Comizio Pertini

30 giugno 1960: le giornate di Genova antifascista

Nella primavera del 1960 si consumò una delle tante crisi governative della Prima repubblica. Il Governo presieduto da Antonio Segni per contrasti interni entrò in crisi. La principale motivazione il tentativo della Sinistra DC di operare una cauta apertura al Partito Socialista per la formazione di un gabinetto di centro-sinistra.

Il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, fallito un altro tentativo di Segni, diede l’incarico ad un altro esponente della Sinistra DC, Fernando Tambroni, già ministro economico. Tambroni riuscì solo a formare un governo monocolore con lo scopo di sistemare i conti dello Stato. Presentatosi alle Camere il Governo Tambroni ottenne una risicata maggioranza avvalendosi dei voti del MSI, il partito neofascista.

A seguito di proteste per aver accettato i voti neofascisti, tre ministri lasciarono l’esecutivo e Tambroni fu costretto a rassegnare le dimissioni. Dimissioni che, però, non vennero accettate dal Presidente Gronchi che rinviò Tambroni alle camere. In Senato ottenne la fiducia con minimo scarto e l’appoggio esterno determinante del MSI.

In questo contesto politico, fortemente polarizzato, si inserisce la convocazione del congresso del MSI a Genova per la fine di Giugno 1960.

Tale convocazione fu subito fortemente criticata in quanto Genova la città che per prima si era liberata per azione dei propri Partigiani e per questo insignita della medaglia d’oro al valor militare.

Oltre a ciò il congresso avrebbe dovuto svolgersi al Teatro Margherita di via XX Settembre, a 10 metri dal Ponte Monumentale, sotto il quale è il sacrario dei caduti Partigiani e ove è posta una lapide con l’atto di resa delle forze naziste.

Verso i primi giorni di giugno nell’edizione locale dell’Unità fu pubblicato un appello affinché l’oltraggio alla città Medaglia d’oro fosse evitato, non consentendo lo svolgimento del congresso. Esponenti dei partiti comunista, socialista, socialdemocratico, repubblicano e radicale si riunirono ed insieme alla Camera del Lavoro chiesero ufficialmente al Prefetto l’annullamento del congresso neofascista.

Il 15 giugno una manifestazione di lavoratori vide l’attacco provocatorio di alcuni missini, presto respinti, ma anche di un plotone di carabinieri che colpirono selettivamente gli antifascisti.

La settimana successiva, il 25, fu indetta una manifestazione da parte della FGCI, della FGSIe delle organizzazioni giovanili di PSD e PRI e con la partecipazione di numerosi portuali della CULMV e della Pietro Chiesa. In via XX Settembre, nei pressi del Ponte Monumentale, il corteo fu oggetto di una carica della polizia, carica prontamente respinta, con diversi agenti feriti.

In quei giorni si ebbe la notizia che al congresso del MSI avrebbe partecipato Carlo Emanuele Basile, famigerato prefetto di Genova durante la Repubblica sociale. Questo personaggio fu responsabile di arresti di partigiani e di deportazioni di civili, fatti per i quali fu condannato a morte e successivamente assolto per insufficienza di prove e, per alcuni reati, amnistiato. Basile era divenuto un dirigente di spicco del MSI.

Questo fatto inasprì ulteriormente gli animi degli antifascisti genovesi che convocarono per il 28 giugno una memorabile manifestazione, conclusasi in Piazza della Vittoria con l’intervento di Sandro Pertini, allora direttore de Il Lavoro e parlamentare socialista, oltre che medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.

Questa frase di Pertini talmente infuocò gli animi tanto che fu soprannominato “brichetto”, in genovese “fiammifero”:

“La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli: sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori.”

La Camera del Lavoro convocò, quindi, una manifestazione di protesta per il giorno 30 giugno. Questa manifestazione, partendo da Piazza della Nunziata, si portò tranquillamente attraverso il centro fino a Piazza della Vittoria. Al termine del comizio del Segretario della Camera del Lavoro Bruno Pigna, un gruppo di antifascisti, per lo più portuali della CULMV risalì la via XX Settembre e si soffermò davanti al teatro Margherita, fortemente presidiato dalla celere, e poi a Piazza De Ferrari. Qui si trovavano intorno alla fontana diversi agenti e funzionari della celere di Padova, famosa per essere costituita da molti ex poliziotti della RSI o, comunque, collusi con il regime fascista e perciò utilizzata nell’ambito di scioperi e manifestazioni di lavoratori.

Dai lavoratori si levarono urla di protesta ed insulti, e la celere reagì con caroselli delle camionette e manganellate ai manifestanti. Questi, come detto in prevalenza portuali, per cui molti di loro avevano con sé il famoso gancio, principale strumento di lavoro che, volendo, poteva rivelarsi un’arma micidiale riuscirono a impadronirsi di tubi, bastoni ed altro materiale da un cantiere adiacente il teatro Carlo Felice, con i quali risposero fieramente ai celerini.

Di questi fatti ho personalmente un ricordo. Infatti, bambino di 6 anni e mezzo, stavo tornando a casa insieme a mia nonna e questa, alla vista della battaglia che si stava svolgendo, mi portò dietro una delle colonne di portici dell’Accademia da cui potei sbirciare quanto stava succedendo. Di quanto accadde ricordo il fumo, le urla, le frenate delle camionette, un portuale con la maglietta a strisce ed il gancio alla cintura e la testa insanguinata, un paio di celerini gettati nella fontana, altri portuali che portavano via un giovane celerino svenuto, per metterlo in salvo e proteggendolo dall’ira di altri gridando, in genovese “Lascielou stà, u lè in figgeu”.

Nei giorni successivi in altre parti d’Italia si ebbero manifestazioni antifasciste e scontri, e questi ebbero il giusto risultato di far annullare il congresso neofascista.

Un paio di giorni dopo una grande manifestazione, a cui parteciparono esponenti antifascisti di spicco, sancì la vittoria della Genova antifascista.

Sono passati 60 anni da quelle giornate memorabili, il neofascismo in questi anni ha rialzato il capo, magari sotto mentite spoglie, come quelle leghiste-sovraniste, oppure più palesemente come “fascisti del terzo millennio”, e in tutte le sue forme deve essere combattuto, con ogni mezzo, dalla democrazia.

Come scrisse Sandro Pertini:

“Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui”.

 

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25 aprile

76° Anniversario della Liberazione

Oggi, 25 aprile 2021, cade il 76° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo.

La data ricorda il giorno della Liberazione di Milano, ma giova ricordarne una altrettanto importante: il 23 aprile, quando le forze Partigiane liberarono Genova. Fu la prima città in Europa liberata dai combattenti non inquadrati negli eserciti alleati ma nel Corpo Volontari della Libertà.

Ai Partigiani, agli Eroi che hanno dato la vita cadendo in combattimento, a quelli che nel tempo sono stati la memoria storica della Liberazione e ai pochi ancora in vita , deve andare il pensiero riconoscente della Nazione. Riconoscenza che si deve esplicare proprio nel mantenere vivo, da parte di chi è venuto dopo e di chi verrà, il ricordo di ciò che fu il più grande movimento popolare dell’Italia moderna: la Resistenza.

A coloro che, invece, si schierarono con l’invasore nazista aderendo alla Repubblica sociale, vada il perenne ludibrio nessuna pietà. Lo stesso a coloro che oggi vorrebbero far tornare indietro l’orologio della storia ad un periodo in cui la Libertà fu cancellata dalle peggiori dittature.

ORA E SEMPRE RESISTENZA

 

 

25 aprile
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In memoria di Antonio Canepa

Il 31 marzo 1983 moriva tragicamente l’onorevole Antonio Enrico Canepa. Era il figlio di uno dei personaggi più famosi dell’indipendentismo antifascista siciliano, Antonio Canepa, ucciso in circostanze mai chiarite nel 1940 in un conflitto a fuoco con i Carabinieri.

Tornato a Genova, città di origine della famiglia, Antonio Canepa frequentò la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, fondando un gruppo di studenti socialisti. Dopo la laurea, il suo impegno politico aumentò fino ad essere eletto nel 1970 segretario regionale del PSI e membro del Comitato centrale.

Il PSI genovese era in quei tempi suddiviso in quattro correnti: una con a capo Pippo e Paolo Machiavelli, avente come riferimento nazionale il segretario Francesco De Martino, quella del senatore Franco Fossa, collegata a Giacomo Mancini, ed infine quella della sinistra avente come principale figura genovese il futuro sindaco Fulvio Cerofolini e riferimento nazionale Riccardo Lombardi. La quarta corrente era quella che faceva riferimento a Pietro Nenni e poi a Bettino Craxi, ma non ricordo chi furono i referenti locali.

Antonio Canepa –sempre lo chiamammo con un solo -nome fu dapprima legato alla componente demartiniana, pur con una visione completamente diversa da quella dei Machiavelli, in particolare per quanto concerneva le alleanze politiche locali. In seguito, si legò strettamente al grande socialista ligure Sandro Pertini, allora Presidente della Camera dei Deputati e per lunghi anni direttore del giornale socialista “Il Lavoro”.

Nel 1970 fu eletto nel primo Consiglio regionale della Liguria, e ricordo particolarmente quella campagna elettorale alla quale, pur sedicenne, partecipai accompagnando Antonio in diversi comizi nei paesi dell’entroterra, per distribuire materiale elettorale e per parlare con i (pochi) giovani che incontravamo.

Nel 1971 partecipò, come rappresentante della regione Liguria alla elezione del Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Nel 1972 ci fu una delle più esaltanti campagne elettorali per la Camera dei deputati, e ricordo ancora l’ufficio elettorale che avevamo in un palazzo di Via San Lorenzo, di fronte alla Cattedrale, dove passai molto del mio tempo ad aiutare nella preparazione dei materiali elettorali, ed anche nell’accompagnare, con la patente presa un mese prima e la mia Fiat 500, Antonio in diversi comizi elettorali. Ricordo come fosse ieri il numero 10 che gli fu furbescamente scelto, in modo che fosse facile il collegamento con il numero 1 della lista stessa, quello del capolista Sandro Pertini.

Ricordo anche che Sandro Pertini, allora Presidente della Camera, risiedeva per il tempo della campagna elettorale, in un vagone del treno presidenziale, fermo su un binario della stazione Principe.

Un pomeriggio -al mattino andavo a scuola ed era l’anno della maturità- tornando con la mia Fiat 500 dal Liceo Colombo vidi in Corso Solferino Antonio -egli abitava lì sopra in Salita superiore di San Rocchino- che si sbracciava a mo’ di autostop. Mi fermai, mi riconobbe e mi disse: “Per favore, portami subito in Piazza Cavour, Pertini mi aspetta..:” Visto lo scarso traffico di quegli anni in 10 minuti arrivammo e mi disse, parcheggia e accompagnami dalla “Santa”, il ristorante. Per pura fortuna trovai un posto, andammo al ristorante, fuori c’erano due probabili poliziotti, dentro in un tavolo Sandro Pertini, insieme ad tre o quattro notabili socialisti (ricordo Delio Meoli, Rinaldo Magnani, Francesco Malerba e Fulvio Cerofolini, futuro sindaco di Genova). Pertini in genovese disse: “alla buon ora sei arrivato..siediti e fai sedere anche questo giovane compagno”.

Si può immaginare il mio stupore: io al tavolo con uno dei grandi della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare, poi Presidente della Repubblica.

Non ricordo nemmeno quello che mangiai, troppa era l’agitazione per un avvenimento assolutamente impensato. Alla fine del pranzo uscimmo a fare due passi in Sottoripa e lì molte persone si fermavano a parlare con Pertini, e si può immaginare quale fosse il mio orgoglio di fare parte di quel gruppo.

Pertini poi ci lasciò salendo su un’auto della prefettura per andare ad un comizio, mentre gli altri si diressero all’ufficio di Via San Lorenzo. Ed io a casa a studiare.

Antonio in quella elezione fu eletto alla Camera, strappando per via dei resti il posto al famoso avvocato Biondi ed iniziò per lui il mandato come più giovane parlamentare.

Nel 1976 la campagna elettorale per le elezioni politiche della VII legislatura la vissi in modo meno impegnato, sia per gli studi universitari sia per il fatto che ero stato eletto segretario regionale della FGSI (Federazione Giovanile Socialista) e cercai di dare il mio impegno in quel senso.

Antonio non fu eletto, per una serie di guerre interne al PSI,in particolare per l’emergente corrente craxiana, e per la perdita di un deputato nella circoscrizione ligure. La cosa fu per lui un duro colpo che lo portò all’uso di stupefacenti.

Risultò, tuttavia, primo dei non eletti, e subentrò il 20 luglio 1978 a Sandro Pertini, eletto Presidente della Repubblica.

Fu rieletto nel 1979, nella VIII legislatura. Non partecipai attivamente a questa campagnia elettorale, un po’ perché avevo ridimensionato le mie attività politiche, disamorato per la piega centrista in cui volgeva il Partito. Un po’ perché avevo iniziato la mia carriera di insegnante.

Ricordo, tuttavia, una riunione elettorale del 1979 ,alla quale partecipai, presso la sezione “Centro” di Salita Carmagnola, dove Antonio intervenne in condizioni abbastanza precarie e parlò solo pochi minuti e poi si chiuse nel bagno da cui uscì dopo mezz’ora. Alla fine della riunione gli chiesi se volesse un passaggio in auto a casa, mi rispose di no, che aveva un impegno e mi salutò avviandosi per i vicoli.

Fu l’ultima volta che lo vidi di persona e gli parlai.

Antonio Canepa fu per me una delle basi della mia formazione politica, una persona estremamente disponibile, cordiale ma che forse aveva patito oltre misura la tragica perdita del padre.

Purtroppo nella sua vicenda umana non trovò solo voci amiche che cercarono di aiutarlo, primo tra tutti Don Andrea Gallo che lo ospitò nella sua comunità. ma piuttosto persone che sfruttavano la sua debolezza per scopi personali, politici e forse anche economici, arrivando anche a fornirgli la droga.

Forse anche i cambiamenti imposti da Craxi al Partito, la sua svolta verso i poteri economici forti, il distacco da quella parte del movimento operaio che si riconosceva nel socialismo democratico lasciando che transitasse al PCI o ad esperienze extraparlamentari, financo i giochi di potere più o meno occulti che dominavano la vita del partito furono concause dell’isolamento di Antonio e della sua caduta verso l’abisso.

Dopo la sua tragica scomparsa la sua figura è stata volutamente messa in disparte, cancellata dalla storia del PSI della seconda parte del XX secolo e sulla sua morte non si è indagato abbastanza, ma allora tutti vollero così.

Che ti sia lieve la terra Antonio, anche a distanza di 38 anni.

In ricordo di Antonio Canepa pubblico una diapositiva che scattai nel 1979 durante un comizio in Largo XII ottobre al quale intervenne anche Bettino Craxi, proprio in occasione delle già citate elezioni politiche del 1979. Nella foto si vede Antonio mentre introduce la manifestazione.

Antonio Canepa, 1979

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Dachau

27 gennaio: Giorno della Memoria 2021

Oggi mercoledì 27 gennaio si celebra il Giorno della memoria, in ricordo dei milioni di esseri umani, ebrei, omosessuali, zingari, prigionieri politici ed altri, uccisi dalla follia nazifascista e dall’iniziale disinteresse di molti paesi.

Ora rigurgiti fascisti e nazisti cercano di uscire dalle fogne dove la storia li aveva relegati, magari nascondendosi sotto le bandiere di populisti, nazionalisti o di suprematisti bianchi, spargendo teorie negazioniste che, purtroppo, sono raccolte dalle menti più fragili.

Spesso anche in Italia si assiste a commemorazioni del fascismo e del suo leader – quello che volle le leggi razziali del 1938 – mentre  partiti parlamentari, ad esempio la Lega e Fratelli d’Italia, pur se non apertamente, nei fatti e in molte dichiarazioni di loro rappresentanti danno una lettura positiva o, quanto meno, non negativa del ventennio fascista.

A loro contigui sono frange che si dichiarano senza vergogna eredi del fascismo, approfittando di una certa connivenza di parti di apparati dello Stato deputati all’ordine pubblico che non li persegue secondo le leggi vigenti, leggi che, indubbiamente, dovrebbero essere riviste in modo che emblemi, citazioni, espressioni proprie del fascismo e del nazismo siano duramente punite.

Come scrisse il grande Partigiano Sandro Pertini :”Con i fascisti non si discute ma li si combatte con ogni mezzo perchè il fascismo è la negazione della libertà“.

Per celebrare il Giorno della Memoria 2017 pubblico alcune foto di un pellegrinaggio con un gruppo di studenti che organizzai nel 1984 all’Istituto Tecnico Statale di Chiavari nel 1984 al campo di concentramento di Dachau, quello che è definito il “padre di tutti i lager nazisti“, dove le SS si “esercitavano” allo sterminio di esseri umani e ai cui cancelli fu posta per la prima volta l’ignobile scritta “Arbeit macht frei“.

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29 settembre 1944:la strage di Monte Sole

Il 29 settembre 1945 ebbe inizio la serie di stragi note come “Strage di Monte Sole” o, spesso più di frequente, come “Strage di Marzabotto“.

In realtà le stragi, che si conclusero il 5 ottobre furono perpetrate in diversi centri abitati dell’Appennino bolognese, posti sulle pendici del Monte Sole: Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno.

Responsabili dell’efferata strage furono i soldati dell’esercito tedesco, delle SS e fascisti repubblichini, più che altro impegnati come delatori, spie ma anche partecipanti direttamente alle stragi.

La strage di Monte Sole fu la più pesante in termini di perdite di cittadini inermi, e seguì quelle di Sant’Anna di Stazzema e di Vinca, in una lunga striscia di sangue che seguì la fuga verso nord dei soldati tedeschi. Ad essi era stato dato l’ordine da parte del feldmaresciallo Kesserling di fare “terra bruciata” nelle zone ove combattevano le formazioni partigiane.

Incaricato di ciò fu il maggiore Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16° Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”, uno dei peggiori criminali di guerra del teatro italiano.

Il 29 settembre le truppe naziste si avvicinarono alla frazione di Casaglia di Marzabotto. Gli abitanti, in maggior parte anziani, donne e bambini si radurarono in preghiera nella chiesa di Santa Maria Assunta. I nazisti entrarono nella chiesa, uccisero il parroco ed alcuni anziani, ed ordinarono agli altri di recarsi al cimitero e lì 197 innocenti, dei quali 50 bambini, furono massacrati con mitragliatrici e bombe a mano.

Da lì iniziò una esplosione di ferocia insensata che portò i soldati tedeschi, guidati da fascisti, in ogni frazione della zona, Caprara, Cerviano, Creva, ed in altri casolari isolati ad uccidere senza pietà chi vi fosse trovato.

La ferocia dei nazifascisti fu tale che alcuni bambini furono decapitati, altri civili inermi fatti a pezzi con le bombe a mano, o con mitragliatrici pesanti.

Il tutto durò sei giorni, sei giorni in cui la degenerazione prese il sopravvento su qualsiasi senso di umanità. Una lunga striscia di sangue che alla fine contò qualcosa come 1830 vittime, tra quelli uccisi e quelli che morirono successivamente in conseguenza delle ferite ricevute.

A distanza di 75 anni dalle stragi di Monte Sole, la memoria di queste deve restare viva in ogni persona che si riconosca nei valori della democrazia, tanto più in un momento dove rigurgiti fascisti, teorie negazioniste e sovraniste sono purtroppo riemerse.

Concludo riportando una foto della lapide ad ignominia, epigrafe di Piero Calamandrei indirizzata al feldmaresciallo Kesserling.

 

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Sandro Pertini

Buon compleanno Sandro Pertini

Il 25 settembre 1896 nasceva a Stella San Giovanni Sandro Pertini, una delle più luminose figure del ‘900: combattente nella I guerra mondiale, antifascista, autorevole membro della Resistenza, Presidente della Camera dei Deputati e Presidente della Repubblica.

Un uomo che definire un gigante è riduttivo, soprattutto se paragonato ai politici attuali.

Rimane viva in me la campagna per le elezioni politiche del 1972 e l’onore di averlo potuto conoscere.

Sicuramente attuale questa sua frase:

“Il fascismo per me non può essere considerato una fede politica. Sembra assurdo quello che dico, ma è così: il fascismo a mio avviso è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche. Non si può parlare di fede politica parlando del fascismo, perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui.”

Quindi con i fascisti, e con chi ne condivida in parte o in tutto l’ideologia, non deve esistere alcun dialogo; essi non possono essere minimamente considerati parte di uno stato democratico, ma solo nemici da combattere senza esclusione di colpi per eliminarli definitivamente dalla faccia della Terra.

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Kostas Georgakis

50 anni dal sacrificio di Kostas Georgakis

La notte del 19 settembre 1970 in piazza Matteotti a Genova, verso le ore 3 alcuni netturbini videro un lampo e delle fiamme levarsi dalla scalinata del Palazzo Ducale. Si avvicinarono e videro la sagoma di un uomo bruciare e delle grida che dicevano: “Viva la Grecia libera”, “Morte ai tiranni”, “L’ho fatto per la mia Grecia”. Il giovane fu soccorso e portato in ospedale, ma le gravi ustioni lo condussero velocemente alla morte.

Kostas Georgakis era uno studente ventiduenne di Corfù, iscritto e frequentante la facoltà di Geologia dell’Università di Genova. Come è noto in quel momento in Grecia al potere, a seguito di un colpo di stato, vi erano i “Colonnelli”, che avevano instaurato una sanguinaria dittatura. Kostas, come molti altri studenti greci a Genova era oppositore della dittatura, iscritto anche all’Unione di Centro.

Il clima in quei giorni non era certo sicuro per questi studenti in quanto al consolato greco di Genova erano stati inviati dal regime agenti speciali col compito di raccogliere informazioni sulle attività degli oppositori.

Molti di questi erano spesso ospiti per le loro riunioni di sezioni del Partito Comunista Italiano e del Partito Socialista Italiano.

Alloar ero iscritto alla Federazione Giovanile Socialista (FGSI) ed ebbi modo di conoscere uno degli esponenti di spicco degli studenti greci, Iannis Zisssimos. Spesso lo accompagnavo con la moto a riunioni e in una di quelle ebbi modo di conoscere Kostas. Ricordo perfettamente che l’impressione che ebbi fu quella di trovarmi di fronte ad un giovane molto preoccupato per la situazione e nel suo viso era evidente una patina di tristezza.

Infatti si venne a sapere che Kostas temeva per la sua famiglia, la quale aveva già subito delle minacce da parte della polizia dei colonnelli, tanto che fu loro vietato di inviare al giovane soldi per il suo mantenimento.

E’ chiaro che il sacrificio di Kostas fu dettato sia dalla paura che la sua famiglia potesse subire guai peggiori, oltre a quello di far sapere al mondo che vi era chi combatteva anche da lontano la dittatura.

Ricordo benissimo il funerale, la manifestazione che seguì, e le lacrime dei suoi compagni di studio. Ricordo ancora ora cosa mi disse Iannis Zissimos: “Non abbiamo capito quanto soffrisse e quanto fosse il suo amore per la Patria”

Kostas lasciò ad un amico una lettera in cui scrisse” Sono sicuro che presto o tardi i popoli europei capiranno che un regime fascista come quello greco basato sui carri armati non rappresenta solo un’offesa alla loro dignità di uomini liberi ma anche una continua minaccia per l’Europa…. Non voglio che questa mia azione venga considerata eroica poichè è niente altro che una situazione di mancata scelta. D’altra parte risveglierà forse alcune persone alle quali farà vedere in che tempi viviamo.

In Piazza Matteotti c’è una lapide in ricordo del sacrificio di Kostas Georgakis, purtroppo scolorita dal tempo e sarebbe il caso che il Comune di Genova si facesse carico del restauro.

Kostas Georgakis

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