Via Palestro

Genova G8 2001:quando la Democrazia fu sospesa

Vent’anni fa, dal 19 al 22 luglio 2001 a Genova, in occasione del summit dei capi di stato e di governo degli 8 stati economicamente più potenti della Terra, la democrazia e la Costituzione italiana furono sospese.

Già dagli ultimi anni del XX secolo erano nati in tutto il mondo movimenti popolari contro la globalizzazione, l’imperante neoliberismo, la dittatura economica nei confronti del terzo mondo, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Nel 1999 a Seattle e nel 2001 a Davos vi furono significative proteste, in alcuni casi sfociate anche in scontri con le forze dell’ordine.

Per il summit del 2001 fu scelta Genova e, propriamente, il Palazzo Ducale come sede. Una scelta improvvida, in quanto si sarebbe dovuta creare una “zona rossa” in tutto il centro, comprendendo anche il centro storico e la zona portuale.

I movimenti contrari al summit, costituitisi nel Genoa Social Forum, dichiararono la volontà di essere presenti a Genova per protestare civilmente chiedendo ai rappresentanti degli 8 paesi economicamente predominanti una inversione di rotta delle politiche economiche e sociali.

Erano rappresentate diverse anime della protesta, da quelle di matrice cattolica, fortemente interessate al riequilibrio economico col terzo mondo e alla cancellazione del debito di questi paesi, ad altre reti contrarie alla globalizzazione e allo sfruttamento intensivo delle risorse, fino a gruppi sedicenti anarchici con la non celata intenzione di una protesta anche violenta, intesa come azioni atte ad espugnare la zona rossa ed accedere ai luoghi del summit.

Quello che accadde in quei giorni è stato ampiamente documentato e dibattuto. Fatti come la morte di Carlo Giuliani, la macelleria messicana perpetrata dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto sono noti a tutti e fiumi di inchiostro sono stati versati, per cui la mia intenzione è solo quella di testimoniare ciò che ho visto in prima persona, pur non partecipando direttamente alle proteste.

Per prima cosa, alcune foto che allora feci in Via Assarotti, Via Palestro e Piazza Dante ai reticolati che chiudevano gran parte del centro della città, dividendo chi era dentro da chi era fuori. Già questo poteva essere considerato una violenza alla Costituzione, in particolare all’articolo 16: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche”. Appunto: ragioni politiche.

La seconda, di cui purtroppo non ho una documentazione fotografica, è quanto ho potuto osservare in Piazza Manin. Nei giardini della piazza erano accampate una ventina di persone, donne ed uomini appartenenti a una organizzazione cattolica. Nel pomeriggio del 21 (non sono certo della data), da casa mia udii delle urla rimbombare dalla valle. Erano dei “black bloc” che si stavano dirigendo verso il carcere di Marassi. Udii anche lo scoppio di qualche petardo e vidi nuvole di lacrimogeni. Dopo poco gli antagonisti si diressero verso la lunga Scalinata Montaldo, probabilmente per cercare di raggiungere nuovamente il centro. Da casa mia mi diressi verso Piazza Manin e li vidi passare per dirigersi verso Corso Armellini inseguiti da un discreto numero di celerini e guardie di finanza. Questi però non seguirono gli antagonisti, ma visto che nei giardini vi erano le tende e il gruppo di appartenenti alle organizzazioni religiose, pensarono bene di devastare le tende e, soprattutto, manganellare i poveretti che se ne stavano lì tranquilli.

Molti residenti, come me, assistettero alla cosa, gridando ripetutamente agli agenti di smettere, che quelli erano persone del tutto estranee agli scontri, ma nulla valse.

Quegli agenti presi da un furore animalesco, continuarono a manganellare, finché. forse per il fatto che vi erano diversi testimoni, abbandonarono la preda dirigendosi verso via Assarotti.

Nella mia vita credo di non aver mai assistito ad una così brutale violenza da parte di tutori dell’ordine. E le cronache dicono che non fu un caso isolato visto ciò che stava accadendo in varie parti della città, financo ciò che  accadde alla scuola Diaz ed alla caserma di Bolzaneto.

“Macelleria messicana” la definì il procuratore della repubblica Enrico Zucca, a significare qualcosa che non poteva che essere perpetrato da bestie disumane.

Certo, dei fatti di Genova ne portano la responsabilità morale sia il governo Berlusconi-Fini, sia gli alti gradi in comando delle forze dell’ordine (per altro quasi sempre non perseguiti ma premiati), ma colpevoli lo sono stati  quei sadici agenti che con la violenza gratuita tradirono la loro divisa, ed il giuramento fatto alla Repubblica.

Oggi, dopo 20 anni, sono necessarie dai vertici della Polizia “Trasparenza e consapevolezza”. E’ quello che il sostituto procuratore generale Enrico Zucca chiede ai vertici della polizia di Stato “per dimostrare davvero di aver voltato pagina”.

I fatti di Genova del 2001 sono stati qualificati dai Tribunali, Corte di appello, Cassazione e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come torture. E le torture sono, senza alcuna giustificazione, inammissibili in un paese civile.

Condividi questo:
Comizio Pertini

30 giugno 1960: le giornate di Genova antifascista

Nella primavera del 1960 si consumò una delle tante crisi governative della Prima repubblica. Il Governo presieduto da Antonio Segni per contrasti interni entrò in crisi. La principale motivazione il tentativo della Sinistra DC di operare una cauta apertura al Partito Socialista per la formazione di un gabinetto di centro-sinistra.

Il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, fallito un altro tentativo di Segni, diede l’incarico ad un altro esponente della Sinistra DC, Fernando Tambroni, già ministro economico. Tambroni riuscì solo a formare un governo monocolore con lo scopo di sistemare i conti dello Stato. Presentatosi alle Camere il Governo Tambroni ottenne una risicata maggioranza avvalendosi dei voti del MSI, il partito neofascista.

A seguito di proteste per aver accettato i voti neofascisti, tre ministri lasciarono l’esecutivo e Tambroni fu costretto a rassegnare le dimissioni. Dimissioni che, però, non vennero accettate dal Presidente Gronchi che rinviò Tambroni alle camere. In Senato ottenne la fiducia con minimo scarto e l’appoggio esterno determinante del MSI.

In questo contesto politico, fortemente polarizzato, si inserisce la convocazione del congresso del MSI a Genova per la fine di Giugno 1960.

Tale convocazione fu subito fortemente criticata in quanto Genova la città che per prima si era liberata per azione dei propri Partigiani e per questo insignita della medaglia d’oro al valor militare.

Oltre a ciò il congresso avrebbe dovuto svolgersi al Teatro Margherita di via XX Settembre, a 10 metri dal Ponte Monumentale, sotto il quale è il sacrario dei caduti Partigiani e ove è posta una lapide con l’atto di resa delle forze naziste.

Verso i primi giorni di giugno nell’edizione locale dell’Unità fu pubblicato un appello affinché l’oltraggio alla città Medaglia d’oro fosse evitato, non consentendo lo svolgimento del congresso. Esponenti dei partiti comunista, socialista, socialdemocratico, repubblicano e radicale si riunirono ed insieme alla Camera del Lavoro chiesero ufficialmente al Prefetto l’annullamento del congresso neofascista.

Il 15 giugno una manifestazione di lavoratori vide l’attacco provocatorio di alcuni missini, presto respinti, ma anche di un plotone di carabinieri che colpirono selettivamente gli antifascisti.

La settimana successiva, il 25, fu indetta una manifestazione da parte della FGCI, della FGSIe delle organizzazioni giovanili di PSD e PRI e con la partecipazione di numerosi portuali della CULMV e della Pietro Chiesa. In via XX Settembre, nei pressi del Ponte Monumentale, il corteo fu oggetto di una carica della polizia, carica prontamente respinta, con diversi agenti feriti.

In quei giorni si ebbe la notizia che al congresso del MSI avrebbe partecipato Carlo Emanuele Basile, famigerato prefetto di Genova durante la Repubblica sociale. Questo personaggio fu responsabile di arresti di partigiani e di deportazioni di civili, fatti per i quali fu condannato a morte e successivamente assolto per insufficienza di prove e, per alcuni reati, amnistiato. Basile era divenuto un dirigente di spicco del MSI.

Questo fatto inasprì ulteriormente gli animi degli antifascisti genovesi che convocarono per il 28 giugno una memorabile manifestazione, conclusasi in Piazza della Vittoria con l’intervento di Sandro Pertini, allora direttore de Il Lavoro e parlamentare socialista, oltre che medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.

Questa frase di Pertini talmente infuocò gli animi tanto che fu soprannominato “brichetto”, in genovese “fiammifero”:

“La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli: sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori.”

La Camera del Lavoro convocò, quindi, una manifestazione di protesta per il giorno 30 giugno. Questa manifestazione, partendo da Piazza della Nunziata, si portò tranquillamente attraverso il centro fino a Piazza della Vittoria. Al termine del comizio del Segretario della Camera del Lavoro Bruno Pigna, un gruppo di antifascisti, per lo più portuali della CULMV risalì la via XX Settembre e si soffermò davanti al teatro Margherita, fortemente presidiato dalla celere, e poi a Piazza De Ferrari. Qui si trovavano intorno alla fontana diversi agenti e funzionari della celere di Padova, famosa per essere costituita da molti ex poliziotti della RSI o, comunque, collusi con il regime fascista e perciò utilizzata nell’ambito di scioperi e manifestazioni di lavoratori.

Dai lavoratori si levarono urla di protesta ed insulti, e la celere reagì con caroselli delle camionette e manganellate ai manifestanti. Questi, come detto in prevalenza portuali, per cui molti di loro avevano con sé il famoso gancio, principale strumento di lavoro che, volendo, poteva rivelarsi un’arma micidiale riuscirono a impadronirsi di tubi, bastoni ed altro materiale da un cantiere adiacente il teatro Carlo Felice, con i quali risposero fieramente ai celerini.

Di questi fatti ho personalmente un ricordo. Infatti, bambino di 6 anni e mezzo, stavo tornando a casa insieme a mia nonna e questa, alla vista della battaglia che si stava svolgendo, mi portò dietro una delle colonne di portici dell’Accademia da cui potei sbirciare quanto stava succedendo. Di quanto accadde ricordo il fumo, le urla, le frenate delle camionette, un portuale con la maglietta a strisce ed il gancio alla cintura e la testa insanguinata, un paio di celerini gettati nella fontana, altri portuali che portavano via un giovane celerino svenuto, per metterlo in salvo e proteggendolo dall’ira di altri gridando, in genovese “Lascielou stà, u lè in figgeu”.

Nei giorni successivi in altre parti d’Italia si ebbero manifestazioni antifasciste e scontri, e questi ebbero il giusto risultato di far annullare il congresso neofascista.

Un paio di giorni dopo una grande manifestazione, a cui parteciparono esponenti antifascisti di spicco, sancì la vittoria della Genova antifascista.

Sono passati 60 anni da quelle giornate memorabili, il neofascismo in questi anni ha rialzato il capo, magari sotto mentite spoglie, come quelle leghiste-sovraniste, oppure più palesemente come “fascisti del terzo millennio”, e in tutte le sue forme deve essere combattuto, con ogni mezzo, dalla democrazia.

Come scrisse Sandro Pertini:

“Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui”.

 

Condividi questo:
Pista ciclabile

Ci sono ciclisti a Genova ?

Una domenica pomeriggio a Genova per vedere quanti ciclisti si incontrano partendo da Circonvallazione a Monte e arrivando ai Parchi di Nervi, in entrambi i sensi di marcia, ove possibile

In particolare ho voluto osservare quanti utilizzino le piste ciclabili delle zone di Foce ed Albaro in un giorno festivo ed in un’ora in cui dovrebbe esserci traffico di ogni tipo.

Quelle dell’asse della Val Bisagno le conosco, passando da quelle parti quasi tutti i giorni, e le vedo desolatamente vuote.

Come è noto l’idea delle piste ciclabili è dell’attuale sindaco di Genova Bucci, il quale ha inteso così acquisire la benevolenza, e forse i voti, di uno sparuto numero di ciclisti. E non parlo di quelli che praticano il bellissimo sport del ciclismo, atleti che non si sognerebbero mai di passare per delle piste verniciate con vernice scivolosa (detto da molti di loro), ma di quelli che vorrebbero utilizzare la bicicletta come mezzo di trasporto urbano. Esattamente come accade in molte città italiane, Ferrara, Reggio Emilia, o nel mondo, come Amsterdam, Copenaghen. Ma la differenza è che Genova è una città fatta di saliscendi, constrade spesso strette, marciapiedi a volte inesistenti. In più la maggior parte delle zone residenziali sono in collina, per cui risulta molto difficile risalire al termine della giornata.

Certo, ora esistono le biciclette elettriche, ma sono in numero esiguo rispetto, ad esempio, i motocicli e gli scooter che a Genova sono circa 150.000 e sono il mezzo di trasporto più utilizzato specie nel centro città.

Sorge spontanea una domanda: “perchè rubare spazio al trasporto pubblico e privato e a quello su due ruote (con motore) per agevolare quello di pochissimi ciclisti ? Ne è un esempio lampante Corso Italia, dove da due corsie per senso di marcia con la apertura di una larga pista ciclabile, ora si assiste a perenni code di auto, moto, autobus, etc. E l’ineffabile sindaco (spero per più poco) ha pure partorito l’insana idea di mettere il limite a 30 km/h. Chiunque conosca appena Corso Italia sa benissimo che nessuno rispetta il limite, anzi se qualcuno tendesse rallentare si troverebbe coperto da insulti di chi è dietro, in quanto non è possibile sorpassare.

Comunque per curiosità ho provato a vedere quanti ciclisti incontravo nel tragitto da Piazza Manin a Capolungo, passando per le strade a mare. Una giornata non bella ma calda, molta gente con moto ed auto in giro ma di ciclisti in giro ben pochi. Il primo l’ho incontrato in Corso Marconi, tre, un padre e due bambini in Corso Italia lato mare, poi in Via Cavallotti un ciclista sportivo, e di seguito altri 10 tutti nel senso di marcia levante-centro. In totale 15 ciclisti e nemmeno tracce di biciclette nei vari posteggi incontrati.

Ovviamente le moto e le auto erano molte di più, sia in circolazione che in parcheggio.

Ribadisco il concetto: Genova non è una città di ciclisti. Il servizio pubblico, specie nelle zone collinari è carente, e l’unico mezzo di trasporto urbano per chi si deve recare in centro è quello a due ruote, con motore sia termico che elettrico.

Pertanto avrebbe molto più senso aumentare i parcheggi per moto, favorire la mobilità permettendo di usare alcuni tratti di strisce gialle, levando gli inutili limiti di velocità a 30 km/h tranne che per strade del centro ad alta frequentazione di pedoni.

Condividi questo:
Villetta Di Negro

La Villetta Di Negro: un gioiello abbandonato

Villetta Di Negro, per molti genovesi “Dinegro” giusto per risparmiare uno spazio, è un parco comunale al centro della città di Genova, su una piccola collina sovrastante Piazza Corvetto e Piazzale Mazzini, inglobando un tratto i bastioni, detti di “Luccoli”, delle Mura secentesche.

La Villetta su fatta costruire agli inizi del XIX secolo dal marchese Gian Carlo Di Negro ed il parco adornato sia di piante di alto fusto, sia di vialetti con aiuole, che portavano alla villa padronale dalla quale la vista spaziava fino al mare, e con la presenza di numerose statue, secondo lo stile classicheggiante di quel periodo.

Nella seconda metà del XIX secolo, a seguito della morte del marchese Di Negro, il complesso fu acquistato dal e la villa fu utilizzata Comune di Genova, come Orto botanico dell’Università di Genova.

Con i bombardamenti della seconda guerra mondiale, la villa fu  praticamente distrutta, tranne il terrazzamento che dà verso i palazzi di Piazza Fontane Marose, e ricostruita, in stile moderno, negli anni successivi al fine di ospitare il Museo di arte orientale Edoardo Chiossone.

Nel periodo intercorrente tra le due guerre mondiali il giardino fu arricchito sia di piante non autoctone sia di due grotte finte “grotte”, una grande ed una piccola. Fu, inoltre, sistemata la Cascata con la creazione di sbalzi e conche, tali da rendere più scenografico il flusso dell’acqua.

Risale a quel periodo anche la costruzione della “Casa dei giardinieri”, in finto legno ed arroccata tra la voliera grande e la cascata. Ora è del tutto abbandonata o utilizzata come deposito.

Fino agli anni ’60 del XX secolo il giardino presentava diverse specie di uccelli, a partire da cigni e oche nel laghetto accanto all’ingresso di Piazzale Mazzini, per passare ad altri volatili, con diverse specie di pappagalli, nella voliera grande ed in quella piccola.

Alla fine del XX secolo la Villetta Di Negro andò incontro ad un continuo degrado, sia delle strutture, sia per il fatto che non vi erano più giardinieri residenti e, tanto meno, non veniva più effettuato alcun controllo da parte della Polizia municipale.

L’unico spazio utile per il gioco dei bambini, un tempo chiamato “Il Quadrato”, composto da bellissime aiuole, da larghi passaggi e da numerose panchine, divenne, come è ora, una spianata polverosa e coperta di foglie cadute negli anni.

La sommità della collina è forse al momento l’unica frequentata da bambini e loro genitori, in quanto è l’unico spiazzo, e presenta il belvedere detto “La Pagoda”, purtroppo inaccessibile da molti anni, e l’alto pennone della bandiera di Genova.

La parte più nota e visitata da turisti è senz’altro la Cascata scenografica: è stata ripristinata dopo un periodo di abbandono, e meriterebbe un po’ più di manutenzione e pulizia, ad esempio mettendo dei filtri per l’acqua che, come è noto, è in circolo, pompata dal basso all’alto.

Le grotte sono state chiuse da molti anni, sbarrando gli ingressi con cancellate ed ora sono, le grandi, un ricettacolo di immondizia indegna di una città civile, le piccole, essendo fuori dal passaggio, usate da latrina da alcuni visitatori.

Sembra che il motivo della chiusura sia stato l’utilizzo “improprio” in particolare della grotta grande, da parte di tossicomani, sbandati, coppie di vario genere. In effetti in quelle grotte, negli anni che ho frequentato erano luogo di scambio di effusioni tra adolescenti, con relativo passaggio di “osservatori”, ma tutto si svolgeva senza eccessi e senza pericoli.

Lo stato delle aiuole è precario, tranne alcune, la maggior parte sono incolte, i viali sono ricoperti da uno strato di foglie cadute da diversi anni.

Lo stato di incuria delle aiuole ha fatto sì che siano proliferati colonie murine, probabilmente dei ratti, come documentato nel video. In compenso non ci sono più gatti, come un tempo.

I busti degli eroi del Risorgimento, sono stati restaurati da privati, mentre quelli verso ponente, dedicati a personaggi importanti della storia genovese, un tempo sfregiate nel naso per un motivo che non conosco, e note come “I nasi rotti”, sono state rimosse, tranne una, dai piedistalli che ora restano lì testimoni dello scempio.

Nel lato verso l’ingresso prospicente Piazza dei Cappuccini, dopo la prima rampa di scale, vi è una sorta di gazebo metallico con sedili e panchine, un tempo chiamato “Tucul”. Era un luogo di ritrovo, tra gli ann’60 e ’70 del secolo scorso, di molti giovani, in particolare alternativi che colà discutevano di temi sociali e pianificavano le proteste studentesche di quegli anni. Alcune di quei giovani rimasero nel solco della lotta democratica, altri presero la strada della protesta violenta.

In conclusione la è un luogo bellissimo, al centro della città dalla quale si estranea dei rumori, un’oasi di quiete che Villetta Di Negro dovrebbe essere valorizzata molto di più di ora.

In particolare con la pulizia dei viali, la cura delle aiuole e degli alberi, specie quelli monumentali, l’apertura delle grotte, eventualmente con illuminazione, il ripristino della “Pagoda” del belvedere, la vigilanza da parte di agenti della Polizia locale o di volontari, il divieto di accesso ai cani non essendoci un’area destinata (possono sempre andare all’Acquasola), il ripristino del “Quadrato” e la cartellinatura delle piante più importanti con nome linneiano della specie e quello comune.

Ultimo ma non per importanza, il ripristino funzionale dei WC automatici, magari rendendoli a piccolo pagamento.

Sapendo come vanno le cose, come siano insensibili gli amministratori pubblici allo sviluppo e mantenimento del verde pubblico e delle ville e parchi urbani, temo che non farò in tempo a rivedere come era la Villetta Di Negro. Anzi “Dinegro”, come sempre l’ho chiamata.

Condividi questo:
Villa Croce

C’era una volta a Villa Croce…..

Villa Croce è una villa ottocentesca con un piccolo parco che si trova nel quartiere di Carignano, un tempo, prima che fossero costruiti il Corso Aurelio Saffi e poi la Fiera del Mare, praticamente sul mare.

A Villa Croce ho passato molte giornate da bambino, accompagnato da mia nonna, e ricordo in particolare una piccola fontana scenografica con una cascatella. L’insieme appariva (ed appare tutt’oggi) come una roccia naturale, scavata dall’azione dell’acqua. In realtà è costruita con pietre legate da malta cementizia.

L’acqua arrivava dall’alto,  scendeva in una vasca dove, se ricordo bene, erano dei pesci rossi, poi attraverso un cunicolo arrivava, con piccola cascata, alla base dove si disperdeva in un tombino.

Niente di straordinario, ma ricordo che giocavo a mettere delle foglie nella vasca e notare quanto ci mettessero ad arrivare alla cascatella. Oppure,con altri bambini, a fare gara a quale foglia arrivasse per prima alla base. Un modo fanciullesco di imparare l’idrodinamica.

Da molti anni la fontana è asciutta, ricettacolo di spazzatura, foglie mai rimosse: un vero schifo. Quella dei giochi d’acqua abbandonati è una costante delle ville e dei parchi storici genovesi. Si salva la cascata di Villetta Dinegro, mi dicono sia stata da poco ripristinata quella di Villa Duchessa di Galliera, ma nelle altre ville, i giochi d’acqua sono ….senza acqua. Anche nei Parchi di Nervi vi sono delle passerelle sui dei piccoli rivi artificiali, tipici dei giardini giapponesi, ma da molti anni aridi come il deserto.

Eppure ci vorrebbe poco per sistemarli, non sarebbe nemmeno uno spreco d’acqua in quanto con una piccola pompa si potrebbe riciclare, ma manca la volontà politica.

Il sindaco Bucci è interessato solo a far aprire supermercati, a creare piste ciclabili in una città dove i ciclisti non ci sono o quasi, ma della manutenzione, pulizia e controllo delle ville e parchi storici non se ne occupa minimamente.

Genova ha bisogno di persone serie e capaci e non di personaggi che mal sopportano la democrazia e le prerogative degli eletti al comune o ai municipi, e che pensano che le decisioni debbano essere prese solo da loro stessi.

Condividi questo:
La Liberazione di Genova

La Liberazione di Genova

Il 23 aprile 1945 ebbe inizio l’insurrezione che portò nei due giorni successivi alla resa delle forze armate tedesche nelle mani del Comitato di Liberazione Nazionale.

La presenza di militari tedeschi era cospicua per numero, dai 25 ai 30 mila, che per armamenti.

Le forze partigiane di città , inquadrate nei GAP, Gruppi di Azione Patriottica (formazioni legate ai diversi schieramenti politici), utilizzate prevalentemente per azioni di sabotaggio e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica simili alle precedenti ma più ridotte nel numero di aderenti. A questi erano pronte ad unirsi le formazioni di montagna, prevalentemente inquadrate nelle Brigate Garibaldi.

Il numero complessivo di insorti non superava, al momento i 5000, con armamenti quasi sempre leggeri.

Nonostante la predominanza di uomini e mezzi il comandante della piazza di Genova, il generale Günther Meinhold, si rese conto che la difesa della città non era possibile e difficile anche la fuga, in quanto le strade che portavano a nord, a partire dalla Camionale per Milano, erano bloccate dai Partigiani. Da sud, pur lentamente, stavano muovendosi le truppe alleate, per cui il generale tentò una mediazione che consentisse ai tedeschi di allontanarsi, in cambio non sarebbe stato distrutto il porto, già minato.

La mediazione fu condotta  dal cardinale Boetto e dal vescovo ausiliare Siri, ma, nella notte del 23 aprile, il CNL bocciò tale proposta dando al contempo l’ordine di sciopero generale e di insurrezione.

Il giorno successivo, il 24 aprile, dalla prima mattina iniziarono gli scontri sia con armi leggere che con mortai. I Partigiani conquistarono diverse posizioni strategiche, seppur non ancora sufficienti a dare il controllo a tutta la città.

Il 25 aprile, dall’alba, ripresero cruenti gli scontri e le formazioni partigiane conquistarono diversi punti strategici. Nel frattempo una buona parte dei militari tedeschi, compreso il comandante, era bloccato nella fuga a Savignone dalle brigate partigiane ivi operanti. Meihnold fu raggiunto da un giovane partigiano, Carmine Alfredo Romanzi, successivamente docente di Microbiologia all’Università di Genova e per anni Rettore magnifico, che gli consegno una lettera del cardinale Boetto ed una proposta di resa al CNL.

Meihnold, vedendo che non vi era possibilità alcuna di ritirata, fece ritorno a Genova e alle 19.30 del 25 aprile si incontrò a Villa Migone, nel quartiere di San Fruttuoso, con i rappresentanti del CNL, e firmò insieme al comandante partigiano Remo Scappini l’atto di resa incondizionata.

Genova fu la prima città italiana a liberarsi da sola imponendo ai tedeschi la resa senza condizioni.

Tre giornate tra le più luminose della storia del ‘900 che oggi, di fronte ai rigurgiti neofascisti, favoriti dal governo fascio-leghista, devono essere degnamente celebrate, in quanto da quella lotta sono nate la Repubblica democratica ed antifascista e la sua Costituzione, considerata una delle migliori al mondo.

Purtroppo l’errore che fu fatto alla fine della guerra fu quello di non estirpare completamente il cancro del fascismo, credendo che una riconciliazione nazionale fosse possibile. Invece, dopo 70 anni, le metastasi si sono riprodotte, sotto una diversa e per certi versi più subdola forma. Questo si evidenzia con il ridimensionare la valenza storica della Resistenza, utilizzando anche falsi storici, cercando di equiparare dal punto di vista ideale sia chi combatté dalla parte giusta che ci fu alleato e complice dei nazisti.

Sappia chi sta portando avanti questo osceno progetto che i nipoti dei Partigiani, educati ai valori della Democrazia e della Resistenza, sapranno fare come i loro nonni, affrontando e sconfiggendo ancora una volta, senza paura né remore, il fascismo in tutte le sue forme.

Atto di resa

“In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30, tra il sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del settore Meinhold, assistito dal Capitano Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte; il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria e dal Maggiore Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall’altra; è stato convenuto:

  1. Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;
  2. la resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;
  3. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento;
  4. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato anglo-Americano operante in Italia.

Documento in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco

Condividi questo:
Colonna infame

I “giardini” di via Montello in Genova

Genova, si sa, è una cittVia Montelloà nata sul mare e che si è, per forza di cose, espansa nei secoli sulle pendici dell’Appennino e lungo le valli dei torrenti.

Per questo motivo non 

ci sono a Genova parchi urbani estesi, ma solo quelli collegati alle ville patrizie costruite nel corso dei secoli.

Nell’800 e nel secolo scorso le riforme urbanistiche, a partire da quelle di Carlo Barabino, hanno modificato profondamente l’assetto viario della città, con la costruzione, intorno al 1850, dei due principali assi in salita, via Assarotti e via Caffaro, che portavano alla nuova Circonvallazione a Monte. Questi assi, così come i corsi che portavano a Castelletto e da lì oltre, avevano tutti in comune il fatto che i palazzi erano uno adiacente all’altro, con solo qualche distacco di servizio, ma non si pensò assolutamente a creare degli spazi verdi, relegando il tutto, quando possibile, ad alberature ai margini della strada.

Solo ove le curve delle strade lasciavano qualche spazio disponibile, lì erano, non sempre, creati dei piccoli giardini ad uso pubblico. Percorrendo la Circonvallazione a Monte tra Piazza Manin e Castelletto, ci sono almeno tre esempi: uno in Corso Magenta all’uscita di Via Santa Maria della Sanità, uno poco dopo nella zona nota come “Vaccheria”, ed uno in Piazza Villa.

Simili spazi non sfruttabili pienamente per costruire palazzi sono stati nel tempo lasciati come spazi verdi, sia con presenza di vegetazione spontanea, sia, nei periodi più favorevoli, con l’impianto di alberature, ad esempio lecci, pini domestici, platani.

Ne è un esempio il tratto terminale alto di Corso Monte Grappa, dove è presente un ampio spazio verde digradante verso Via Montello. La zona di Via Montello risale agli anni ’60 ed è posta sulla sommità della parte destra della bassa Val Bisagno. La strada è frutto di una urbanizzazione selvaggia, tipica di quegli anni, con palazzi molto vicini ed alti. Lo spazio verde di cui si parla sarebbe, quindi, molto importante per migliorare la vivibilità della zona, tanto è vero che negli anni ’60 del secolo scorso, furono create delle discese che scendevano, in mezzo al verde, da Corso Monte Grappa. Nelle curve dei sentieri erano stati creati dei sedili in pietra ed in un tratto anche delle panchine alla genovese, per un riposo sotto i grandi pini e cipressi.

Purtroppo negli ultimi anni, forse anche decenni, questa area verde, una vera e propria pinetina, è stata del tutto abbandonata ad uno stato che rappresenta pericoli per chi vi transiti. Le scalinate sono ricche di buche, le aiuole aride usate ormai solo come latrine dai cani, gli alberi necessitano di una manutenzione che vada al di là del taglio dei rami più pericolosi, ma che contempli il rifacimento delle aiuole, la collocazione di alberi al posto di quelli nel tempo crollati, e la vera destinazione dell’area a giardino pubblico.

Purtroppo temo sia un’utopia: l’attuale giunta comunale con il sindaco Bucci si disinteressa completamente alla manutenzione del verde pubblico –basti vedere lo stato di molti parchi di ville storiche-, preferendo investire soldi nella creazione di piste ciclabili non usate da nessuno, in quanto Genova non è mai stata e mai sarà, proprio per la sua struttura, una città per ciclisti, intesi come coloro che utilizzano il ciclo non per sport ma per spostarsi.

Un tempo, quando qualche personaggio pubblico si fosse macchiato di colpe nei confronti della Superba, per lo stesso era eretta una Colonna infame, a perpetua memoria e ludibrio. Famosa è quella di Porta dei Vacca ed in tempi più recenti quella affissa nei Giardini Baltimora, per ricordare lo scempio perpetrato con l’abbattimento del quartiere Madre di Dio per la costruzione degli orrendi palazzoni ospitanti, tra l’altro,la Regione Liguria.

Ecco una breve clip con le immagini dei “giardini” di Via Montello.

4:03
I "Giardini" di via Montello in Genova
19 Marzo 2021

 

Al sindaco Bucci, come simbolo di tutti i reggitori della cosa pubblica genovese susseguitisi nel tempo, faccio dono di una Colonna infame virtuale.:

Colonna infame
Colonna infame

Condividi questo:
Creuza

Per le crêuze e le scalinate di Genova

In questi tempi di restrizioni dovute alla pandemia, anzichè passeggiare per luoghi affollati, mi piace camminare per stradine, scalinate e crêuze di cui abbonda la Circonvallazione a Monte di Genova.

Si sa che Genova è stata costruita sul mare, partendo dal Castrum romano, ma nel corso dei secoli insediamenti si sono avuti nelle colline vicine. Spesso insediamenti monastici, santuari, chiese, ma anche terreni coltivati da cui partivano, a dorso di mulo, le provviste per la città marinara. Ecco un esempio del vero “Km zero”.

Le crêuze, per chi non lo sapesse, sono delle stradine in salita, una volta usate come mulattiere, per congiungere il centro storico di Genova a insediamenti sulle alture. La caratteristica è quella di avere una parte, di solito centrale, in mattoni rossi pieni e due parti laterali di grossi ciottoli marini, per il deflusso dell’acqua piovana. In alcuni casi, come nella Salita alla Porta di San Bernardino, le mattonate sono laterali e il ciottolato centrale. Una di queste è magistralmente descritta da Fabrizio De Andrè nella stupenda canzone “Crêuza de mä”

Passando per queste crêuze, e per le scalette che spesso sono usate nei forti dislivelli, balza subito agli occhi il pessimo stato di conservazione della maggior parte. Mattoni fuoriusciti o mancanti, ciottolati divelti dal passaggio di auto, erbe cresciute ai bordi o negli interstizi. La manutenzione è praticamente zero: il Comune non se ne cura se non porprio quando le cose si fanno pericolose e l’ineffabile Sindaco Bucci preferisce spendere migliaia di euro nelle piste ciclabili, dove non passa quasi nessuno in quanto Genova non è una città per ciclisti, intesi quelli che dovrebbero usare la bicicletta per recarsi al lavoro. Queste corsie rosse stanno riempendo molte zone della città, ovviamente quelle in piano, in quanto difficilmente chi abita sulle alture (ovvero la maggior parte dei genovesi), avrebbe difficoltà ad arrampicarsi, ad esempio, per via Assarotti, via Montaldo, via Sant’Ugo per tornare a casa.

Stamattina ho pensato di fare una passeggiata dalla zona di Piazza Manin/Largo Giardino su per una scalinata che porta alla stazione della Ferrovia per Casella. Da lì salendo per le Mura seicentesche di San Bartolomeo, poi giunti alla confluenza con via Carso e via Cesare Cabella, salendo per un viottolo e scalinata lungo il bastione delle Mura di San Bernardino, scalinata e sentiero in pessime condizioni di pulizia e manutenzione, ricco, invece, di deiezioni canine, arrivati alla Chiesa e alla Porta omonime, scendendo per la salita alla Porta di San Bernardino, una lunga crêuza che ha la caratteristica di avere due mattonate laterali ed un ciottolato centrale. Anche qui la vegetazione è rigogliosa, specie di Parietaria Officinalis, i mattoni spesso pericolosamente sconnessi e lo stesso per il ciottolato. Al termine della crêuza si raggiunge la chiesa di Santa Maria della Sanità e la discesa omonima con un ingresso al parco di Villa Gruber.

Ecco uno slideshow di immagini dei tratti in scalinata e in crêuza.

5:17
Genova: Crêuze e scalinate
17 Marzo 2021

 

Condividi questo: