John Lennon

Le cinque più belle canzoni del XX secolo (secondo me…..)

Dopo le cinque più belle canzoni dei Beatles e di Fabrizio De Andrè ecco, sempre secondo me, le cinque più belle del XX secolo.

Queen – Bohemian Rapsody

 

The Beatles – Let it be

 

Led Zeppelin – Stairway to heaven

 

John Lennon – Imagine

 

Bob Dylan – Blowin’ in the wind

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Le cinque più belle canzoni dei Beatles (secondo me…)

Visto che non avevo altro da fare ho pensato quali fossero le cinque più belle canzoni dei favolosi The Beatles, la band che ha cambiato il paradigma della musica pop mondiale.

Confesso di averci messo un bel po’ a decidere, facendo una decina di classifiche e poi cambiandole. In realtà avrei dovuto scegliere le 50 piu belle canzoni, visto che è difficile scartarne qualcuna, ma alla fine ecco la mia personale cinquina.

Let it be (1970)

 

A Day in the life (1967)

 

Come together (1969) 

 

Yesterday (1965) 

 

Strawberry fields forever (1967)

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40 anni senza John Lennon

L’8 dicembre 1980 alle ore 23 circa a New York John Lennon stava rincasando, dopo una giornata di lavoro nel suo studio di registrazione, quando davanti all’atrio del Dakota Building, dove risiedeva, un giovane di nome Mark David Chapman esclamò: “Hey, mister Lennon”. John ebbe appena il tempo di girarsi mentre Chapman esplodeva 5 colpi di pistola verso di lui. Johon cadde a terra perdendo i sensi e fu subito soccorso e trasportato al Roosvelt Hospital dove in meno di un’ora morì.

Le motivazioni addotte dall’assassino furono diverse in divesi momenti, da quella in cui pensava così di liberarrsi da una “depressione cosmica”, a quella religiosa, riferita alla strofa di  Imagine ove si immagina un mondo senza religioni, all’invidia per una persona che aveva conseguito un successo planetario. Fu condannato ad almeno 25 anni di carcere,  ma tutt’ora è ristretto in quanto le sue richieste di libertà condizionata sono state sempre respinte.

Con quei 5 colpi di pistola moriva uno dei più importanti musicisti del XX secolo, sia per la sua attività nei Beatles, dove con Paul McCartney fu autore della maggior parte dei brani sia come testo che come musica, sia per quella da solista nel corso degli anni ’80 del XX secolo.

Non credo sia il caso di ricordare i successi dei Beatles, ma piuttosto la produzione come solista che fu permeata dal pacifismo, tanto che fu per anni dichiarato persona non gradita negli USA e, quando riuscì ad avere la “green card” sottoposto a costanti controlli da parte dell’FBI e di altre Agenzie federali.

Di questa produzione sono notevoli brani come “Power to the People” (1971) che divenne l’inno di chi era contrario all’imperialismo USA, e. dello stesso anno, la famosissima “Imagine“, considerata una dei brani più belli del XX secolo, per me il più bello. Nell’anno successivo John scrisse un’altro brano iconico “Merry Christmas (the war is over)“.

Non ho fino ad ora citato la persona più amata da John e che ne condizionò la vita: Yoko Ono, artista di origine giapponese. Secondo molti, ed io sono tra questi, Yoko Ono fu una concausa, e forse nache determinante, della separazione dei Beatles all’inizio degli anni ’70. Sappiamo che l’attività della band durò circa 10 anni, dal 1960 al 1970, per cui si può pensare cosa sarebbe potuto accadere negli anni della maturità artistica del quartetto, quali monumenti musicali avrebbero potuto creare.

Ma la storia non si può cambiare.

John Lennon
 

Imagine (1971)

Imagine there’s no heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today…Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace…You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one

Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world…

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one

Immagina che non ci sia alcun paradiso
E’ facile se ci provi
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi soltanto il cielo
Immagina tutta le gente
Che vive solo per l’oggi…Immagina che non ci siano patrie
Non è difficile farlo
Nulla per cui uccidere o per morire
Ed anche nessuna religione
Immagina tutta la gente
Che vive la vita in pace…

Potresti dire che io sia un sognatore
Ma non sono l’unico
Spero che un giorno ti unirai a noi
Ed il mondo sarà come uno solo

Immagina che non ci siano proprietà
Mi domando se tu possa
Nessuna necessità di avidità o ingordigia
Una fratellanza di uomini
Immagina tutta le gente
Condividere tutto il mondo….

Potresti dire che io sia un sognatore
Ma non sono l’unico
Spero che un giorno ti unirai a noi
Ed il mondo sarà come uno solo.

 

 

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Abbey Road 1969

Quando una foto diventa un’icona

Cinquant’anni fa, il giorno 8 agosto 1969, i Beatles erano impegnati nella produzione del loro dodicesimo e, purtroppo, penultimo album negli studi di Abbey Road, a Londra. I Fab Four ed i loro collaboratori di studio discussero a lungo sull’immagine di copertina da utilizzare. Diverse proposte, dalle più semplici alle più complesse, non riuscirono a soddisfare completamente il quartetto anche alla luce del successo avuto dall’album del 1967 “Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club band” e che si voleva replicare.

Ad un certo punto a Paul McCartney venne l’idea di una foto del quartetto nel momento di attraversare la strada di fronte lo studio, Abbey Road. A dare corpo all’idea fu chiamato Iain Macmillan, un fotografo che aveva già lavorato con i Beatles. Senza chiedere alcun permesso, Mamillan organizzò la ripresa intorno alle ore 12, contando così sullo scarso traffico di veicoli e passaggio di pedoni. Il Fotografo si pose su una scala mentre i Fab Four attraversarono sulle strisce la strada.

Non si sa bene come fosse organizzato l’attraversamento, si sa solo che l’ordine fu scelto dal fotografo. Nella foto si vedono i quattro di lato, davanti John Lennon con un vestito bianco e le mani in tasca, Ringo Starr in un completo “total black”, Paul McCartney con un vestito blu spiegazzato, sigaretta tra le dita e senza scarpe. Chiude la fila George Harrison in abbigliamento più casual in jeans.

La foto si ritiene non sia mai stata ritoccata, a sinistra si vede un’auto, un Maggiolino Volkswagen, malamente parcheggiata a metà sul marciapiede, a destra un furgone nero, probabilmente un taxi londinese, e poco lontano la figura di un uomo, un turista americano che senza volere si è trovato a far parte di una foto così importante. Come detto in precedenza la foto servì per la copertina dell’album chiamato “Abbey Road” che uscì nell’autunno dello stesso 1969.

La foto divenne con gli anni iconica. Ma perchè questo accadde ? In fondo si tratta di una foto abbastanza normale, sicuramente meno complessa ed accurata di quella usata per “Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club band”, ma alcuni particolari hanno portato, negli anni successivi, a letture molto fantasiose, a partire da quella che ritiene che la foto volesse comunicare la morte di Paul McCartney, sostituito in seguito da un sosia, quello che ancor oggi si esibisce in decine di concerti. E’ ovvio che chi ha un minimo di sale in zucca non possa considerare fantasiosa, se non cospirazionista tale teoria, ma molti si sono lanciati a individuare in alcuni particolari supporto ad essa.

  • La posizione e l’abbigliamento dei quattro: John, vestito di bianco, rappresenterebbe il religioso che officia il funerale. Ringo, di nero vestito, uno degli addetti al rasporto della bara, o, cosa comune in Inghilterra, colui che coordina il funerale. Paul, unico ad avere la gamba destra in avanti, con la sigaretta nella mano destra (è a tutti noto il fatto che sia mancino), e senza scarpe sarebbe il defunto (in Inghilterra i defunti si seppellliscono senza scarpe). George, infine, in abiti quasi da lavoro sarebbe il seppellitore.
  • Il furgoncino o taxi nero: potrebbe rappresentare un carro funebre.

Appare evidente che la teoria sulla morte di Paul, per sostenuta in seguito da diversi indizi indizi non è altro che una pura e semplice idiozia, in quanto nei cinquantanni successivi Paul McCartney ha avuto una straordinaria carriera ed ancor oggi, avvicinandosi agli 80 anni, tiene concerti in tutto il mondo.

L’attraversamento di Abbey Road ancor oggi è meta di un costante pellegrinaggio di fans che si riprendono nello stesso modo dei Fab Four.

 

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The Beatles: 50 anni dal Concerto sul tetto

Il 30 gennaio è trascorso mezzo secolo da uno dei concerti che hanno segnato in modo indelebile la musica pop del XX secolo. Si tratta del “Rooftop Concert” dei Beatles, l’ultimo della band che nell’anno successivo si sarebbe, ahimè, sciolta.

Un concerto di solo una quarantina di minuti, tenuto in una gelida mattinata del 30 gennaio 1969 sul terrazzo del palazzo ove aveva sede la Apple Corps., a Londra in Savile Row 3. La Apple Corps. era, è bene chiarirlo per evitare fraintendimenti, la società musicale fondata dagli stessi Fab four.

Alla fine degli anni ’60 del XX secolo, dopo 7 anni di attività, il quartetto era in profonda crisi. Dopo una fase mistica, culminata nel 1968 con il soggiorno in India da Maharishi Mahesh Yogi, i dissidi tra i quattro, in particolare tra John e Paul, divennero sempre più frequenti, tanto da abbandonare i concerti e rallentare la produzione discografica.

Tuttavia le richieste dei discografici e quelle del pubblico di produrre nuovi brani, convinse i Beatles (anche se George fu piuttosto riluttante), a riunirsi per un progetto che su chiamato “Get Back” che prevedeva anche produzione di un film durante le prove di registrazione e culminante con una esibizione in un posto insolito, piuttosto che in una sala di concerto o in uno stadio. Il film si sarebbe intitolato “Let It Be – Un giorno con i Beatles“.

Al termine delle riprese delle prove di registrazione i Beatles decisero, forse per comodità o per evitare di dover stare troppo tempo insieme, di tenere un concerto sul tetto del palazzo sede degli studi di registrazione.

I tecnici di Apple Corps. portarono sul tetto gli strumenti e, nonostante il freddo intenso, i quattro, con la presenza anche di Billy Preston, un bravissimo tastierista, alle 12 iniziarono a suonare.

I brani che vennero proposti iniziarono con

  • “Get Back”
  • “I Want You (She’s So Heavy)”
  • “Get Back” (seconda versione)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “I’ve Got a Feeling
  • “One After 909”
  • “Danny Boy” (brano tradizionale inglese)
  • “Dig a Pony”
  • “God Save the Queen” (inno nazionale)
  • “I’ve Got a Feeling”
  • “A Pretty Girl Is like a Melody” (brano jazz)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “Get Back”

Da notare che alcuni brani o parte di essi non sono stati registrati, e quindi non presenti nel filmato, in quanto i tecnici dovettero cambiare un paio di volte i nastri di registrazione.

Ben presto sotto il palazzo di Savile Row si radunarono molti passanti, per lo più incuriositi da ciò che sentivano, più che vedere, ma in pochissimi minuti la strada si riempì tanto da bloccare il traffico.

Nella parte di film girato per la strada si vedono diverse persone meravigliate, una anche abbastanza infastidita, e un cospicuo numero di poliziotti che si interrogavano su cosa fare.

Alla fine venne dato l’incarico ad un paio di “bobbies” di salire sul tetto per far cessare l’esibizione in quanto non era autorizzata e stava turbando il vicinato. Nel film si vedono gli agenti discutere con i tecnici mentre i Fab Four continuavano imperterriti nella loro esibizione.

Credo che quegli agenti non avessero allora cognizione del fatto che si trovavano di fronte ad un fatto storico, all’ultima esibizione dei Beatles, ad un concerto che cambiava completamente il paradigma della musica pop.

Comunque la legge non conosce scappatoie e, dopo 40 minuti circa, il concerto venne sospeso. Alla fine John salutò i presenti con una frase che rimase storica: “I’d like to say thank you on behalf of the group and ourselves and I hope we’ve passed the audition” (Vorrei ringraziare a nome del gruppo e di noi stessi e spero che abbiamo passato l’audizione).

Durante l’esibizione John pronunciò altre frasi, alcune delle quali si possono sentire nel film e, spesso, con significati un po’ oscuri.

Dopo il Concerto sul tetto l’attività musicale dei Beatles si protrasse con l’uscita dell’album “Abbey Road” nel settembre del 1969, famoso anche per la copertina in cui i quattro attraversano la strada, e si concluse di fatto l’anno successivo con la pubblicazione dell’album “Let It Be“, i cui contenuti erano già stati prodotti precedentemente.

Considerando che il primo album dei Beatles è “Please please me” del marzo 1963 e l’ultimo, come detto, “Let It Be” del maggio 1970 la carriera discografica dei Beatles durò circa 7 anni: sicuramente pochi. Ma nessun altro gruppo fu così decisivo nel progresso della musica pop del ‘900.

Una versione, pur non completa, del filmato
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Sgt. Pepper compie 50 anni

Esattamente cinquant’anni fa, tra il 26 maggio 1967 e il 1 giugno dello stesso anno (la vera data non è mai stata chiarita), uscì l’ottavo album dei Beatles dal titolo che apparve ai più strano: “Sgt. Pepper’e Lonely Heart Club Band“, tradotto: “La Banda del Club dei Cuori Solitari del Sergente Pepper“. I Beatles erano al momento al culmine della loro notorietà, anche se come è noto la loro storia come gruppo durò tremendamente poco, solo 10 anni, dal 1960 al 1970, e veniva dopo un altro monumento della musica degli anni ’60, l’album “Revolver“.

Sgt.Pepper è considerato un album dei ricordi di gioventù dei Fab4, e mescola brani dal ritmo incalzante, ad altri molto più lenti, questi ultimi anche con il suono del sitar di George Harrison.

La canzone di apertura, che dà il titolo all’album fu innovativa sia per l’utilizzo di una banda, registrata anche nel momento in cui accordava gli strumenti,  sia per il rumore di fondo di un pubblico, quasi fosse stata una registrazione live.

Altre due canzoni sono state sempre considerate di rottura, in quante giudicate l’una, “Lucy in the Sky with Diamonds” un inno all’acido lisergico, e l’altra, “Fixing a Hole” alludente all’uso dell’eroina. Ovviamente Paul e John smentirono questa lettura, dicendo che nel primo caso si fossero ispirati ad un romanzo di Lewis Carroll, mentre nel secondo era semmai una critica verso l’uso di droghe pesanti a favore della marijuana (di cui Paul era un buon utilizzatore).

Tra le altre canzoni, credo che la più importante possa essere considerata “A Day in the Life“, anch’essa una metafora che illustrava le visioni che si percepivano con l’uso dell’LSD. Il brano ha una costruzione musicale complicatissima, con l’utilizzo di strumentisti, di suoni d’ambiente, di voci registrate su nastro e tagliate.

Olra ai contenuti artistici l’album è famoso per la sua copertina. Per la prima volta una copertina di un disco diventa una vera e propria opera d’arte, con una serie di significati alcuni dei quali non sono mai stati chiariti del tutto.

Se la parte centrale presenta solo una foto dei Fab4 con dei costumi da musicisti di banda, coloratissimi e diventati da allora iconici, la contro-copertina presenta i testi dei brani ed una foto dei Beatles, tre posti di fronte e Paul McCartney posto di spalle. Secondo i fautori della teoria della morte di Paul e della sostituzione dello stesso, questo è un messaggio che conferma questa strampalata teoria, unitamente alla presenza nel disco di una cosiddetta “traccia fantasma” che, letta al contrario, dovrebbe confermare la morte e ad altre indicazioni presenti nella copertina.

La copertina è una delle icone Pop del XX Secolo. Probabilmente è la più famosa. Solo poche copertine possono avvicinarsi a questa, degli stessi Beatles probabilmente “Abbey Road“, ma la cover di Sgt.Pepper presenta una complessità di messaggi ineguagliabile. Basti pensare alle persone raffigurate, da Jung a Poe, Dylan, Laurel & Hardy, Marilyn Monroe, Fred Astaire, Karl Marx, Oscar Wilde, Einstein.

Sgt. Pepper uscì in Italia dopo qualche tempo e lo stesso giorno dell’uscita mi recai presso il negozio Ricordi di Genova per acquistarlo. Ricordo la coda ed il fatto che per un paio di centinaia di lire potei comprare la versione Stereo, anche se avevo un giradischi solo mono.

 

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