanto i tedeschi ed i repubblichini fecero ritorno ed uccisero quanti fossero lì presenti.

Alla fine furono 173 o 174 le vittime accertate, alcune, come detto, bruciate, altre impalate o decapitate. Una strage voluta dal maggiore Reder al solo scopo di spaventare le popolazioni civili e non certo come rappresaglia in quanto nessun partigiano si trovava a Vinca.

Walter Reder fu successivamente responsabile della strage di Marzabotto ma riuscì a rientrare in Germania. Nel 1948 fu estradato in Italia e nel 1951 condannato all’ergastolo. Purtroppo nel 1985 il Governo Craxi ne autorizzò la scarcerazione preventiva, probabilmente in cambio di qualche beneficio da parte del governo della Repubblica Federale di Germania per cui il criminale potè finire i suoi giorni in libertà.

Per questa strage non furono mai fatte indagini approfondite, in particolare per scoprire chi fossero i militi repubblichini coinvolti ed assicurarli quindi alla giusta punizione.

Il 25 agosto 2019 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il Presidente Federale della Germania Frank-Walter Steinmeier hanno commemorato insieme i caduti di Vinca ed il Presidente Steinmeier ha pubblicamente chiesto perdono a nome di tutti i tedeschi.

Questa strage, come altre nelle quali sono stati coinvolti italiani aderenti alla Repubblica sociale, deve essere di monito perenne affinchè non possa più risuscitare alcuna forma di fascismo.

Strage di Vinca
I martiri di Vinca
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Quarto Stato

L’inno “L’Internazionale”

L’Internazionale compie quest’anno 150 anni. Non parlo della squadra di calcio milanese, ma di quello che unanimemente è considerato l’inno dei lavoratori.

Esso fu composto nel 1871 in ricordo della Comune di Parigi.

La Comune di Parigi fu un’esperienza di autogoverno popolare che si svolse tra il marzo ed il maggio di quell’anno, che vide nella capitale francese nascere una forma di autogestione di stampo socialista e libertario. La Comune fu repressa con violenza dall’esercito francese, con circa 30000 morti, migliaia di condannati al carcere o alla deportazione in prigioni lontane.

In ricordo di quei fatti il poeta Eugène Pottier scrisse un inno che nei primi tempi fu cantato sulla musica della Marsigliese, ma che fu in seguito musicata da Pierre de Geyter.

Il testo, ovviamente in francese, si rivolge ai “Dannati della Terra” incitandoli a lottare contro i padroni e gli sfruttatori per raggiungere la libertà e l’eguaglianza sociale.

La versione italiana non è una semplice traduzione, ma presenta un testo del tutto diverso, pur ricorrendo le stesse tematiche e la stessa citazione all’Internazionale, nelle strofe: “L’Internationale sera le genre humain” e “L’Internazionale / futura umanità”.

L’inno fu adottato subito dalla Seconda Internazionale, una organizzazione internazionale dei partiti socialisti e dei lavoratori che ebbe vita tra il 1889 e il 1916 e, per questo, esso è erroneamente da molti considerato un inno comunista, mentre era ed è socialista.

Ricorrendo, come detto, il 150 anniversario della scrittura dell’Internazionale mi è capitato di trovare su YouTube una versione particolare ma che ritengo molto bella. Si tratta di un video registrato dagli studenti e docenti della Tsinghua University in Cina, in cui oltre che nella lingua cinese, l’inno è cantato in diverse altre, purtroppo non in italiano.

Il video di cui parlo è questo:

 

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Gino Strada

E’ morto Gino Strada

E’ improvvisamente morto, all’età di  73 anni, il dottor Gino Strada, fondatore della ONG Emergency. Dopo gli studi di medicina si era dedicato alla chirurgia delle ferite da guerra, soprattutto nei confronti dei civili inermi. Iniziò a collaborare con la Croce Rossa Internazionale in vari teatri di guerra, dai Balcani all’Afghanistan fino al Corno d’Africa.

In seguito Gino Strada aveva fondato la ONG Emergency per la riabilitazione delle persone con danni di guerra. Emergency nel corso degli anni si è sempre distina per la sua presenza, spesso come unico presidio sanitario, nei teatri di guerra, con la costruzione di ospedali e cliniche di riabilitazione.

Una volta Gino Strada affermò di non essere un pacifista, ma di essere contrario alle guerre. Una fine distinzione che gli rende merito.

Vorrei ricordarlo con una sua frase: “Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia”.

Spero sia doverosamente ricordato dallo Stato Italiano come uno degli Italiani migliori degli ultimi decenni, anche da coloro che spesso lo hanno denigrato per la sua opera.

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Sant'Anna di Stazzema

77 anni dalla strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema

Oggi 12 agosto 2020 ricorre il 77° anniversario della strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema. Una delle più efferate stragi compiute dai nazisti con la collaborazione, accertata da testimonianze dei pochi sopravvissuti, di fascisti che parlavano il dialetto versigliese.

Una strage, alla quale ne seguirono altre come quelle di Fivizzano e di Marzabotto, in una lunga striscia di sangue che seguiva il ripiegamento dalla Linea Gotica dei soldati nazisti.

La strage di Sant’Anna di Stazzema è stata oggetto, pur con un colpevole ritardo, di un processo tenuto presso il Tribunale militare di La Spezia con il quale la strage è stata definita un vero atto terroristico perpetrato allo scopo di spaventare le popolazioni a non affiancare o sostenere le attività dei Partigiani operanti nell’Appennino. Furono individuati e condannati all’ergastolo gli ufficiali che dettero l’ordine di uccidere inermi civili, per altri la condanna fu cancellata per morte del reo, per pochi vi fu l’assoluzione per insufficienza di prove.

La strage fu una delle peggiori in quanto i soldati nazisti colpirono inermi civili, attirandoli nella chiesa o nel cimitero dove furono mitragliati. Alcune case furono date alle fiamme con dentro donne e bambini.

I bambini, appunto, furono vittime del tutto innocenti di questa inumana violenza. Oltre 60 furono quelli uccisi, compresa Anna Pardini che allora aveva solo 20 giorni.

Sono passati 75 anni, ovvero 3/4 di secolo. Un lungo periodo che potrebbe condurre all’oblio i fatti descritti. Per fortuna i pochi sopravvissuti, allora bambini, hanno avuto la forza in questi lunghi anni di mantenere viva la memoria della strage, a monito futuro perchè ciò non possa più accadere.

Ed in un momento storico, ove si ha da un lato la tendenza per alcuni politici a mettere nel dimenticatoio le efferatezze compiute dalle truppe naziste ma, anche, da parte di fascisti repubblichini, e dall’altro l’emergere di politiche sovraniste e razziste, ritengo necessario e doveroso mantenere viva la memoria di cosa sia stato il fascismo in Italia e la sua disgraziata alleanza con il nazismo hitleriano.

Il sovranismo ed il razzismo oggi interpretato in Italia da alcuni partiti politici è sì diverso dal nazifascismo degli anni della II guerra mondiale, ma non per questo meno pericoloso in quanto i prodromi non sono molto diversi da quelli del 1922 per il fascismo mussoliniano e del 1933 per il nazismo hitleriano.

E’ quindi necessario lottare in modo intransigente contro i sovranisti ed i razzisti per evitare che la storia si ripeta.

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Via Palestro

Genova G8 2001:quando la Democrazia fu sospesa

Vent’anni fa, dal 19 al 22 luglio 2001 a Genova, in occasione del summit dei capi di stato e di governo degli 8 stati economicamente più potenti della Terra, la democrazia e la Costituzione italiana furono sospese.

Già dagli ultimi anni del XX secolo erano nati in tutto il mondo movimenti popolari contro la globalizzazione, l’imperante neoliberismo, la dittatura economica nei confronti del terzo mondo, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Nel 1999 a Seattle e nel 2001 a Davos vi furono significative proteste, in alcuni casi sfociate anche in scontri con le forze dell’ordine.

Per il summit del 2001 fu scelta Genova e, propriamente, il Palazzo Ducale come sede. Una scelta improvvida, in quanto si sarebbe dovuta creare una “zona rossa” in tutto il centro, comprendendo anche il centro storico e la zona portuale.

I movimenti contrari al summit, costituitisi nel Genoa Social Forum, dichiararono la volontà di essere presenti a Genova per protestare civilmente chiedendo ai rappresentanti degli 8 paesi economicamente predominanti una inversione di rotta delle politiche economiche e sociali.

Erano rappresentate diverse anime della protesta, da quelle di matrice cattolica, fortemente interessate al riequilibrio economico col terzo mondo e alla cancellazione del debito di questi paesi, ad altre reti contrarie alla globalizzazione e allo sfruttamento intensivo delle risorse, fino a gruppi sedicenti anarchici con la non celata intenzione di una protesta anche violenta, intesa come azioni atte ad espugnare la zona rossa ed accedere ai luoghi del summit.

Quello che accadde in quei giorni è stato ampiamente documentato e dibattuto. Fatti come la morte di Carlo Giuliani, la macelleria messicana perpetrata dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto sono noti a tutti e fiumi di inchiostro sono stati versati, per cui la mia intenzione è solo quella di testimoniare ciò che ho visto in prima persona, pur non partecipando direttamente alle proteste.

Per prima cosa, alcune foto che allora feci in Via Assarotti, Via Palestro e Piazza Dante ai reticolati che chiudevano gran parte del centro della città, dividendo chi era dentro da chi era fuori. Già questo poteva essere considerato una violenza alla Costituzione, in particolare all’articolo 16: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche”. Appunto: ragioni politiche.

La seconda, di cui purtroppo non ho una documentazione fotografica, è quanto ho potuto osservare in Piazza Manin. Nei giardini della piazza erano accampate una ventina di persone, donne ed uomini appartenenti a una organizzazione cattolica. Nel pomeriggio del 21 (non sono certo della data), da casa mia udii delle urla rimbombare dalla valle. Erano dei “black bloc” che si stavano dirigendo verso il carcere di Marassi. Udii anche lo scoppio di qualche petardo e vidi nuvole di lacrimogeni. Dopo poco gli antagonisti si diressero verso la lunga Scalinata Montaldo, probabilmente per cercare di raggiungere nuovamente il centro. Da casa mia mi diressi verso Piazza Manin e li vidi passare per dirigersi verso Corso Armellini inseguiti da un discreto numero di celerini e guardie di finanza. Questi però non seguirono gli antagonisti, ma visto che nei giardini vi erano le tende e il gruppo di appartenenti alle organizzazioni religiose, pensarono bene di devastare le tende e, soprattutto, manganellare i poveretti che se ne stavano lì tranquilli.

Molti residenti, come me, assistettero alla cosa, gridando ripetutamente agli agenti di smettere, che quelli erano persone del tutto estranee agli scontri, ma nulla valse.

Quegli agenti presi da un furore animalesco, continuarono a manganellare, finché. forse per il fatto che vi erano diversi testimoni, abbandonarono la preda dirigendosi verso via Assarotti.

Nella mia vita credo di non aver mai assistito ad una così brutale violenza da parte di tutori dell’ordine. E le cronache dicono che non fu un caso isolato visto ciò che stava accadendo in varie parti della città, financo ciò che  accadde alla scuola Diaz ed alla caserma di Bolzaneto.

“Macelleria messicana” la definì il procuratore della repubblica Enrico Zucca, a significare qualcosa che non poteva che essere perpetrato da bestie disumane.

Certo, dei fatti di Genova ne portano la responsabilità morale sia il governo Berlusconi-Fini, sia gli alti gradi in comando delle forze dell’ordine (per altro quasi sempre non perseguiti ma premiati), ma colpevoli lo sono stati  quei sadici agenti che con la violenza gratuita tradirono la loro divisa, ed il giuramento fatto alla Repubblica.

Oggi, dopo 20 anni, sono necessarie dai vertici della Polizia “Trasparenza e consapevolezza”. E’ quello che il sostituto procuratore generale Enrico Zucca chiede ai vertici della polizia di Stato “per dimostrare davvero di aver voltato pagina”.

I fatti di Genova del 2001 sono stati qualificati dai Tribunali, Corte di appello, Cassazione e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come torture. E le torture sono, senza alcuna giustificazione, inammissibili in un paese civile.

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Comizio Pertini

30 giugno 1960: le giornate di Genova antifascista

Nella primavera del 1960 si consumò una delle tante crisi governative della Prima repubblica. Il Governo presieduto da Antonio Segni per contrasti interni entrò in crisi. La principale motivazione il tentativo della Sinistra DC di operare una cauta apertura al Partito Socialista per la formazione di un gabinetto di centro-sinistra.

Il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, fallito un altro tentativo di Segni, diede l’incarico ad un altro esponente della Sinistra DC, Fernando Tambroni, già ministro economico. Tambroni riuscì solo a formare un governo monocolore con lo scopo di sistemare i conti dello Stato. Presentatosi alle Camere il Governo Tambroni ottenne una risicata maggioranza avvalendosi dei voti del MSI, il partito neofascista.

A seguito di proteste per aver accettato i voti neofascisti, tre ministri lasciarono l’esecutivo e Tambroni fu costretto a rassegnare le dimissioni. Dimissioni che, però, non vennero accettate dal Presidente Gronchi che rinviò Tambroni alle camere. In Senato ottenne la fiducia con minimo scarto e l’appoggio esterno determinante del MSI.

In questo contesto politico, fortemente polarizzato, si inserisce la convocazione del congresso del MSI a Genova per la fine di Giugno 1960.

Tale convocazione fu subito fortemente criticata in quanto Genova la città che per prima si era liberata per azione dei propri Partigiani e per questo insignita della medaglia d’oro al valor militare.

Oltre a ciò il congresso avrebbe dovuto svolgersi al Teatro Margherita di via XX Settembre, a 10 metri dal Ponte Monumentale, sotto il quale è il sacrario dei caduti Partigiani e ove è posta una lapide con l’atto di resa delle forze naziste.

Verso i primi giorni di giugno nell’edizione locale dell’Unità fu pubblicato un appello affinché l’oltraggio alla città Medaglia d’oro fosse evitato, non consentendo lo svolgimento del congresso. Esponenti dei partiti comunista, socialista, socialdemocratico, repubblicano e radicale si riunirono ed insieme alla Camera del Lavoro chiesero ufficialmente al Prefetto l’annullamento del congresso neofascista.

Il 15 giugno una manifestazione di lavoratori vide l’attacco provocatorio di alcuni missini, presto respinti, ma anche di un plotone di carabinieri che colpirono selettivamente gli antifascisti.

La settimana successiva, il 25, fu indetta una manifestazione da parte della FGCI, della FGSIe delle organizzazioni giovanili di PSD e PRI e con la partecipazione di numerosi portuali della CULMV e della Pietro Chiesa. In via XX Settembre, nei pressi del Ponte Monumentale, il corteo fu oggetto di una carica della polizia, carica prontamente respinta, con diversi agenti feriti.

In quei giorni si ebbe la notizia che al congresso del MSI avrebbe partecipato Carlo Emanuele Basile, famigerato prefetto di Genova durante la Repubblica sociale. Questo personaggio fu responsabile di arresti di partigiani e di deportazioni di civili, fatti per i quali fu condannato a morte e successivamente assolto per insufficienza di prove e, per alcuni reati, amnistiato. Basile era divenuto un dirigente di spicco del MSI.

Questo fatto inasprì ulteriormente gli animi degli antifascisti genovesi che convocarono per il 28 giugno una memorabile manifestazione, conclusasi in Piazza della Vittoria con l’intervento di Sandro Pertini, allora direttore de Il Lavoro e parlamentare socialista, oltre che medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.

Questa frase di Pertini talmente infuocò gli animi tanto che fu soprannominato “brichetto”, in genovese “fiammifero”:

“La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli: sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori.”

La Camera del Lavoro convocò, quindi, una manifestazione di protesta per il giorno 30 giugno. Questa manifestazione, partendo da Piazza della Nunziata, si portò tranquillamente attraverso il centro fino a Piazza della Vittoria. Al termine del comizio del Segretario della Camera del Lavoro Bruno Pigna, un gruppo di antifascisti, per lo più portuali della CULMV risalì la via XX Settembre e si soffermò davanti al teatro Margherita, fortemente presidiato dalla celere, e poi a Piazza De Ferrari. Qui si trovavano intorno alla fontana diversi agenti e funzionari della celere di Padova, famosa per essere costituita da molti ex poliziotti della RSI o, comunque, collusi con il regime fascista e perciò utilizzata nell’ambito di scioperi e manifestazioni di lavoratori.

Dai lavoratori si levarono urla di protesta ed insulti, e la celere reagì con caroselli delle camionette e manganellate ai manifestanti. Questi, come detto in prevalenza portuali, per cui molti di loro avevano con sé il famoso gancio, principale strumento di lavoro che, volendo, poteva rivelarsi un’arma micidiale riuscirono a impadronirsi di tubi, bastoni ed altro materiale da un cantiere adiacente il teatro Carlo Felice, con i quali risposero fieramente ai celerini.

Di questi fatti ho personalmente un ricordo. Infatti, bambino di 6 anni e mezzo, stavo tornando a casa insieme a mia nonna e questa, alla vista della battaglia che si stava svolgendo, mi portò dietro una delle colonne di portici dell’Accademia da cui potei sbirciare quanto stava succedendo. Di quanto accadde ricordo il fumo, le urla, le frenate delle camionette, un portuale con la maglietta a strisce ed il gancio alla cintura e la testa insanguinata, un paio di celerini gettati nella fontana, altri portuali che portavano via un giovane celerino svenuto, per metterlo in salvo e proteggendolo dall’ira di altri gridando, in genovese “Lascielou stà, u lè in figgeu”.

Nei giorni successivi in altre parti d’Italia si ebbero manifestazioni antifasciste e scontri, e questi ebbero il giusto risultato di far annullare il congresso neofascista.

Un paio di giorni dopo una grande manifestazione, a cui parteciparono esponenti antifascisti di spicco, sancì la vittoria della Genova antifascista.

Sono passati 60 anni da quelle giornate memorabili, il neofascismo in questi anni ha rialzato il capo, magari sotto mentite spoglie, come quelle leghiste-sovraniste, oppure più palesemente come “fascisti del terzo millennio”, e in tutte le sue forme deve essere combattuto, con ogni mezzo, dalla democrazia.

Come scrisse Sandro Pertini:

“Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui”.

 

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