Ferlinghetti

Se ne è andato Lawrence Ferlinghetti

All’età di 101 anni se ne è andato Lawrence Ferlinghetti, uno dei più grandi poeti ed attivisti della Beat Generation.

Fu anche libraio, facendo della propria libreria City Lights di San Francisco un vero cenacolo di autori, tra i quali Allen Ginzberg, di cui pubblicò il famoso poema “Howl”, e Jack Kerouak di cui pubblico i primi lavori.

Fu anche poeta con una cospicua produzione, ed una del”le raccolte più interessanti è “A Coney Island of the Mind“.

Una vita lunghissima e piena di successi. Con lui scompare l’ultimo interprete della Beat Generation.

Lo ricordo con questo video in cui recita una delle sue poesie: “The world is a beautiful place”.

2:30
Lawrence Ferlinghetti: The world is a beautiful place
19 Marzo 2019

 

Condividi questo:
Dachau

27 gennaio: Giorno della Memoria 2021

Oggi mercoledì 27 gennaio si celebra il Giorno della memoria, in ricordo dei milioni di esseri umani, ebrei, omosessuali, zingari, prigionieri politici ed altri, uccisi dalla follia nazifascista e dall’iniziale disinteresse di molti paesi.

Ora rigurgiti fascisti e nazisti cercano di uscire dalle fogne dove la storia li aveva relegati, magari nascondendosi sotto le bandiere di populisti, nazionalisti o di suprematisti bianchi, spargendo teorie negazioniste che, purtroppo, sono raccolte dalle menti più fragili.

Spesso anche in Italia si assiste a commemorazioni del fascismo e del suo leader – quello che volle le leggi razziali del 1938 – mentre  partiti parlamentari, ad esempio la Lega e Fratelli d’Italia, pur se non apertamente, nei fatti e in molte dichiarazioni di loro rappresentanti danno una lettura positiva o, quanto meno, non negativa del ventennio fascista.

A loro contigui sono frange che si dichiarano senza vergogna eredi del fascismo, approfittando di una certa connivenza di parti di apparati dello Stato deputati all’ordine pubblico che non li persegue secondo le leggi vigenti, leggi che, indubbiamente, dovrebbero essere riviste in modo che emblemi, citazioni, espressioni proprie del fascismo e del nazismo siano duramente punite.

Come scrisse il grande Partigiano Sandro Pertini :”Con i fascisti non si discute ma li si combatte con ogni mezzo perchè il fascismo è la negazione della libertà“.

Per celebrare il Giorno della Memoria 2017 pubblico alcune foto di un pellegrinaggio con un gruppo di studenti che organizzai nel 1984 all’Istituto Tecnico Statale di Chiavari nel 1984 al campo di concentramento di Dachau, quello che è definito il “padre di tutti i lager nazisti“, dove le SS si “esercitavano” allo sterminio di esseri umani e ai cui cancelli fu posta per la prima volta l’ignobile scritta “Arbeit macht frei“.

Condividi questo:
Joan Baez

Joan Baez compie 80 anni

La grande cantautrice americana Joan Baez compie oggi 80 anni. Auguri ad una delle voci più significative della musica folk e pop internazionale, ma soprattutto ad una strenua combattente contro le ingiustizie del mondo. Dalle battaglie politiche contro l’intervento USA in Indocina, a quelle contro la segregazione e la discriminazione razziale, contro la pena di morte,  e, in tempi recenti,  oggi alla contestazione civile contro il peggiore e più pericoloso presidente degli USA, Donald Trump.

Di lei si ricordano canzoni straordinarie, sia come autrice che come interprete: “Where Have All the Flowers Gone ?”, “Farewell Angelina”, We Shall Overcome”, “Here’s to You” -dedicata agli anarchici italiani Sacco e Vanzetti e musicato da Ennio Morricone-, Where Are You Now, My Son ?”, “Gracias alla Vida” di Violeta Parra, fino alla stupenda interpretazione con Bob Dylan della sua “Blowin’ in the Wind“, una delle più grandi canzoni del ‘900.

E non dimentichiamo il suo amore per l’Italia e la musica italiana, con diverse esibizioni con artisti del nostro paese, come Francesco De Gergori, Vinicio Capossela, a esibizioni in supporto di Emergency, a diversi concerti che hanno sempre avuto il tutto esaurito. Ed anche interpretazioni di brani italiani come “La canzone di Marinella” di Fabrizio De Andrè, “La donna cannone” di Francesco De Gregori, “Un ora d’amore” e “C’era una ragazzo che come me amava i Beatles ed i Rolling Stones” di Gianni Morandi.

Ricordo, come fosse ieri, di aver assistito a due concerti di Joan, il primo nella primavera del 1984 al Palasport (ricordo una pessima acustica) ed il secondo al Teatro Margherita di Genova nell’estate del 1986, dove oltre la scaletta, continuò a proporre dei bis anche improvvisando senza accompagnamento musicale.

Auguri Joan di continuare ancora a lungo la tua carriera e di essere sempre un punto di riferimento per chi crede nella democrazia e nella pace.

 

Joan Baez a Genova
Joan Baez a Genova -1986

 

Condividi questo:

Ma che paese sono gli USA ?

Le recenti elezioni presienziali americane, con la vittoria pur sofferta del candidato democratico Joe Biden sul candidato repubblicano (ma sarebbe meglio chiamarlo fascista) Donald Trump hanno evidenziato una grossa spaccatura tra i due schieramenti principali della politica USA.

Sui contenuti della campagna elettorale molt temi sono stati ammpiamente dibattuti ed hanno evidenziato notevoli differenze tra i due candidati.

Parlo l’assistenza medica a chi non possa accedere ad assicurazioni personali che Biden vorrebbe rafforzare migliorando il noto “Obamacare” mentre Trump vorrebbe ridurre se non eliminare per ridurre i cost; l’ambiente e lo sviluppo delle risorse alternative ove Biden è favorevole mentre Trump perforerebbe ogni metro quadrato del territorio USA alla ricerca di petrolio; la politica internazionale, per la quale Biden vede l’importanza di un rapporto non conflittuale con l’Europa, la Cina ed i paesi emegenti, mentre Trump ha fatto del motto “America First” la sua icona. Infine, importante, la lotta alla pandemia Covid-19 che Biden già ha dichiarato di voler combattere con i mezzi della scienza per bloccarla, mentre Trump nega la pericolosità della pandemia, critica le limitazioni personali imposte da diversi stati, crede che la clorochina possa essere il farmaco risolutore.

Biden, pur con difficoltà, è riuscito ad avere la maggioranza dei grandi elettori, oltre quella meno importante dei voti totali,  con una politica centrista, senza una visione innovativa della società americana, forse conscio del fatto che ha 78 anni e che un secondo mandato sarebbe improponibile, relegando in tal modo in un angolo la sinistra del Partito Democratico per non spaventare l’elettorato americano della “Middle class” che vede sempre con preoccupazione le innovazioni sociali.

Trump al contrario ha fatto leva sui sentimemti peggiori degi americani: la costruzione dle muro con il Messico, l’utilizzo delle Guardia nazionale nella repressione delle giuste proteste innescate da omicidi di neri da parte della polizia, il voler sempre dimostrare la propria forza, il giustificare l’uso delle armi.

 

Armati in Pennsylvania
Armati in Pennsylvania

In questa foto, frame di un video disponibile a questo indirizzo, mostra diversi supporter di Trump armati fino ai denti he protestano per supposti e, fino ad ora, non provati brogli elettorali.

Ovviamente tutti hanno il diritto di protestare se ritengono sia stata commessa un’ingiustizia, ma armati in quel modo dà solo il segno che le loro ragioni, in un modo o nell’altro, le sosterrebbero, anche con la violenza.

D’altra parte si è letto dell’aumento di vendita delle armi, una delle piaghe irrisolvibili degli USA, nell’imminenza delle votazioni. Come dire che molti americani hanno rafforzato i loro arsenali in caso di “problemi”.

Questi sono gli USA. Qualcuno ha scritto che sono fondalmentalmente un paese popolato da persone rozze, discendenti di delinquenti inglesi mandati nelle colonie,  poveracci immigrati alla ricerca di una vita migliore,  sterminatori dei nativi, intimamente razzisti che, nella maggior parte dei casi, ritengono i neri o i latini esseri inferiori.. Un popolo che non ha vissuto il Rinascimento, e quindi non ha il culto del bello, che ha saputo emergere, questo sì, nelle tecnologie e nelle scienze anche se, spesso, per scopi criminali (invenzione della sedia elettrica, della camera a gas, dell’iniezione letale, della bomba atomica, delle bombe N, etc.).

Ora speriamo che le procedure per l’nsediamento di Biden vadano avanti senza problemi e quel pazzo fascista di Trump non cerchi di impedirle con metodi anti democratici. Questo non solo per gli USA, ma per il mondo intero.

 

Condividi questo:
Kostas Georgakis

50 anni dal sacrificio di Kostas Georgakis

La notte del 19 settembre 1970 in piazza Matteotti a Genova, verso le ore 3 alcuni netturbini videro un lampo e delle fiamme levarsi dalla scalinata del Palazzo Ducale. Si avvicinarono e videro la sagoma di un uomo bruciare e delle grida che dicevano: “Viva la Grecia libera”, “Morte ai tiranni”, “L’ho fatto per la mia Grecia”. Il giovane fu soccorso e portato in ospedale, ma le gravi ustioni lo condussero velocemente alla morte.

Kostas Georgakis era uno studente ventiduenne di Corfù, iscritto e frequentante la facoltà di Geologia dell’Università di Genova. Come è noto in quel momento in Grecia al potere, a seguito di un colpo di stato, vi erano i “Colonnelli”, che avevano instaurato una sanguinaria dittatura. Kostas, come molti altri studenti greci a Genova era oppositore della dittatura, iscritto anche all’Unione di Centro.

Il clima in quei giorni non era certo sicuro per questi studenti in quanto al consolato greco di Genova erano stati inviati dal regime agenti speciali col compito di raccogliere informazioni sulle attività degli oppositori.

Molti di questi erano spesso ospiti per le loro riunioni di sezioni del Partito Comunista Italiano e del Partito Socialista Italiano.

Alloar ero iscritto alla Federazione Giovanile Socialista (FGSI) ed ebbi modo di conoscere uno degli esponenti di spicco degli studenti greci, Iannis Zisssimos. Spesso lo accompagnavo con la moto a riunioni e in una di quelle ebbi modo di conoscere Kostas. Ricordo perfettamente che l’impressione che ebbi fu quella di trovarmi di fronte ad un giovane molto preoccupato per la situazione e nel suo viso era evidente una patina di tristezza.

Infatti si venne a sapere che Kostas temeva per la sua famiglia, la quale aveva già subito delle minacce da parte della polizia dei colonnelli, tanto che fu loro vietato di inviare al giovane soldi per il suo mantenimento.

E’ chiaro che il sacrificio di Kostas fu dettato sia dalla paura che la sua famiglia potesse subire guai peggiori, oltre a quello di far sapere al mondo che vi era chi combatteva anche da lontano la dittatura.

Ricordo benissimo il funerale, la manifestazione che seguì, e le lacrime dei suoi compagni di studio. Ricordo ancora ora cosa mi disse Iannis Zissimos: “Non abbiamo capito quanto soffrisse e quanto fosse il suo amore per la Patria”

Kostas lasciò ad un amico una lettera in cui scrisse” Sono sicuro che presto o tardi i popoli europei capiranno che un regime fascista come quello greco basato sui carri armati non rappresenta solo un’offesa alla loro dignità di uomini liberi ma anche una continua minaccia per l’Europa…. Non voglio che questa mia azione venga considerata eroica poichè è niente altro che una situazione di mancata scelta. D’altra parte risveglierà forse alcune persone alle quali farà vedere in che tempi viviamo.

In Piazza Matteotti c’è una lapide in ricordo del sacrificio di Kostas Georgakis, purtroppo scolorita dal tempo e sarebbe il caso che il Comune di Genova si facesse carico del restauro.

Kostas Georgakis

Condividi questo:

Dachau 1984:il viaggio, il freddo, la memoria

A 36 anni dall’effettuazione del primo viaggio all’estero per l’Istituto Tecnico Statale “In memoria dei morti per la patria” di Chiavari, riporto un articolo già pubblicato nel sito Web dell’Istituto, sperando che gli alunni di allora, ormai adulti di (quasi) mezza età, possano ricordarselo e tenere a mente le atrocità commesse dai nazi-fascisti, affinchè non si abbiano  a ripetere.  Parimenti un ricordo dei colleghi che allora collaborarono e parteciparono all’iniziativa e a quella successiva del 1985.

Nell’ormai lontano anno scolastico 1983-1984 fu nominato Preside dell’Istituto il prof. Silvano Tagliaferri. Il prof. Tagliaferri restò solo due anni a capo dell’Istituto, prima di ritornare nella sua zona d’origine, il Parmense, ove tutt’ora è Dirigente scolastico all’Istituto tecnico statale per geometri Rondani di Parma, ma in quei due anni diede un notevole impulso al rinnovamento dell’Istituto.

In quest’ottica fu possibile organizzare il primo viaggio d’istruzione all’estero. Il viaggio fu organizzato dallo scrivente e dal prof. Sergio Picchio, allora docente di Costruzioni, ed aveva come meta Monaco di Baviera.

Diversi furono gli obiettivi didattici e culturali del viaggio, partendo da una visita approfondita al Deutsches Museum, uno dei più importanti musei della Scienza e della Tecnica, passando alla visita della Città Olimpica, in particolare per studiare le tensostrutture dello stadio di calcio, per completarsi in un giro della città e dei sui siti culturali più importanti.

Considerando che a pochi chilometri da Monaco si trova Dachau, sede del primo lager nazista, ritenni opportuno proporre una visita a quel sito, al fine di far conoscere direttamente agli alunni esempi di quello che furono gli strumenti utilizzati dai nazisti per perpetrare l’olocausto.

Al viaggio parteciparono oltre agli organizzatori, il Preside Tagliaferri, i prof. Renata Armanino e Carlo Silvestri, una trentina di alunni di diverse classi dei trienni ed alcuni genitori.

Il viaggio si svolse dal 27 al 2 marzo 1984, con un viaggio interminabile in autobus. La partenza avvenne a mezzanotte, in modo da avere un giorno in più di tempo, e prevedeva una sosta ad Innsbruck per il pranzo.

Il periodo scelto, forse un po’ improvvidamente, non era dei migliori in quanto la temperatura era decisamente rigida.

Giunti a destinazione, in un albergo decisamente poco ospitale, dedicammo il primo giorno alla visita al Deutsches Museum e al centro di Monaco, con cena serale in una birreria.

La mattina del 29 febbraio, era anno bisestile, ci recammo con l’autobus a Dachau.  La giornata era decisamente grigia e fredda e avvicinandosi al sito sembrava peggiorare ulteriormente. Lo spirito degli alunni, nel tragitto di andata, era come sempre spensierato, ma appena scesi di fronte al cancello del lager un assoluto mutismo colse i partecipanti.

Ingresso Dachau
Ingresso Dachau, Il motto, tristemente famoso, del lager

Dopo una breve visita al museo che si trova all’ingresso, dove vennero date alcune spiegazioni sulla storia del campo, iniziata il 20 marzo 1933, sul numero di prigionieri che vi passarono, probabilmente più di 200000, dapprima prigionieri politici, comunisti, socialisti, sindacalisti, intellettuali, poi prigionieri provenienti dai paesi invasi dai nazisti, e sul numero approssimato di persone che lì persero la vita, probabilmente più di 40/50000.

Il campo è, in pratica, una enorme distesa chiusa da fossati e filo spinato, con le piazzole dove allora erano poste le baracche, baracche che furono distrutte alla Liberazione e ricostruite solo in pochi esemplari.

Mappa Dachau
Mappa Dachau

Il freddo e la neve, come si vede dalle foto, rappresentavano in modo assolutamente inequivocabile il tormento al quale erano soggetti gli internati, ma il momento più carico di significato e di tensione emotiva fu la visita alla costruzione che ospitava le camere a gas e quella, ancor più terribile, dove era il crematorio.

Ricordo, a distanza di oltre 20 anni, una ragazza di quinta geometri vacillare alla vista delle bocche dei forni, appoggiarsi ad una compagna ed uscire piangendo. La tensione tra tutti era palpabile, materiale.

Dopo aver visitato una baracca, ci dirigemmo al museo ove fu possibile osservare diversi reperti, quali i simboli che differenziavano i vari detenuti, le divise, le cose sottratte ai detenuti, i mezzi di tortura e foto che raffiguravano esperimenti pseudo-scientifici fatti sui detenuti.

!945:Liberazione
1945:Liberazione

Al termine della visita chiesi agli alunni cosa avessero provato, ma dai silenzi e dagli sguardi capii che lo scopo della visita, quello di mostrare gli orrori di un passato allora ancora vicino, l’abiezione che aveva colto molti uomini nei confronti di altri uomini, le responsabilità di chi ancora non voleva ammettere quello che era successo, aveva colto nel segno.

Alcune foto fatte dallo scrivente

Condividi questo:

Segregazione razziale 2020

E’ di oggi la notizia che alcuni rappresentanti e deputati della Lega hanno chiesto al Prefetto di Bergamo che sia vietato l’uso degli autobus pubblici delle valli bergamasche, in particolare della Val Brembana, ai migranti, con status di richiedenti asilo, ospiti della Casa San Giuseppe di Sedrina.

La motivazione è che i migranti sono ben robusti ed occupano più posti, a scapito dei valligiani.

Chissà perchè tutto questo mi fa venire in mente la segregazione razziale che nello scorso secolo era presente in molti stati del Sud degli USA, oltre che in Sud Africa o nell’allora Rhodesia.

Quel razzismo è stato se non completamente cancellato, almeno limitato e, comunque, contrastato dalle leggi di quei paesi.

Ora i razzisti della Lega vorrebbero riproporlo nella nostra Italia. Bisogna impedirlo a tutti i costi.

 

Segregazione Bus
Condividi questo: