Corso Italia: il degrado della pavimentazione

Corso Italia da da tempo avrebbe diventare una “promenade” come quella “Des Anglais” di Nizza o come la “Croisette” di Cannes. Invece è rimasta una passeggiata distante almeno 50/100 metri dal mare, spazio in cui, senza soluzione di continuità o quasi, vi sono stabilimenti balneari.

Comunque passeggiando sul marciapiedi lato mare è sempre gradevole, specie nelle giornate non estive, quelle un po’ uggiose o scaldate da un tiepido sole.

Una ventina di anni fa la pavimentazione del marciapiede a mare fu completamente rifatto, con ottimi risultati. Piastrelle color mattone scuro, altre più chiare vicine alle precedenti, altre a disegnare rose dei venti.

Qualche anno fa il sindaco Bucci decise di disegnare una pista ciclabile restringendo le corsie per le auto, sia dal lato mare che da quello a monte. Un idea davvero infausta, in quanto lo spazio per i pochi ciclisti era delimitato solo da una striscia bianca, e quindi la pericolosità per chi la percorreva era decisamente elevata.

Lo scorso anno lo stesso ineffabile sindaco decise per un rifacimento completo del marciapiede e delle corsie stradali a monte, creando in tal modo una pista ciclabile, rubando un po’ di spazio al marciapiede e un po’ alla corsia stradale.

Il lavori che dovevano essere conclusi prima dell’estate, sono stati completati in ritardo intono a metà agosto. Quello che ancora resta da completare sono le panchine con fioriere, visto che è stato scelto un tipo che è in orribile cemento e che dovrebbe essere rivestito di finto granito.

Di una cosa, però, non si parla: del marciapiede. Questo presenta diverse mattonelle divelte, altre spaccate, le giunture tra file di mattonelle si sono allargate tanto da consentire la crescita di erba all’interno, altar vegetazione è nata tra la pavimentazione e le balaustre, belle ma prive di manutezione e spesso usate come orinatoi di cani.

Insomma, il degrado del marciapiede è evidente e non si sa se si provvederà ad una adeguata manutenzione.

Questo è il risultato di anni di incuria da parte della amministrazione comunale che, sfortunatamente, è appena stata rieletta, per cui avrà davanti molti anni per proseguire nel favorire il degrado della città.

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Addio a Vittorio De Scalzi

Vittorio De Scalzi, voce e chitarra dei New Trolls è morto oggi a Roma all’età di 72 anni. Fondatore di uno dei complessi di rock progressivo più famosi degli anni ’60 e ’70, ha continuato negli anni successivi allo scioglimento del complesso, a proporre brani senza tempo, come “Una carezza della sera”, “Signore, io sono Irish”, “Una miniera” e l’opera rock “Concerto Grosso”.

Lo ricordo in una interpretazione, purtroppo di scarsa qualità, del 1979 di “Una carezza della sera“.

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Cosa c’è in via Cesare Corte ?

Via Cesare Corte è una strada della Circonvallazione a Monte di Genova, che si diparte da Corso Solferino e percorre il perimetro di Villa Gruber De Mari, fino a Salita Santa Maria della Sanità.

Una strada che non ha molta importanza, se non per lo strano muro di cui ho parlato in questo video. Proprio ieri mi sono accorto di un’altra stranezza. Dopo pochi metri dal Corso Solferino, la via Cesare Corte compie un’ampia curva delimitando un largo terrapieno, incolto, brullo, ma che presenta tre manufatti in metallo che sono, o dovrebbero essere, delle installazioni artistiche.

Se così è, perchè lasciarle arrugginire in un campo incolto ? Perchè non mettere una targa con il nome dell’artista ed il titolo dell’opera ?

Se invece non sono una installazione artistica, a cosa servono ?

Mistero….

P.S. in ogni modo qule terreno incolto fa veramente schifo e non si capisce perchè ASTER non provveda allo sfalcio e alla manutenzione.

Via Cesare Corte

Via Cesare Corte

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Acquedotto storico: il ramo delle Fucine

Come visto in precedenza, l’acquedotto genovese una volta entrato in quella che oggi è nota come “Circonvallazione a monte”, si divideva in due rami. A ponente il ramo di Castelletto, a levante il ramo delle Fucine.

La divisione tra i due rami avveniva in quella che oggi è corso Magenta, in prossimità di via Mameli. Il ramo delle Fucine scendeva per il bosco dei Cappuccini verso la villetta Di Negro, alimentava la cascata scenografica, e si portava alle spalle di Palazzo Spinola, ora sede della Città metropolitana e della Prefettura.

Un tratto di condotta su archi è visibile accedendo in via Grenchen sul lato sinistro del palazzo della Città metropolitana (in pratica ove è l’autorimessa).

Da lì la condotta superava con un ponte canale salita Santa Caterina e si dirigeva con un percorso che non è più verificabile, verso la collina di Piccapietra, passando per le strade ove avevano sede sia tintori che fucine di metalli e passava accanto alla Porta Aurea, non più visibile.

Da lì la condotta si portava su Porta Soprana e proseguiva sul percorso delle mura medievali, su quella che oggi è chiamato passo delle Murette. Da notare che detto passo, pur pubblico, non è accessibile in quanto chiuso da un cancello che limita l’accesso ai soli abitanti.

Interessante osservare sul lato posteriore della Porta Soprana due cannoni d’acqua piombati.

Sotto il passo delle Murette, dal lato di levante, si possono osservare un arco tra edifici in vico Gattilusio e in salita di Coccagna, diversi bronzini numerati ed un lavatoio.

Dall’altro lato del passo delle Murette, in quelli chiamati Giardini Baltimora, si osservano i Lavatoi del Barabino o della Marina. Questi lavatoi erano posizionati alla fine di via della Marina, e furono spostati a seguito della trasformazione urbanistica della zona. Sono un reperto storico interessante in quanto risalgono al periodo della Repubblica di Genova, completati nel 1797.

Superata via Ravasco, la condotta si divideva in un tratto che alimentava la cisterna pubblica di piazza Sarzano ed una che passava dapprima per vico San Salvatore, inserendosi tra gli edifici, e poi per Campopisano.

Da lì proseguiva per le mura delle Grazie, fino alla cisterna che si trovava interrata sotto la piazza omonima.

Percorso

Ramo delle fucine

Foto

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Acquedotto storico di Genova: da piazza Manin a Castelletto

Una volta oltrepassata la zona di Staglieno e il fossato di San Pantaleo, l’acquedotto storico di Genova arriva a fianco della chiesa del Santissimo Sacramento, tra la fine di via Burlando e l’inizio di via delle Ginestre.

La condotta da lì segue le curve di livello, praticamente come avviene oggi per la via Burlando, che, come è noto, è stata aperta tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Con questa sistemazione urbanistica, l’acquedotto è stato praticamente cancellato nel suo percorso, rimanendo ad oggi solo alcune piccole emergenze tra i palazzi e la sottostante via Montaldo.

E’ noto che arrivati alla piazza Montaldo, ora largo Giardino, la condotta dapprima la superava con un ponte-canale, in seguito per una galleria costruita sotto il terrapieno che oggi ospita la stazione della Ferrovia di Casella, e a fianco della Porta di San Bartolomeo.

L’acquedotto arrivava così alla fine di via Cesare Cabella, e ciò è avvalorato da un muraglione sorretto da archi, che si trova dietro il civico n.3 di Piazza Manin. Da lì la condotta attraversa la piazza e prosegue per quello che oggi è passo San Bartolomeo.

Al termine del passo l’acquedotto arriva in prossimità dell’ingresso della chiesa di San Bartolomeo degli Armeni (si notano dei lastricati sul marciapiede), e prosegue per una stretta via, chiamata (guarda un po’) passo dell’Acquidotto. Il passo è diviso in due da una piccola piazza, largo Pacifici, e termina sui bastioni ottocenteschi che sovrastano via Palestro.

Molto interessante osservare dalla sommità della scalinata, verso sinistra, degli archi che sorreggono il tratto della condotta che, dopo pochi metri diventa il marciapiede in lastre di pietra di Luserna, prima di corso Solferino, quindi di corso Magenta.

Oltrepassata villa Gruber-De Mari, il corso fa una curva a destra di 90°. Nel vertice della curva si nota una corta crêuza che scende nella sottostante via Mameli. La mattonata a destra presenta un muro ricoperto di cocci di vetro, tipicamente genovese, al di là del quale vi è l’edificio del liceo Pertini-Lambruschini.

In questo punto l’acquedotto si divide in due rami: uno detto Ramo delle Fucine, che entrava nel complesso conventuale dei Cappuccini, precisamente nel bosco, e correva oltre la Villetta Di Negro, e di lì alla parte più orientale della città.

L’altro ramo, detto Ramo di Castelletto, prosegue lungo corso Magenta, sempre sotto il marciapiede, oltrepassa giardini Acquarone, ed arriva al ponte Caffaro. Superato questo prosegue lungo corso Paganini fino a salita San Gerolamo ove è possibile osservare l’unico ponte canale del tratto. Passato Castelletto, l’acquedotto scende lungo il crinale occidentale della collina dove sono visibili alcuni tratti, diversi bronzini ed un pregevole, purtroppo abbandonato a sè, “castello d’acqua“.

Da notare che in corso Paganini, lungo il lato della condotta, sono presenti 9 chiusini in marmo per la manutenzione del tratto. Non so il motivo per il quale in un tratto di un centinaio di metri siano presenti ben nove chiusini.

Fotografie

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La Liberazione di Genova

La Liberazione di Genova

Il 23 aprile 1945 ebbe inizio l’insurrezione che portò nei due giorni successivi alla resa delle forze armate tedesche nelle mani del Comitato di Liberazione Nazionale.

La presenza di militari tedeschi era cospicua per numero, dai 25 ai 30 mila, che per armamenti.

Le forze partigiane di città , inquadrate nei GAP, Gruppi di Azione Patriottica (formazioni legate ai diversi schieramenti politici), utilizzate prevalentemente per azioni di sabotaggio e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica simili alle precedenti ma più ridotte nel numero di aderenti. A questi erano pronte ad unirsi le formazioni di montagna, prevalentemente inquadrate nelle Brigate Garibaldi.

Il numero complessivo di insorti non superava, al momento i 5000, con armamenti quasi sempre leggeri.

Nonostante la predominanza di uomini e mezzi il comandante della piazza di Genova, il generale Günther Meinhold, si rese conto che la difesa della città non era possibile e difficile anche la fuga, in quanto le strade che portavano a nord, a partire dalla Camionale per Milano, erano bloccate dai Partigiani. Da sud, pur lentamente, stavano muovendosi le truppe alleate, per cui il generale tentò una mediazione che consentisse ai tedeschi di allontanarsi, in cambio non sarebbe stato distrutto il porto, già minato.

La mediazione fu condotta  dal cardinale Boetto e dal vescovo ausiliare Siri, ma, nella notte del 23 aprile, il CNL bocciò tale proposta dando al contempo l’ordine di sciopero generale e di insurrezione.

Il giorno successivo, il 24 aprile, dalla prima mattina iniziarono gli scontri sia con armi leggere che con mortai. I Partigiani conquistarono diverse posizioni strategiche, seppur non ancora sufficienti a dare il controllo a tutta la città.

Il 25 aprile, dall’alba, ripresero cruenti gli scontri e le formazioni partigiane conquistarono diversi punti strategici. Nel frattempo una buona parte dei militari tedeschi, compreso il comandante, era bloccato nella fuga a Savignone dalle brigate partigiane ivi operanti. Meihnold fu raggiunto da un giovane partigiano, Carmine Alfredo Romanzi, successivamente docente di Microbiologia all’Università di Genova e per anni Rettore magnifico, che gli consegno una lettera del cardinale Boetto ed una proposta di resa al CNL.

Meihnold, vedendo che non vi era possibilità alcuna di ritirata, fece ritorno a Genova e alle 19.30 del 25 aprile si incontrò a Villa Migone, nel quartiere di San Fruttuoso, con i rappresentanti del CNL, e firmò insieme al comandante partigiano Remo Scappini l’atto di resa incondizionata.

Genova fu la prima città italiana a liberarsi da sola imponendo ai tedeschi la resa senza condizioni.

Tre giornate tra le più luminose della storia del ‘900 che oggi, di fronte ai rigurgiti neofascisti, favoriti dal governo fascio-leghista, devono essere degnamente celebrate, in quanto da quella lotta sono nate la Repubblica democratica ed antifascista e la sua Costituzione, considerata una delle migliori al mondo.

Purtroppo l’errore che fu fatto alla fine della guerra fu quello di non estirpare completamente il cancro del fascismo, credendo che una riconciliazione nazionale fosse possibile. Invece, dopo 70 anni, le metastasi si sono riprodotte, sotto una diversa e per certi versi più subdola forma. Questo si evidenzia con il ridimensionare la valenza storica della Resistenza, utilizzando anche falsi storici, cercando di equiparare dal punto di vista ideale sia chi combatté dalla parte giusta che ci fu alleato e complice dei nazisti.

Sappia chi sta portando avanti questo osceno progetto che i nipoti dei Partigiani, educati ai valori della Democrazia e della Resistenza, sapranno fare come i loro nonni, affrontando e sconfiggendo ancora una volta, senza paura né remore, il fascismo in tutte le sue forme.

Atto di resa

“In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30, tra il sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del settore Meinhold, assistito dal Capitano Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte; il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria e dal Maggiore Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall’altra; è stato convenuto:

  1. Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;
  2. la resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;
  3. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento;
  4. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato anglo-Americano operante in Italia.

Documento in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco

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In cima cocci aguzzi di bottiglia

Una delle poesie di Eugenio Montale che quasi tutti gli studenti italiani hanno avuto il piacere di affrontare (quelli della mia età anche studiare a memoria) è “Meriggiare pallido ed assorto“. Una bellissima poesia dei oltre 100 anni fa, esattamente del 1916, pubblicata nel 1925 nella raccolta “Ossi di Seppia” in cui il Poeta espone .

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Lungi da me l’idea di farne la parafrasi, di interpretare il testo, parlare della mancata armonia tra l’uomo e la natura, il “male di vivere“,  la solitudine dell’uomo, chiuso da un’impenetrabile muraglia che sl colmo ha “cocci aguzzi di bottiglia“.

Proprio di quei cocci voglio parlare, in quanto proprio oggi sono passato in una breve crêuza che congiunge Corso Magenta a Via Goffredo Mameli. La crêuza è delimitata nei primi dua tratti da muri di confine oltre i quali vi sono giardini privati. Su quei muri bianchi di calce sono cementati frammenti di bottiglia, colli spezzati, taglienti rivolti verso l’alto ad incutere timore agli incauti violatori delle proprietà che sono oltre il muro.

I cocci di bottiglia sui muri sono tipici dei paesaggi liguri, a Genova anche in piena città. Erano un tempo, ma spesso anche ora, usati in quanto non costavano nulla, rispetto a filo spinato o punte metalliche, bastava un po’ di malta sl colmo del muro e lì si cementavano i cocci. E duravano, non si arrugginivano, erano sempre taglienti anche dopo decenni.

In conclusione non posso esimermi da un ricordo del prof. Angelo Marchese, mio docente di Lettere al Liceo Colombo nei primi anni ’70 del Novecento, purtroppo scomparso da molti anni. Devo a lui, uno dei più importanti studiosi di Montale e il più importante esponente della critica letteraria semiologico-strutturalista, l’interesse che coltivo per la poesia montaliana (e per molte altre cose…).

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I marciapiedi di Via Mameli in Genova

Qualche tempo fa ho percorso Via Goffredo Mameli per recarmi alla Villetta Dinegro. La via è una di quelle che nella mia vita avrò percorso migliaia di volte, avendo abitato per molti anni nei pressi. E’ una salita che porta da Piazza dei Cappuccini a Corso Megenta; nel primo tratto fino all’incrocio con Via Pastrengo (n.b. tutte le strade di quella zona hanno nomi che richiamano il Risorgimento), ed  ai due lati della strada vi sono dei palazzi signorili ottocenteschi, mentre nel tratto superiore il lato di levante è il terrapieno su cui insiste il Corso Magenta e, se ben ricordo, sede della diramazione dell’acquedotto storico, nella parte che poi terminava nel porto di Genova.

La via nel lato di ponente presenta alberi di alto fusto, se non erro Sophora Japonica, con ampie chiome che danno una piacevole ombra nei mesi più caldi. Purtroppo le radici di questi alberi, mai curati nel passato, hanno sollevato le selci del marciapiede in diversi punti. Questo comporta un pericolo evidente di inciampo tanto che costringe a camminare con gli occhi ben fissi a terra.

Sarebbe opportuna una manutenzione straordinaria, ma il Comune di Genova non pare interessato.

AGGIORNAMENTO

Un doveroso aggiornamento. Passando oggi 21 aprile in via Mameli ho visto operai e tecnici di ASTER al lavoro. La maggior parte dei vecchi alberi è già stata tagliata e le radici tolte dal sottosuolo. E’ in avanzato stato la messa a dimora con alberelli di Sophora Japonica che si spera possano ridare dignità alla strada, anche se ci vorranno diversi anni di crescita.

Anche le selci sollevate dalle radici sono state sistemate quasi tutte in modo apprezzabile ed al momento in cui scrivo, 21 aprile 2022, restano da sistemare solo le piante in prossimità dell’innesto con Corso Magenta.

 

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