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The Beatles: 50 anni dal Concerto sul tetto

Il 30 gennaio è trascorso mezzo secolo da uno dei concerti che hanno segnato in modo indelebile la musica pop del XX secolo. Si tratta del “Rooftop Concert” dei Beatles, l’ultimo della band che nell’anno successivo si sarebbe, ahimè, sciolta.

Un concerto di solo una quarantina di minuti, tenuto in una gelida mattinata del 30 gennaio 1969 sul terrazzo del palazzo ove aveva sede la Apple Corps., a Londra in Savile Row 3. La Apple Corps. era, è bene chiarirlo per evitare fraintendimenti, la società musicale fondata dagli stessi Fab four.

Alla fine degli anni ’60 del XX secolo, dopo 7 anni di attività, il quartetto era in profonda crisi. Dopo una fase mistica, culminata nel 1968 con il soggiorno in India da Maharishi Mahesh Yogi, i dissidi tra i quattro, in particolare tra John e Paul, divennero sempre più frequenti, tanto da abbandonare i concerti e rallentare la produzione discografica.

Tuttavia le richieste dei discografici e quelle del pubblico di produrre nuovi brani, convinse i Beatles (anche se George fu piuttosto riluttante), a riunirsi per un progetto che su chiamato “Get Back” che prevedeva anche produzione di un film durante le prove di registrazione e culminante con una esibizione in un posto insolito, piuttosto che in una sala di concerto o in uno stadio. Il film si sarebbe intitolato “Let It Be – Un giorno con i Beatles“.

Al termine delle riprese delle prove di registrazione i Beatles decisero, forse per comodità o per evitare di dover stare troppo tempo insieme, di tenere un concerto sul tetto del palazzo sede degli studi di registrazione.

I tecnici di Apple Corps. portarono sul tetto gli strumenti e, nonostante il freddo intenso, i quattro, con la presenza anche di Billy Preston, un bravissimo tastierista, alle 12 iniziarono a suonare.

I brani che vennero proposti iniziarono con

  • “Get Back”
  • “I Want You (She’s So Heavy)”
  • “Get Back” (seconda versione)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “I’ve Got a Feeling
  • “One After 909”
  • “Danny Boy” (brano tradizionale inglese)
  • “Dig a Pony”
  • “God Save the Queen” (inno nazionale)
  • “I’ve Got a Feeling”
  • “A Pretty Girl Is like a Melody” (brano jazz)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “Get Back”

Da notare che alcuni brani o parte di essi non sono stati registrati, e quindi non presenti nel filmato, in quanto i tecnici dovettero cambiare un paio di volte i nastri di registrazione.

Ben presto sotto il palazzo di Savile Row si radunarono molti passanti, per lo più incuriositi da ciò che sentivano, più che vedere, ma in pochissimi minuti la strada si riempì tanto da bloccare il traffico.

Nella parte di film girato per la strada si vedono diverse persone meravigliate, una anche abbastanza infastidita, e un cospicuo numero di poliziotti che si interrogavano su cosa fare.

Alla fine venne dato l’incarico ad un paio di “bobbies” di salire sul tetto per far cessare l’esibizione in quanto non era autorizzata e stava turbando il vicinato. Nel film si vedono gli agenti discutere con i tecnici mentre i Fab Four continuavano imperterriti nella loro esibizione.

Credo che quegli agenti non avessero allora cognizione del fatto che si trovavano di fronte ad un fatto storico, all’ultima esibizione dei Beatles, ad un concerto che cambiava completamente il paradigma della musica pop.

Comunque la legge non conosce scappatoie e, dopo 40 minuti circa, il concerto venne sospeso. Alla fine John salutò i presenti con una frase che rimase storica: “I’d like to say thank you on behalf of the group and ourselves and I hope we’ve passed the audition” (Vorrei ringraziare a nome del gruppo e di noi stessi e spero che abbiamo passato l’audizione).

Durante l’esibizione John pronunciò altre frasi, alcune delle quali si possono sentire nel film e, spesso, con significati un po’ oscuri.

Dopo il Concerto sul tetto l’attività musicale dei Beatles si protrasse con l’uscita dell’album “Abbey Road” nel settembre del 1969, famoso anche per la copertina in cui i quattro attraversano la strada, e si concluse di fatto l’anno successivo con la pubblicazione dell’album “Let It Be“, i cui contenuti erano già stati prodotti precedentemente.

Considerando che il primo album dei Beatles è “Please please me” del marzo 1963 e l’ultimo, come detto, “Let It Be” del maggio 1970 la carriera discografica dei Beatles durò circa 7 anni: sicuramente pochi. Ma nessun altro gruppo fu così decisivo nel progresso della musica pop del ‘900.

Una versione, pur non completa, del filmato

Sgt. Pepper compie 50 anni

Esattamente cinquant’anni fa, tra il 26 maggio 1967 e il 1 giugno dello stesso anno (la vera data non è mai stata chiarita), uscì l’ottavo album dei Beatles dal titolo che apparve ai più strano: “Sgt. Pepper’e Lonely Heart Club Band“, tradotto: “La Banda del Club dei Cuori Solitari del Sergente Pepper“. I Beatles erano al momento al culmine della loro notorietà, anche se come è noto la loro storia come gruppo durò tremendamente poco, solo 10 anni, dal 1960 al 1970, e veniva dopo un altro monumento della musica degli anni ’60, l’album “Revolver“.

Sgt.Pepper è considerato un album dei ricordi di gioventù dei Fab4, e mescola brani dal ritmo incalzante, ad altri molto più lenti, questi ultimi anche con il suono del sitar di George Harrison.

La canzone di apertura, che dà il titolo all’album fu innovativa sia per l’utilizzo di una banda, registrata anche nel momento in cui accordava gli strumenti,  sia per il rumore di fondo di un pubblico, quasi fosse stata una registrazione live.

Altre due canzoni sono state sempre considerate di rottura, in quante giudicate l’una, “Lucy in the Sky with Diamonds” un inno all’acido lisergico, e l’altra, “Fixing a Hole” alludente all’uso dell’eroina. Ovviamente Paul e John smentirono questa lettura, dicendo che nel primo caso si fossero ispirati ad un romanzo di Lewis Carroll, mentre nel secondo era semmai una critica verso l’uso di droghe pesanti a favore della marijuana (di cui Paul era un buon utilizzatore).

Tra le altre canzoni, credo che la più importante possa essere considerata “A Day in the Life“, anch’essa una metafora che illustrava le visioni che si percepivano con l’uso dell’LSD. Il brano ha una costruzione musicale complicatissima, con l’utilizzo di strumentisti, di suoni d’ambiente, di voci registrate su nastro e tagliate.

Olra ai contenuti artistici l’album è famoso per la sua copertina. Per la prima volta una copertina di un disco diventa una vera e propria opera d’arte, con una serie di significati alcuni dei quali non sono mai stati chiariti del tutto.

Se la parte centrale presenta solo una foto dei Fab4 con dei costumi da musicisti di banda, coloratissimi e diventati da allora iconici, la contro-copertina presenta i testi dei brani ed una foto dei Beatles, tre posti di fronte e Paul McCartney posto di spalle. Secondo i fautori della teoria della morte di Paul e della sostituzione dello stesso, questo è un messaggio che conferma questa strampalata teoria, unitamente alla presenza nel disco di una cosiddetta “traccia fantasma” che, letta al contrario, dovrebbe confermare la morte e ad altre indicazioni presenti nella copertina.

La copertina è una delle icone Pop del XX Secolo. Probabilmente è la più famosa. Solo poche copertine possono avvicinarsi a questa, degli stessi Beatles probabilmente “Abbey Road“, ma la cover di Sgt.Pepper presenta una complessità di messaggi ineguagliabile. Basti pensare alle persone raffigurate, da Jung a Poe, Dylan, Laurel & Hardy, Marilyn Monroe, Fred Astaire, Karl Marx, Oscar Wilde, Einstein.

Sgt. Pepper uscì in Italia dopo qualche tempo e lo stesso giorno dell’uscita mi recai presso il negozio Ricordi di Genova per acquistarlo. Ricordo la coda ed il fatto che per un paio di centinaia di lire potei comprare la versione Stereo, anche se avevo un giradischi solo mono.