In memoria di Antonio Canepa

Il 31 marzo 1983 moriva tragicamente l’onorevole Antonio Enrico Canepa. Era il figlio di uno dei personaggi più famosi dell’indipendentismo antifascista siciliano, Antonio Canepa, ucciso in circostanze mai chiarite nel 1940 in un conflitto a fuoco con i Carabinieri.

Tornato a Genova, città di origine della famiglia, Antonio Canepa frequentò la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, fondando un gruppo di studenti socialisti. Dopo la laurea, il suo impegno politico aumentò fino ad essere eletto nel 1970 segretario regionale del PSI e membro del Comitato centrale.

Il PSI genovese era in quei tempi suddiviso in quattro correnti: una con a capo Pippo e Paolo Machiavelli, avente come riferimento nazionale il segretario Francesco De Martino, quella del senatore Franco Fossa, collegata a Giacomo Mancini, ed infine quella della sinistra avente come principale figura genovese il futuro sindaco Fulvio Cerofolini e riferimento nazionale Riccardo Lombardi. La quarta corrente era quella che faceva riferimento a Pietro Nenni e poi a Bettino Craxi, ma non ricordo chi furono i referenti locali.

Antonio Canepa –sempre lo chiamammo con un solo -nome fu dapprima legato alla componente demartiniana, pur con una visione completamente diversa da quella dei Machiavelli, in particolare per quanto concerneva le alleanze politiche locali. In seguito, si legò strettamente al grande socialista ligure Sandro Pertini, allora Presidente della Camera dei Deputati e per lunghi anni direttore del giornale socialista “Il Lavoro”.

Nel 1970 fu eletto nel primo Consiglio regionale della Liguria, e ricordo particolarmente quella campagna elettorale alla quale, pur sedicenne, partecipai accompagnando Antonio in diversi comizi nei paesi dell’entroterra, per distribuire materiale elettorale e per parlare con i (pochi) giovani che incontravamo.

Nel 1971 partecipò, come rappresentante della regione Liguria alla elezione del Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Nel 1972 ci fu una delle più esaltanti campagne elettorali per la Camera dei deputati, e ricordo ancora l’ufficio elettorale che avevamo in un palazzo di Via San Lorenzo, di fronte alla Cattedrale, dove passai molto del mio tempo ad aiutare nella preparazione dei materiali elettorali, ed anche nell’accompagnare, con la patente presa un mese prima e la mia Fiat 500, Antonio in diversi comizi elettorali. Ricordo come fosse ieri il numero 10 che gli fu furbescamente scelto, in modo che fosse facile il collegamento con il numero 1 della lista stessa, quello del capolista Sandro Pertini.

Ricordo anche che Sandro Pertini, allora Presidente della Camera, risiedeva per il tempo della campagna elettorale, in un vagone del treno presidenziale, fermo su un binario della stazione Principe.

Un pomeriggio -al mattino andavo a scuola ed era l’anno della maturità- tornando con la mia Fiat 500 dal Liceo Colombo vidi in Corso Solferino Antonio -egli abitava lì sopra in Salita superiore di San Rocchino- che si sbracciava a mo’ di autostop. Mi fermai, mi riconobbe e mi disse: “Per favore, portami subito in Piazza Cavour, Pertini mi aspetta..:” Visto lo scarso traffico di quegli anni in 10 minuti arrivammo e mi disse, parcheggia e accompagnami dalla “Santa”, il ristorante. Per pura fortuna trovai un posto, andammo al ristorante, fuori c’erano due probabili poliziotti, dentro in un tavolo Sandro Pertini, insieme ad tre o quattro notabili socialisti (ricordo Delio Meoli, Rinaldo Magnani, Francesco Malerba e Fulvio Cerofolini, futuro sindaco di Genova). Pertini in genovese disse: “alla buon ora sei arrivato..siediti e fai sedere anche questo giovane compagno”.

Si può immaginare il mio stupore: io al tavolo con uno dei grandi della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare, poi Presidente della Repubblica.

Non ricordo nemmeno quello che mangiai, troppa era l’agitazione per un avvenimento assolutamente impensato. Alla fine del pranzo uscimmo a fare due passi in Sottoripa e lì molte persone si fermavano a parlare con Pertini, e si può immaginare quale fosse il mio orgoglio di fare parte di quel gruppo.

Pertini poi ci lasciò salendo su un’auto della prefettura per andare ad un comizio, mentre gli altri si diressero all’ufficio di Via San Lorenzo. Ed io a casa a studiare.

Antonio in quella elezione fu eletto alla Camera, strappando per via dei resti il posto al famoso avvocato Biondi ed iniziò per lui il mandato come più giovane parlamentare.

Nel 1976 la campagna elettorale per le elezioni politiche della VII legislatura la vissi in modo meno impegnato, sia per gli studi universitari sia per il fatto che ero stato eletto segretario regionale della FGSI (Federazione Giovanile Socialista) e cercai di dare il mio impegno in quel senso.

Antonio non fu eletto, per una serie di guerre interne al PSI,in particolare per l’emergente corrente craxiana, e per la perdita di un deputato nella circoscrizione ligure. La cosa fu per lui un duro colpo che lo portò all’uso di stupefacenti.

Risultò, tuttavia, primo dei non eletti, e subentrò il 20 luglio 1978 a Sandro Pertini, eletto Presidente della Repubblica.

Fu rieletto nel 1979, nella VIII legislatura. Non partecipai attivamente a questa campagnia elettorale, un po’ perché avevo ridimensionato le mie attività politiche, disamorato per la piega centrista in cui volgeva il Partito. Un po’ perché avevo iniziato la mia carriera di insegnante.

Ricordo, tuttavia, una riunione elettorale del 1979 ,alla quale partecipai, presso la sezione “Centro” di Salita Carmagnola, dove Antonio intervenne in condizioni abbastanza precarie e parlò solo pochi minuti e poi si chiuse nel bagno da cui uscì dopo mezz’ora. Alla fine della riunione gli chiesi se volesse un passaggio in auto a casa, mi rispose di no, che aveva un impegno e mi salutò avviandosi per i vicoli.

Fu l’ultima volta che lo vidi di persona e gli parlai.

Antonio Canepa fu per me una delle basi della mia formazione politica, una persona estremamente disponibile, cordiale ma che forse aveva patito oltre misura la tragica perdita del padre.

Purtroppo nella sua vicenda umana non trovò solo voci amiche che cercarono di aiutarlo, primo tra tutti Don Andrea Gallo che lo ospitò nella sua comunità. ma piuttosto persone che sfruttavano la sua debolezza per scopi personali, politici e forse anche economici, arrivando anche a fornirgli la droga.

Forse anche i cambiamenti imposti da Craxi al Partito, la sua svolta verso i poteri economici forti, il distacco da quella parte del movimento operaio che si riconosceva nel socialismo democratico lasciando che transitasse al PCI o ad esperienze extraparlamentari, financo i giochi di potere più o meno occulti che dominavano la vita del partito furono concause dell’isolamento di Antonio e della sua caduta verso l’abisso.

Dopo la sua tragica scomparsa la sua figura è stata volutamente messa in disparte, cancellata dalla storia del PSI della seconda parte del XX secolo e sulla sua morte non si è indagato abbastanza, ma allora tutti vollero così.

Che ti sia lieve la terra Antonio, anche a distanza di 38 anni.

In ricordo di Antonio Canepa pubblico una diapositiva che scattai nel 1979 durante un comizio in Largo XII ottobre al quale intervenne anche Bettino Craxi, proprio in occasione delle già citate elezioni politiche del 1979. Nella foto si vede Antonio mentre introduce la manifestazione.

Antonio Canepa, 1979

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Ferlinghetti

Se ne è andato Lawrence Ferlinghetti

All’età di 101 anni se ne è andato Lawrence Ferlinghetti, uno dei più grandi poeti ed attivisti della Beat Generation.

Fu anche libraio, facendo della propria libreria City Lights di San Francisco un vero cenacolo di autori, tra i quali Allen Ginzberg, di cui pubblicò il famoso poema “Howl”, e Jack Kerouak di cui pubblico i primi lavori.

Fu anche poeta con una cospicua produzione, ed una del”le raccolte più interessanti è “A Coney Island of the Mind“.

Una vita lunghissima e piena di successi. Con lui scompare l’ultimo interprete della Beat Generation.

Lo ricordo con questo video in cui recita una delle sue poesie: “The world is a beautiful place”.

2:30
Lawrence Ferlinghetti: The world is a beautiful place
19 Marzo 2019

 

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Dachau

27 gennaio: Giorno della Memoria 2021

Oggi mercoledì 27 gennaio si celebra il Giorno della memoria, in ricordo dei milioni di esseri umani, ebrei, omosessuali, zingari, prigionieri politici ed altri, uccisi dalla follia nazifascista e dall’iniziale disinteresse di molti paesi.

Ora rigurgiti fascisti e nazisti cercano di uscire dalle fogne dove la storia li aveva relegati, magari nascondendosi sotto le bandiere di populisti, nazionalisti o di suprematisti bianchi, spargendo teorie negazioniste che, purtroppo, sono raccolte dalle menti più fragili.

Spesso anche in Italia si assiste a commemorazioni del fascismo e del suo leader – quello che volle le leggi razziali del 1938 – mentre  partiti parlamentari, ad esempio la Lega e Fratelli d’Italia, pur se non apertamente, nei fatti e in molte dichiarazioni di loro rappresentanti danno una lettura positiva o, quanto meno, non negativa del ventennio fascista.

A loro contigui sono frange che si dichiarano senza vergogna eredi del fascismo, approfittando di una certa connivenza di parti di apparati dello Stato deputati all’ordine pubblico che non li persegue secondo le leggi vigenti, leggi che, indubbiamente, dovrebbero essere riviste in modo che emblemi, citazioni, espressioni proprie del fascismo e del nazismo siano duramente punite.

Come scrisse il grande Partigiano Sandro Pertini :”Con i fascisti non si discute ma li si combatte con ogni mezzo perchè il fascismo è la negazione della libertà“.

Per celebrare il Giorno della Memoria 2017 pubblico alcune foto di un pellegrinaggio con un gruppo di studenti che organizzai nel 1984 all’Istituto Tecnico Statale di Chiavari nel 1984 al campo di concentramento di Dachau, quello che è definito il “padre di tutti i lager nazisti“, dove le SS si “esercitavano” allo sterminio di esseri umani e ai cui cancelli fu posta per la prima volta l’ignobile scritta “Arbeit macht frei“.

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Joan Baez

Joan Baez compie 80 anni

La grande cantautrice americana Joan Baez compie oggi 80 anni. Auguri ad una delle voci più significative della musica folk e pop internazionale, ma soprattutto ad una strenua combattente contro le ingiustizie del mondo. Dalle battaglie politiche contro l’intervento USA in Indocina, a quelle contro la segregazione e la discriminazione razziale, contro la pena di morte,  e, in tempi recenti,  oggi alla contestazione civile contro il peggiore e più pericoloso presidente degli USA, Donald Trump.

Di lei si ricordano canzoni straordinarie, sia come autrice che come interprete: “Where Have All the Flowers Gone ?”, “Farewell Angelina”, We Shall Overcome”, “Here’s to You” -dedicata agli anarchici italiani Sacco e Vanzetti e musicato da Ennio Morricone-, Where Are You Now, My Son ?”, “Gracias alla Vida” di Violeta Parra, fino alla stupenda interpretazione con Bob Dylan della sua “Blowin’ in the Wind“, una delle più grandi canzoni del ‘900.

E non dimentichiamo il suo amore per l’Italia e la musica italiana, con diverse esibizioni con artisti del nostro paese, come Francesco De Gergori, Vinicio Capossela, a esibizioni in supporto di Emergency, a diversi concerti che hanno sempre avuto il tutto esaurito. Ed anche interpretazioni di brani italiani come “La canzone di Marinella” di Fabrizio De Andrè, “La donna cannone” di Francesco De Gregori, “Un ora d’amore” e “C’era una ragazzo che come me amava i Beatles ed i Rolling Stones” di Gianni Morandi.

Ricordo, come fosse ieri, di aver assistito a due concerti di Joan, il primo nella primavera del 1984 al Palasport (ricordo una pessima acustica) ed il secondo al Teatro Margherita di Genova nell’estate del 1986, dove oltre la scaletta, continuò a proporre dei bis anche improvvisando senza accompagnamento musicale.

Auguri Joan di continuare ancora a lungo la tua carriera e di essere sempre un punto di riferimento per chi crede nella democrazia e nella pace.

 

Joan Baez a Genova
Joan Baez a Genova -1986

 

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Ma che paese sono gli USA ?

Le recenti elezioni presienziali americane, con la vittoria pur sofferta del candidato democratico Joe Biden sul candidato repubblicano (ma sarebbe meglio chiamarlo fascista) Donald Trump hanno evidenziato una grossa spaccatura tra i due schieramenti principali della politica USA.

Sui contenuti della campagna elettorale molt temi sono stati ammpiamente dibattuti ed hanno evidenziato notevoli differenze tra i due candidati.

Parlo l’assistenza medica a chi non possa accedere ad assicurazioni personali che Biden vorrebbe rafforzare migliorando il noto “Obamacare” mentre Trump vorrebbe ridurre se non eliminare per ridurre i cost; l’ambiente e lo sviluppo delle risorse alternative ove Biden è favorevole mentre Trump perforerebbe ogni metro quadrato del territorio USA alla ricerca di petrolio; la politica internazionale, per la quale Biden vede l’importanza di un rapporto non conflittuale con l’Europa, la Cina ed i paesi emegenti, mentre Trump ha fatto del motto “America First” la sua icona. Infine, importante, la lotta alla pandemia Covid-19 che Biden già ha dichiarato di voler combattere con i mezzi della scienza per bloccarla, mentre Trump nega la pericolosità della pandemia, critica le limitazioni personali imposte da diversi stati, crede che la clorochina possa essere il farmaco risolutore.

Biden, pur con difficoltà, è riuscito ad avere la maggioranza dei grandi elettori, oltre quella meno importante dei voti totali,  con una politica centrista, senza una visione innovativa della società americana, forse conscio del fatto che ha 78 anni e che un secondo mandato sarebbe improponibile, relegando in tal modo in un angolo la sinistra del Partito Democratico per non spaventare l’elettorato americano della “Middle class” che vede sempre con preoccupazione le innovazioni sociali.

Trump al contrario ha fatto leva sui sentimemti peggiori degi americani: la costruzione dle muro con il Messico, l’utilizzo delle Guardia nazionale nella repressione delle giuste proteste innescate da omicidi di neri da parte della polizia, il voler sempre dimostrare la propria forza, il giustificare l’uso delle armi.

 

Armati in Pennsylvania
Armati in Pennsylvania

In questa foto, frame di un video disponibile a questo indirizzo, mostra diversi supporter di Trump armati fino ai denti he protestano per supposti e, fino ad ora, non provati brogli elettorali.

Ovviamente tutti hanno il diritto di protestare se ritengono sia stata commessa un’ingiustizia, ma armati in quel modo dà solo il segno che le loro ragioni, in un modo o nell’altro, le sosterrebbero, anche con la violenza.

D’altra parte si è letto dell’aumento di vendita delle armi, una delle piaghe irrisolvibili degli USA, nell’imminenza delle votazioni. Come dire che molti americani hanno rafforzato i loro arsenali in caso di “problemi”.

Questi sono gli USA. Qualcuno ha scritto che sono fondalmentalmente un paese popolato da persone rozze, discendenti di delinquenti inglesi mandati nelle colonie,  poveracci immigrati alla ricerca di una vita migliore,  sterminatori dei nativi, intimamente razzisti che, nella maggior parte dei casi, ritengono i neri o i latini esseri inferiori.. Un popolo che non ha vissuto il Rinascimento, e quindi non ha il culto del bello, che ha saputo emergere, questo sì, nelle tecnologie e nelle scienze anche se, spesso, per scopi criminali (invenzione della sedia elettrica, della camera a gas, dell’iniezione letale, della bomba atomica, delle bombe N, etc.).

Ora speriamo che le procedure per l’nsediamento di Biden vadano avanti senza problemi e quel pazzo fascista di Trump non cerchi di impedirle con metodi anti democratici. Questo non solo per gli USA, ma per il mondo intero.

 

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29 settembre 1944:la strage di Monte Sole

Il 29 settembre 1945 ebbe inizio la serie di stragi note come “Strage di Monte Sole” o, spesso più di frequente, come “Strage di Marzabotto“.

In realtà le stragi, che si conclusero il 5 ottobre furono perpetrate in diversi centri abitati dell’Appennino bolognese, posti sulle pendici del Monte Sole: Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno.

Responsabili dell’efferata strage furono i soldati dell’esercito tedesco, delle SS e fascisti repubblichini, più che altro impegnati come delatori, spie ma anche partecipanti direttamente alle stragi.

La strage di Monte Sole fu la più pesante in termini di perdite di cittadini inermi, e seguì quelle di Sant’Anna di Stazzema e di Vinca, in una lunga striscia di sangue che seguì la fuga verso nord dei soldati tedeschi. Ad essi era stato dato l’ordine da parte del feldmaresciallo Kesserling di fare “terra bruciata” nelle zone ove combattevano le formazioni partigiane.

Incaricato di ciò fu il maggiore Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16° Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”, uno dei peggiori criminali di guerra del teatro italiano.

Il 29 settembre le truppe naziste si avvicinarono alla frazione di Casaglia di Marzabotto. Gli abitanti, in maggior parte anziani, donne e bambini si radurarono in preghiera nella chiesa di Santa Maria Assunta. I nazisti entrarono nella chiesa, uccisero il parroco ed alcuni anziani, ed ordinarono agli altri di recarsi al cimitero e lì 197 innocenti, dei quali 50 bambini, furono massacrati con mitragliatrici e bombe a mano.

Da lì iniziò una esplosione di ferocia insensata che portò i soldati tedeschi, guidati da fascisti, in ogni frazione della zona, Caprara, Cerviano, Creva, ed in altri casolari isolati ad uccidere senza pietà chi vi fosse trovato.

La ferocia dei nazifascisti fu tale che alcuni bambini furono decapitati, altri civili inermi fatti a pezzi con le bombe a mano, o con mitragliatrici pesanti.

Il tutto durò sei giorni, sei giorni in cui la degenerazione prese il sopravvento su qualsiasi senso di umanità. Una lunga striscia di sangue che alla fine contò qualcosa come 1830 vittime, tra quelli uccisi e quelli che morirono successivamente in conseguenza delle ferite ricevute.

A distanza di 75 anni dalle stragi di Monte Sole, la memoria di queste deve restare viva in ogni persona che si riconosca nei valori della democrazia, tanto più in un momento dove rigurgiti fascisti, teorie negazioniste e sovraniste sono purtroppo riemerse.

Concludo riportando una foto della lapide ad ignominia, epigrafe di Piero Calamandrei indirizzata al feldmaresciallo Kesserling.

 

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Sandro Pertini

Buon compleanno Sandro Pertini

Il 25 settembre 1896 nasceva a Stella San Giovanni Sandro Pertini, una delle più luminose figure del ‘900: combattente nella I guerra mondiale, antifascista, autorevole membro della Resistenza, Presidente della Camera dei Deputati e Presidente della Repubblica.

Un uomo che definire un gigante è riduttivo, soprattutto se paragonato ai politici attuali.

Rimane viva in me la campagna per le elezioni politiche del 1972 e l’onore di averlo potuto conoscere.

Sicuramente attuale questa sua frase:

“Il fascismo per me non può essere considerato una fede politica. Sembra assurdo quello che dico, ma è così: il fascismo a mio avviso è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche. Non si può parlare di fede politica parlando del fascismo, perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui.”

Quindi con i fascisti, e con chi ne condivida in parte o in tutto l’ideologia, non deve esistere alcun dialogo; essi non possono essere minimamente considerati parte di uno stato democratico, ma solo nemici da combattere senza esclusione di colpi per eliminarli definitivamente dalla faccia della Terra.

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