Lucio Dalla

10 anni senza Lucio Dalla

Il 1 marzo 2012 improvvisamente a Montreux in Svizzera moriva Lucio Dalla.  Ricordo di aver appreso la notizia dalla radio in auto, notizia che veniva data ancora non certa, ma che lo diventò in breve tempo.

Non sto certo qui a celebrare la grandezza di Lucio, lo faranno di certo altri più titolati di me nel campo musicale, ma solo ricordare un incontro che ebbi con lui.

Non ricordo la data, probabilmente nella seconda metà degli anni ’70, o forse i primi anni ’80, il PSI aveva organizzato la festa dell’Avanti! alla spianata dell’Acquasola. Alla Federazione giovanile, della quale ero un dirigente, era stato demandato il compito di coordinare la vigilanza agli ingressi. Come in tutte le feste di partito erano attivi bar, stand gastronomici, librai e, ovviamente, spazio per i dibattiti politici. Clou della festa sarebbe stato il concerto di Lucio Dalla. Si sarebbe dovuto svolgere una sera ed il pomeriggio precedente ero là nel retro del palco dove vedevo i tecnici montare le strumentazioni.

Ad un certo momento vidi arrivare Lucio Dalla, da solo, proveniente dall’hotel in cui soggiornava, il Plaza di Piazza Corvetto. Parlò con i tecnici, fece una prova del microfono e poi scese dal palco e si diresse verso di me ed altri compagni. Con la sua cadenza bolognese chiese: “C’è un tabacchino qui vicino”. Io risposi: “Ce ne è uno  in Piazza Corvetto”. E lui: “Mi fai vedere dove ?”.

Al chè ci avviammo verso uno dei cancelli dell’Acquasola su Via IV Novembre e giù verso Corvetto. Nel breve tratto non avevo idea di cosa dirgli se non che possedevo molti sui dischi (vero in parte: ne avevo sì, ma non tutti), lui annuì sorridendo e quando arrivammo nell’ultimo tratto di Via XII Ottobre, poco prima di Corvetto, vide il busto dedicato ad Aldo Gastaldi, si fermò e mi disse: “Ma chi è?”. Io risposi che era un partigiano, anzi il primo partigiano italiano e che era morto subito dopo la Liberazione in un incidente stradale.

Da lì arrivammo alla tabaccheria, entrò, ne uscì subito e mi disse: “Grazie, vado a riposare in albergo”. Mi diede la mano e ci lasciammo.

Alla sera ci fu il concerto, molta gente, ricordo diverse canzoni tratte dall’album “Automobili” e la famosissima “4 marzo 1943“.

 

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Gary Brooker

E’ morto Gary Brooker

A molti, in particolare a coloro che sono la “Generazione Z”, ovvero nati tra il 1996 ed il 2010, il nome Gary Brooker dirà poco.

Gary Brooker, purtroppo scomparso il 22 febbraio di quest’anno dopo una lunga malattia, è stato il fondatore e l’anima di uno dei complessi rock britannici attivi in particolare tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento: i Procol Harum.

I Procol Harum sono particolarmente noti per una canzone, “A Whiter Shade of Pale” che è considerato uno dei brani più importanti del “Progressive Rock“, ove la musica Rock si fondeva a strumentazioni classiche e jazz, con l’uso dell’organo Hammond, del pianoforte e del violino.

Gary Brooker nel 1967 compose la musica di A Whiter Shade of Pale con un arrangiamento che prendeva spunto alcuni brani di Sebastian Bach, e magistralmente suonato con l’organo Hammond.

Il testo della canzone fu scritto da Keith Reid, in seguito paroliere per tutti i successivi brani della band, e sembrerebbe un viaggio onirico in una stanza dove il brusio della gente era esmpre più forte ed il soffitto volava via, magari mediato da qualche droga. In realtà, molti anni dopo, Keith Reid dichiarò che voleva descrivere una coppia nel momento in cui la donna decide di lasciare l’uomo, con l’alcool che cerca di limitare il dolore. Un testo indubbiamente complesso ed anche lo stesso autore non ha mai spiegato cosa c’entrasse il mugnaio (the miller) che racconta la sua storia.

Il brano, uscito in un 45 giri, ebbe un grande successo ed il titolo, che tradotto è “Una tonalità più bianca del pallido“, è diventata una frase di uso abbastanza comune.

Una cosa abbastanza curiosa, in Italia ne venne fatta una cover da Mogol, “Senza luce“, cantata dal gruppo dei Dik Dik, che però manteneva solo la melodia, con un testo del tutto diverso. La canzone originale ebbe, comunque, un grande successo anche in Italia restando per lungo tempo nella “Hit Parade“.

I Procol Harum uscirono l’anno successivo con un’altra bellissima canzone “Homburg“, ed anche qui la voce di Gary raggiunge dei livelli altissimi, così come l’orchestrazione. Anche in questo caso, come spesso accadeva allora, fu fatta una cover in italiano con un testo meno complesso, eseguita dai Camaleonti, “L’ora dell’amore“.

Purtroppo i Procol Harum conclusero la loro carriera verso la metà degli anni ’70, salvo riprendere con il nuovo millenio, una attività prevalentemente di revival.

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In cima cocci aguzzi di bottiglia

Una delle poesie di Eugenio Montale che quasi tutti gli studenti italiani hanno avuto il piacere di affrontare (quelli della mia età anche studiare a memoria) è “Meriggiare pallido ed assorto“. Una bellissima poesia dei oltre 100 anni fa, esattamente del 1916, pubblicata nel 1925 nella raccolta “Ossi di Seppia” in cui il Poeta espone .

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Lungi da me l’idea di farne la parafrasi, di interpretare il testo, parlare della mancata armonia tra l’uomo e la natura, il “male di vivere“,  la solitudine dell’uomo, chiuso da un’impenetrabile muraglia che sl colmo ha “cocci aguzzi di bottiglia“.

Proprio di quei cocci voglio parlare, in quanto proprio oggi sono passato in una breve crêuza che congiunge Corso Magenta a Via Goffredo Mameli. La crêuza è delimitata nei primi dua tratti da muri di confine oltre i quali vi sono giardini privati. Su quei muri bianchi di calce sono cementati frammenti di bottiglia, colli spezzati, taglienti rivolti verso l’alto ad incutere timore agli incauti violatori delle proprietà che sono oltre il muro.

I cocci di bottiglia sui muri sono tipici dei paesaggi liguri, a Genova anche in piena città. Erano un tempo, ma spesso anche ora, usati in quanto non costavano nulla, rispetto a filo spinato o punte metalliche, bastava un po’ di malta sl colmo del muro e lì si cementavano i cocci. E duravano, non si arrugginivano, erano sempre taglienti anche dopo decenni.

In conclusione non posso esimermi da un ricordo del prof. Angelo Marchese, mio docente di Lettere al Liceo Colombo nei primi anni ’70 del Novecento, purtroppo scomparso da molti anni. Devo a lui, uno dei più importanti studiosi di Montale e il più importante esponente della critica letteraria semiologico-strutturalista, l’interesse che coltivo per la poesia montaliana (e per molte altre cose…).

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Fabrizio De Andrè

23 anni senza Fabrizio De Andrè

L’ 11 gennaio di 23 anni Fabrizio De Andrè se ne andò. Ricordo ancora quella mattinata del 1999 quando, a scuola, in un momento libero lessi la notizia su un giornale online.

Notizia, almeno per me, giunta come un fulmine a ciel sereno, non sapendo che da tempo Fabrizio stava lottando e, purtroppo, soccombendo al male.

E subito mi riportarono alla mente le sue canzoni più famose, a partire da “Il testamento” che, adolescente e alla metà degli anni ’60 o poco più, sentivo ripetutamente in un juke-box di un bar dell’entroterra genovese.

Una canzone che molti miei coetanei non apprezzavano, forse non capivano, qualche ragazza allora arrossiva al sentire “la rendita di una puttana“, ma che per me era la rappresentazione del mondo di Fabrizio, il mondo degli ultimi, degli esclusi.

A volte con le 100 lire sceglievo tre volte questa canzone, oppure una volta il lato B, la “Ballata del Michè“.

Poi altre canzoni, da “La città vecchia“, a “Bocca di rosa“, “Carlo Martello“, “La ballate del Michè” già citata, passando per la famosissima “Canzone di Marinella“.

Bocca di rosa” fu anche al centro di una invenzione con i miei compagni di classe al Liceo classico Colombo, in quanto la traducemmo in latino, strofa per strofa. Ne ricordo ancora alcune, forse con errori grammaticali: “Via Agri est quendam virgo, labiae rubri coloratae, oculi grandes quam strada, nascuntur flores ubicumque iter facit.” (mi scuso per eventuali errori,ma è passato più di mezzo secolo…)

Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrare Fabrizio per una strana coincidenza. Come spesso accadeva in quegli anni, i primi anni ’70, i ragazzi spesso si incontravano alla sera per partite di calcio in piazze della città. Con alcuni amici fui invitato nella zona di Carignano dove d’estate si sfidavano diverse squadre provenienti dai vari quartieri del centro

Una ventina di coetanei e qualche giovane con una manciata di anni di più. Uno di quelli era Fabrizio, forse accompagnava qualcuno, in quanto non ricordo che giocasse, e ma lo osservai costantemente con la sigaretta in bocca, pensoso, quasi estraniato e ricordo di aver detto ad un amico che era esattamente come nella foto di questa copertina.

Negli anni successivi, ne seguii la strada verso il successo, ascoltando non più al juke-box ma su dischi o musicassette tutte le storie raccontate da Fabrizio, senza perderne mai alcuna.

Rimasi turbato quando seppi del rapimento in Sardegna, sentendomi un po’ colpevole, in quanto traggo le mie origini, da parte paterna, proprio da quella zona, Tempio Pausania. Una esperienza lunga, dura e difficile per lui e per Dori Ghezzi, ma dalla quale uscì senza odiare i rapitori e quasi giustificando e provando pietà per quei pastori anch’essi parte del mondo degli ultimi. Dopo 117 giorni, il 21 dicembre 1979, furono rilasciati ed ebbe a dire ” Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai“.

E’ stato grande, forse il più grande autore della seconda metà del ‘900, e il mio più grande rammarico, da ex-docente, è che di lui ve ne è solo piccola traccia nei testi di letteratura del ‘900 e, cosa ancor più grave, quasi sempre non trattato per “mancanza di tempo”.

Ciao Fabrizio.

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John Lennon

Le cinque più belle canzoni del XX secolo (secondo me…..)

Dopo le cinque più belle canzoni dei Beatles e di Fabrizio De Andrè ecco, sempre secondo me, le cinque più belle del XX secolo.

Queen – Bohemian Rapsody

 

The Beatles – Let it be

 

Led Zeppelin – Stairway to heaven

 

John Lennon – Imagine

 

Bob Dylan – Blowin’ in the wind

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Freddie Mercury

In ricordo di Freddie Mercury

Il 24 novembre di 30 anni fa, il 1991, consumato da una lunga malattia, moriva Farrokh Bulsara, meglio noto come Freddie Mercury.

Freddie, frontman dei Queen, può essere considerata un’icona leggendaria della musica pop, sia per la sua voce inconfondibile e straordinaria, la sua capacità di interpretazione unite alla bravura di compositore di molti dei brani musicali della band.

Se consideriamo gli anni ’60 del secolo scorso come il decennio dei Beatles, non possiamo che ritenere gli anni ’70 e ’80 quelli dei Queen.

Brani musicali come Bohemian Rapsody (a mio avviso il più grande della musica pop del ‘900), Somebody to love, Killer Queen, Radio Ga Ga, We will rock you, We are the champions o concerti come quello a Wembley del luglio 1986 o la partecipazione al Live Aid del 1985 sono ancor oggi attuali sia per chi, come lo scrivente le ricorda direttamente, sia per le nuove generazioni.

Freddie se ne andò in silenzio, le sue ceneri sparse in un luogo segreto, ma di lui resta il ricordo di un grande musicista, sicuramente uno dei più grandi del ‘900.

Lo ricordo con due immortali performances.

 

 

 

 

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Le cinque più belle canzoni dei Beatles (secondo me…)

Visto che non avevo altro da fare ho pensato quali fossero le cinque più belle canzoni dei favolosi The Beatles, la band che ha cambiato il paradigma della musica pop mondiale.

Confesso di averci messo un bel po’ a decidere, facendo una decina di classifiche e poi cambiandole. In realtà avrei dovuto scegliere le 50 piu belle canzoni, visto che è difficile scartarne qualcuna, ma alla fine ecco la mia personale cinquina.

Let it be (1970)

 

A Day in the life (1967)

 

Come together (1969) 

 

Yesterday (1965) 

 

Strawberry fields forever (1967)

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