Luigi Tenco

Luigi Tenco

Il 27 gennaio 1967 moriva suicida a Sanremo, durante il Festival della canzone, Luigi Tenco. Uno dei più grandi cantutori della scuola genovese, un vero e proprio innovatore della musica italiana. Non compreso allora dalla critica e da buona parte del pubblico con un colpo di pistola alla tempia pose fine ai suoi giorni.

Ci ha lasciato delle canzoni stupende e senza tempo. Queste sono per me le più grandi.

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Fabrizio De Andrè

24 anni senza Fabrizio De Andrè

L’ 11 gennaio di 24 anni Fabrizio De Andrè se ne andò. Ricordo ancora quella mattinata del 1999 quando, a scuola, in un momento libero lessi la notizia su un giornale online.

Notizia, almeno per me, giunta come un fulmine a ciel sereno, non sapendo che da tempo Fabrizio stava lottando e, purtroppo, soccombendo al male.

E subito mi riportarono alla mente le sue canzoni più famose, a partire da “Il testamento” che, adolescente e alla metà degli anni ’60 o poco più, sentivo ripetutamente in un juke-box di un bar dell’entroterra genovese.

Una canzone che molti miei coetanei non apprezzavano, forse non capivano, qualche ragazza allora arrossiva al sentire “la rendita di una puttana“, ma che per me era la rappresentazione del mondo di Fabrizio, il mondo degli ultimi, degli esclusi.

A volte con le 100 lire sceglievo tre volte questa canzone, oppure una volta il lato B, la “Ballata del Michè“.

Poi altre canzoni, da “La città vecchia“, a “Bocca di rosa“, “Carlo Martello“, “La ballate del Michè” già citata, passando per la famosissima “Canzone di Marinella“.

Bocca di rosa” fu anche al centro di una invenzione con i miei compagni di classe al Liceo classico Colombo, in quanto la traducemmo in latino, strofa per strofa. Ne ricordo ancora alcune, forse con errori grammaticali: “Via Agri est quendam virgo, labiae rubri coloratae, oculi grandes quam strada, nascuntur flores ubicumque iter facit.” (mi scuso per eventuali errori,ma è passato più di mezzo secolo…)

Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrare Fabrizio per una strana coincidenza. Come spesso accadeva in quegli anni, i primi anni ’70, i ragazzi spesso si incontravano alla sera per partite di calcio in piazze della città. Con alcuni amici fui invitato nella zona di Carignano dove d’estate si sfidavano diverse squadre provenienti dai vari quartieri del centro

Una ventina di coetanei e qualche giovane con una manciata di anni di più. Uno di quelli era Fabrizio, forse accompagnava qualcuno, in quanto non ricordo che giocasse, e ma lo osservai costantemente con la sigaretta in bocca, pensoso, quasi estraniato e ricordo di aver detto ad un amico che era esattamente come nella foto di questa copertina.

Negli anni successivi, ne seguii la strada verso il successo, ascoltando non più al juke-box ma su dischi o musicassette tutte le storie raccontate da Fabrizio, senza perderne mai alcuna.

Rimasi turbato quando seppi del rapimento in Sardegna, sentendomi un po’ colpevole, in quanto traggo le mie origini, da parte paterna, proprio da quella zona, Tempio Pausania. Una esperienza lunga, dura e difficile per lui e per Dori Ghezzi, ma dalla quale uscì senza odiare i rapitori e quasi giustificando e provando pietà per quei pastori anch’essi parte del mondo degli ultimi. Dopo 117 giorni, il 21 dicembre 1979, furono rilasciati ed ebbe a dire ” Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai“.

E’ stato grande, forse il più grande autore della seconda metà del ‘900, e il mio più grande rammarico, da ex-docente, è che di lui ve ne è solo piccola traccia nei testi di letteratura del ‘900 e, cosa ancor più grave, quasi sempre non trattato per “mancanza di tempo”.

Ciao Fabrizio.

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Fratelli Cervi

I sette fratelli Cervi

Sette fratelli come sette olmi,

alti robusti come una piantata.

I poeti non sanno i loro nomi,

si sono chiusi a doppia mandata :

sul loro cuore si ammucchia la polvere

e ci vanno i pulcini a razzolare.

I libri di scuola si tappano le orecchie.

Quei sette nomi scritti con il fuoco

brucerebbero le paginette

dove dormono imbalsamate

le vecchie favolette

approvate dal ministero.

Gianni Rodari

 

l 28 dicembre del 1943 quando i sette fratelli Cervi, Gelindo (1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921), nati a Campegine (Reggio Emilia), Partigiani, furono fucilati dai fascisti repubblichini, dopo essere stati barbaramente torturati, all’alba del 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia insieme a Quarto Camurri.

La nostra Costituzione democratica è stata scritta con il sangue dei Partigiani.

Fratelli Cervi

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I chiusini dell’acquedotto storico di Corso Paganini

Una curiosità del tratto urbano di Castelletto dell’acquedotto cono i chiusini di controllo che si trovano in Corso Paganini, lato di ponente, lungo il marciapiedi.
Sono in numero di 10, costruiti con pesante marmo in diverse parti staccabili, in modo che fosse più agevole aprire il varco ove qualcuno si calava per la manutenzione. Alcuni chiusini sono chiaramente numerati, altri non lo sono, e un paio non sembrano essere collocati nella giusta progressione.

Dal lato di Ponte Caffaro il primo chiusino è chiaramente indicato come il numero “2”, a cui segue il “3”. Poi gli altri, anche se un paio non è chiaro che numero abbiano.
Si arriva a Piazza Villa dove si nota un chiusino del tutto diverso dai precedenti, probabilmente dovuto ad un rifacimento successivo del marciapiedi, ma indicato con il numero “10”.

La condotta prosegue in Piazza Goffredo Villa, supera un palazzo ed arriva al piccolo ponte canale di Salita San Gerolamo (interessanti i bronzini con sportello), attraversa la spianata e scende giù verso il centro storico.

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Premio Nobel per la Chimica 2022

Il Premio Nobel per la Chimica 2022 è stato assegnato dall’Accademia reale svedese delle scienze a Carolyn R. Bertozzi, Morten Meldal e K. Barry SharplessPer lo sviluppo della chimica “a scatto” e per la chimica bioortogonale.

Sharpless e Meldal hanno gettato le basi per una forma funzionale di chimica, chiamata “dei click” o “a scatto” – in cui i mattoni molecolari si uniscono in modo veloce ed efficiente.

Carolyn Bertozzi ha portato la “chimica dei click” in una nuova dimensione e ha iniziato a utilizzarla negli organismi viventi.

K. Barry Sharpless era già stato insignito del Premio Nobel nel 2001 per i suoi studi sulle reazioni di ossidazione catalizzate chiralmente.

La “chimica dei click” descrive reazioni ad alto rendimento, di portata ampia, e che creano solo sottoprodotti che possono essere rimossi senza cromatografia; sono stereospecifici, facili da eseguire e possono essere condotte in solventi benigni e rimovibili con facilità.

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29 settembre 1944:la strage di Monte Sole

Il 29 settembre 1945 ebbe inizio la serie di stragi note come “Strage di Monte Sole” o, spesso più di frequente, come “Strage di Marzabotto“.

In realtà le stragi, che si conclusero il 5 ottobre furono perpetrate in diversi centri abitati dell’Appennino bolognese, posti sulle pendici del Monte Sole: Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno.

Responsabili dell’efferata strage furono i soldati dell’esercito tedesco, delle SS e fascisti repubblichini, più che altro impegnati come delatori, spie ma anche partecipanti direttamente alle stragi.

La strage di Monte Sole fu la più pesante in termini di perdite di cittadini inermi, e seguì quelle di Sant’Anna di Stazzema e di Vinca, in una lunga striscia di sangue che seguì la fuga verso nord dei soldati tedeschi. Ad essi era stato dato l’ordine da parte del feldmaresciallo Kesserling di fare “terra bruciata” nelle zone ove combattevano le formazioni partigiane.

Incaricato di ciò fu il maggiore Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16° Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”, uno dei peggiori criminali di guerra del teatro italiano.

Il 29 settembre le truppe naziste si avvicinarono alla frazione di Casaglia di Marzabotto. Gli abitanti, in maggior parte anziani, donne e bambini si radurarono in preghiera nella chiesa di Santa Maria Assunta. I nazisti entrarono nella chiesa, uccisero il parroco ed alcuni anziani, ed ordinarono agli altri di recarsi al cimitero e lì 197 innocenti, dei quali 50 bambini, furono massacrati con mitragliatrici e bombe a mano.

Da lì iniziò una esplosione di ferocia insensata che portò i soldati tedeschi, guidati da fascisti, in ogni frazione della zona, Caprara, Cerviano, Creva, ed in altri casolari isolati ad uccidere senza pietà chi vi fosse trovato.

La ferocia dei nazifascisti fu tale che alcuni bambini furono decapitati, altri civili inermi fatti a pezzi con le bombe a mano, o con mitragliatrici pesanti.

Il tutto durò sei giorni, sei giorni in cui la degenerazione prese il sopravvento su qualsiasi senso di umanità. Una lunga striscia di sangue che alla fine contò qualcosa come 1830 vittime, tra quelli uccisi e quelli che morirono successivamente in conseguenza delle ferite ricevute.

A distanza di 76 anni dalle stragi di Monte Sole, la memoria di queste deve restare viva in ogni persona che si riconosca nei valori della democrazia, tanto più in un momento dove rigurgiti fascisti, teorie negazioniste e sovraniste sono purtroppo riemerse.

Concludo riportando una foto della lapide ad ignominia, epigrafe di Piero Calamandrei indirizzata al feldmaresciallo Kesserling.

 

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