La Liberazione di Genova

La Liberazione di Genova

Il 23 aprile 1945 ebbe inizio l’insurrezione che portò nei due giorni successivi alla resa delle forze armate tedesche nelle mani del Comitato di Liberazione Nazionale.

La presenza di militari tedeschi era cospicua per numero, dai 25 ai 30 mila, che per armamenti.

Le forze partigiane di città , inquadrate nei GAP, Gruppi di Azione Patriottica (formazioni legate ai diversi schieramenti politici), utilizzate prevalentemente per azioni di sabotaggio e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica simili alle precedenti ma più ridotte nel numero di aderenti. A questi erano pronte ad unirsi le formazioni di montagna, prevalentemente inquadrate nelle Brigate Garibaldi.

Il numero complessivo di insorti non superava, al momento i 5000, con armamenti quasi sempre leggeri.

Nonostante la predominanza di uomini e mezzi il comandante della piazza di Genova, il generale Günther Meinhold, si rese conto che la difesa della città non era possibile e difficile anche la fuga, in quanto le strade che portavano a nord, a partire dalla Camionale per Milano, erano bloccate dai Partigiani. Da sud, pur lentamente, stavano muovendosi le truppe alleate, per cui il generale tentò una mediazione che consentisse ai tedeschi di allontanarsi, in cambio non sarebbe stato distrutto il porto, già minato.

La mediazione fu condotta  dal cardinale Boetto e dal vescovo ausiliare Siri, ma, nella notte del 23 aprile, il CNL bocciò tale proposta dando al contempo l’ordine di sciopero generale e di insurrezione.

Il giorno successivo, il 24 aprile, dalla prima mattina iniziarono gli scontri sia con armi leggere che con mortai. I Partigiani conquistarono diverse posizioni strategiche, seppur non ancora sufficienti a dare il controllo a tutta la città.

Il 25 aprile, dall’alba, ripresero cruenti gli scontri e le formazioni partigiane conquistarono diversi punti strategici. Nel frattempo una buona parte dei militari tedeschi, compreso il comandante, era bloccato nella fuga a Savignone dalle brigate partigiane ivi operanti. Meihnold fu raggiunto da un giovane partigiano, Carmine Alfredo Romanzi, successivamente docente di Microbiologia all’Università di Genova e per anni Rettore magnifico, che gli consegno una lettera del cardinale Boetto ed una proposta di resa al CNL.

Meihnold, vedendo che non vi era possibilità alcuna di ritirata, fece ritorno a Genova e alle 19.30 del 25 aprile si incontrò a Villa Migone, nel quartiere di San Fruttuoso, con i rappresentanti del CNL, e firmò insieme al comandante partigiano Remo Scappini l’atto di resa incondizionata.

Genova fu la prima città italiana a liberarsi da sola imponendo ai tedeschi la resa senza condizioni.

Tre giornate tra le più luminose della storia del ‘900 che oggi, di fronte ai rigurgiti neofascisti, favoriti dal governo fascio-leghista, devono essere degnamente celebrate, in quanto da quella lotta sono nate la Repubblica democratica ed antifascista e la sua Costituzione, considerata una delle migliori al mondo.

Purtroppo l’errore che fu fatto alla fine della guerra fu quello di non estirpare completamente il cancro del fascismo, credendo che una riconciliazione nazionale fosse possibile. Invece, dopo 70 anni, le metastasi si sono riprodotte, sotto una diversa e per certi versi più subdola forma. Questo si evidenzia con il ridimensionare la valenza storica della Resistenza, utilizzando anche falsi storici, cercando di equiparare dal punto di vista ideale sia chi combatté dalla parte giusta che ci fu alleato e complice dei nazisti.

Sappia chi sta portando avanti questo osceno progetto che i nipoti dei Partigiani, educati ai valori della Democrazia e della Resistenza, sapranno fare come i loro nonni, affrontando e sconfiggendo ancora una volta, senza paura né remore, il fascismo in tutte le sue forme.

Atto di resa

“In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30, tra il sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del settore Meinhold, assistito dal Capitano Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte; il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria e dal Maggiore Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall’altra; è stato convenuto:

  1. Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;
  2. la resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;
  3. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento;
  4. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato anglo-Americano operante in Italia.

Documento in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco

Fabrizio De Andrè

Buon compleanno Faber

Il 18 febbraio 1940 nasceva a Genova, in via De Nicolay a Pegli, Fabrizio De Andrè.

Oggi Fabrizio avrebbe 79 anni e sicuramente, in questi ultimi 20 in cui non è stato più con noi, ci avrebbe regalato altre poesie ed ancora nel futuro.

Ma il destino è spesso crudele, per cui non possiamo che ricordarlo attraverso le sue opere che resteranno immortali.

Parchi di Nervi

Parchi di Nervi: lo scempio infinito

Sono trascorsi, ormai, quasi 9 mesi dalla fine di Euroflora 2018, l’esposizione florovivaistica che una mente improvvida, se non alterata, ha voluto far svolgere nei parchi storici di Nervi.

Euroflora nacque nel 1966 per iniziativa della Fiera di Genova che, allora, cercava di conquistarsi uno spazio non solo ristretto al Salone nautico. Da allora, fino al 2011 ogni quattro o cinque anni si è svolta all’interno degli spazi fieristici, con ottimi risultati in termini di visite.

D’altra parte la struttura stessa di Euroflora prevedeva l’installazione di piante ornamentali, la riproduzione in piccolo di vari biotopi, ma sempre tenendo conto della temporaneità della cosa.

Ricordo che vi era differenza tra il visitare l’esposizione nei primi giorni piuttosto che in quelli finali ove moltissime piante, specie quelle fiorite, risentivano del tempo. Tanto è vero che molte venivano regalate ai visitatori l’ultimo giorno di apertura.

Conclusa l’esposizione le piante che potevano essere recuperate venivano riportate ai loro vivai, i terreni rimossi, e in pochi giorni la Fiera ritornava come prima.

Lo scorso anno l’ineffabile sindaco di Genova Bucci, per qualche recondito motivo, molto probabilmente per crearsi una visibilità fino ad allora inesistente, decise di far svolgere Euroflora 2018 nei parchi storici di Nervi. La motivazione era quella di attrarre un maggior numero di turisti-visitatori, anche se Nervi non è certo una località per turismo di massa.

Quindi gli espositori sono stati autorizzati a installare i loro “stand” nei prati e nelle aiuole dei parchi. Ciò, ovviamente, ha comportato il passaggio sul terreno di camioncini, piccoli escavatori, il passaggio di cavidotti per l’elettricità, l’aggiunta di terra, pietrisco, argille sui terreni e quanto altro.

Senza nulla togliere alla riuscita in termini di numero di visitatori, che avrà probabilmente avuto un riflesso nell’economia della zona, i problemi sono sorti al termine della floralie in quanto gli espositori hanno ripreso quanto poteva essere riutilizzato, lasciando in loco montagne di terricci, granulati di argilla espansa, pietrisco, etc.

Il sempre ineffabile sindaco promise che nell’arco di due mesi i servizi comunali (ASTER) avrebbe ripristinato i luoghi.

Alla riapertura alla fruizione dei cittadini dei parchi, si vide subito che poco era stato fatto, molte zone erano recintate da gabbie metalliche e solo in piccole zone era stato ripristinato il livello del terreno e posizionato sopra un tappeto erboso.

Alle proteste di chi lamentava un rallentamento dei lavori fu risposto che il ripristino dei prati erbosi non poteva essere fatto completamente nei mesi estivi in quanto avrebbe attecchito male. Si arriva all’autunno, le gabbie spariscono, ma i prati rimangono, a parte alcuni, ancora di un inquietante colore giallo, segno che anche le poche rizollature hanno avuto dei problemi di attecchimento.

Si arriva all’inverno e nei giorni feriali è possibile, e nemmeno sempre, vedere al massimo due operatori al lavoro.

Oggi, 20 gennaio, la situazione è quella evidenziata nelle foto da me scattate oggi pomeriggio: uno squallore che fa a pugni con la bellezza dei luoghi.

Il bello è che il Bucci ha dichiarato che la prossima volta Euroflora si svolgerà in modo diffuso nei vari parchi della città. Buona idea, così ne sputtaniamo di più: una equa suddivisione dei disastri.

La speranza è solo che alla prossima Euroflora ci sia un sindaco che sappia davvero fare il suo lavoro.

3:38
Lo scempio ai Parchi di Nervi
20 Gennaio 2019
Fabrizio De Andrè

20 anni senza Fabrizio De Andrè

L’ 11 gennaio di 20 anni Fabrizio De Andrè se ne andò. Ricordo ancora quella mattinata del 1999 quando, a scuola, in un momento libero lessi la notizia su un giornale online.

Notizia, almeno per me, giunta come un fulmine a ciel sereno, non sapendo che da tempo Fabrizio stava lottando e, purtroppo, soccombendo al male.

E subito mi riportarono alla mente le sue canzoni più famose, a partire da “Il testamento” che, adolescente e alla metà degli anni ’60 o poco più, sentivo ripetutamente in un juke-box di un bar dell’entroterra genovese.

Una canzone che molti miei coetanei non apprezzavano, forse non capivano, qualche ragazza allora arrossiva al sentire “la rendita di una puttana“, ma che per me era la rappresentazione del mondo di Fabrizio, il mondo degli ultimi, degli esclusi.

A volte con le 100 lire sceglievo tre volte questa canzone, oppure una volta il lato B, la “Ballata del Michè“.

Poi altre canzoni, da “La città vecchia“, a “Bocca di rosa“, “Carlo Martello“, “La ballate del Michè” già citata, passando per la famosissima “Canzone di Marinella“.

Bocca di rosa” fu anche al centro di una invenzione con i miei compagni di classe al Liceo classico Colombo, in quanto la traducemmo in latino, strofa per strofa. Ne ricordo ancora alcune, forse con errori grammaticali: “Via Agri est quendam virgo, labiae rubri coloratae, oculi grandes quam strada, nascuntur flores ubicumque iter facit.” (mi scuso per eventuali errori,ma è passato quasi mezzo secolo…)

Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrare Fabrizio per una strana coincidenza. Come spesso accadeva in quegli anni, i primi anni ’70, i ragazzi spesso si incontravano alla sera per partite di calcio in piazze della città. Con alcuni amici fui invitato nella zona di Carignano dove d’estate si sfidavano diverse squadre provenienti dai vari quartieri del centro

Una ventina di coetanei e qualche giovane con una manciata di anni di più. Uno di quelli era Fabrizio, forse accompagnava qualcuno, in quanto non ricordo che giocasse, e ma lo osservai costantemente con la sigaretta in bocca, pensoso, quasi estraniato e ricordo di aver detto ad un amico che era esattamente come nella foto di questa copertina.

Negli anni successivi, ne seguii la strada verso il successo, ascoltando non più al juke-box ma su dischi o musicassette tutte le storie raccontate da Fabrizio, senza perderne mai alcuna.

Rimasi turbato quando seppi del rapimento in Sardegna, sentendomi un po’ colpevole, in quanto traggo le mie origini, da parte paterna, proprio da quella zona, Tempio Pausania. Una esperienza lunga, dura e difficile per lui e per Dori Ghezzi, ma dalla quale uscì senza odiare i rapitori e quasi giustificando e provando pietà per quei pastori anch’essi parte del mondo degli ultimi. Dopo 117 giorni, il 21 dicembre 1979, furono rilasciati ed ebbe a dire ” Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai“.

E’ stato grande, forse il più grande autore della seconda metà del ‘900, e il mio più grande rammarico, da ex-docente, è che di lui ve ne è solo piccola traccia nei testi di letteratura del ‘900 e, cosa ancor più grave, quasi sempre non trattato per “mancanza di tempo”.

Ciao Fabrizio.

Piccapietra

Piccapietra:ricostruzione o scempio?

Portoria o Piccapietra ?

Fino al 1873, quando iniziò l’aggregazione delle zone fuori le mura, Genova era divisa in “sestieri”, appunto in numero di sei. Uno di essi era “Portöia”, ovvero Portoria, ma una delle strade principali era quella dei laboratori di scalpellini, ad esempio di ardesia,marmi e graniti, detta, appunto, “Piccapria”, o Piccapietra.

Negli anni successivi entrambi i nomi divennero sinonimi, anche se nei documenti pubblici del dopoguerra venne utilizzato di più Piccapietra.

Nel 1945 Genova era pesantemente segnata nella sua consistenza edilizia e nella sua struttura economica a causa degli eventi della II guerra mondiale. I due bombardamenti navali e le numerosissime incursioni aeree che colpirono la città, oltre alle notevoli perdite umane, provocarono la distruzione o il danneggiamento di circa il 30% degli edifici della città. Il Centro storico, esteso alla parte centrale della città, è l’area che subì maggiormente i danni del conflitto per la vicinanza a importanti obiettivi bellici quali il porto mercantile le aree cantieristiche. Su circa 53000 mq, ovvero il 25% della sua superficie, furono rasi al suolo o seriamente danneggiati gli edifici, spesso in modo irreparabile.

Con la Liberazione, avvenuta il 25 aprile del 1945, il CNL nominò sindaco il socialista Vannuccio Faralli, che, tra gli innumerevoli problemi si trovò a fronteggiare una situazione d’emergenza i cui dati più significativi erano i circa 50000 disoccupati e i 40.000 senza tetto.

Oltre all’emergenza le amministrazioni che per un decennio si succederanno alla guida del Comune, ovvero i sindaci del PCI Giovanni Tarello e Gelasio Adamoli e, dal 1951 il democristiano Vittorio Pertusio, cercheranno di affrontare la ricostruzione del tessuto economico e delle parti di città distrutte dalla guerra.

Tre furono gli strumenti che si intesero adottare per la ricostruzione ed il futuro della città:

  1. Il Piano di Ricostruzione
  2. il Piano Regolatore Generale
  3. i Piani Particolareggiati: di Piccapietra, Via Madre di Dio, e San Vincenzo.

Il Piano di Ricostruzione fu affidato alla fine del 1945 agli ingegneri Fuselli e Assereto e agli architetti Labò e Romano. Successivamente, nella discussione avvenuta in Consiglio comunale, appariva chiara la volontà dell’Amministrazione ad azioni di recupero mantenendo l’assetto preesistente, come si evince dalla dichiarazione fatta dal sindaco Adamoli: “Salvare, quindi, superstiti elementi caratteristici dando spazio, nello stesso tempo, ai vicoli ed alle strade armonizzando moderne concezioni urbanistiche agli antichi motivi architettonici”.

Si rileva, tuttavia, che importanti edifici di interesse storico ed artistico, quali l’Ospedale di Pammatone, il chiostro di Sant’Agostino ed il teatro Carlo Felice, non erano ricompresi in quelli da salvare.

Il Piano Regolatore della città ebbe un processo molto travagliato e fino alla prima metà degli anni ’50 furno approvate solo alcune parti, ad esempio alcuni piani di viabilità. L’approvazione definitiva di un PRG organico e complessivo si ebbe solo nel 1959.

Nel frattempo i Piani particolareggiati ebbero un percorso diverso. Venne indetto un concorso nazionale sia per Piccapietra che per la zona di Madre di Dio e quella di San Vincenzo, concorso per il quale nessuno dei progetti presentati risultò vincente.

ll Comune ritenne prioritario il piano particolareggiato di Piccapietra, per cui fu affidato all’Ufficio Tecnico con la collaborazione di Fuselli, Albini e Pucci, la redazione dello stesso che fu adottato dal Consiglio Comunale nel luglio del 1950.

Pianta di Piccapietra prima della II guerra mondiale

Il Piano prevedeva lo sbancamento totale dell’area per ottenere una superficie urbanistica di 63.700 mq. di cui 21.000 per la costruzione di nuovi edifici.

In pratica lo sbancamento avrebbe dovuto interessare tutta la zona delimitata da Via Ettore Vernazza, l’Accademia, la Galleria Mazzini, la Chiesa di Santa Marta, il terrapieno dell’Acquasola e il Corso Andrea Podestà. Tutto ciò che era compreso, escluso quanto sopra detto, doveva essere demolito per far posto alle nuove strade via XII Ottobre e Via IV Novembre e ai nuovi edifici.

Piano particolareggiato di Piccapietra

Il finanziamento dell’operazione sarebbe derivato della vendita delle aree di proprietà comunale e dai contributi di miglioria era previsto un ricavo di lire 2.700.000.000, somma che, oltre alla realizzazione di spazi pubblici, sarebbe stata utilizzata le 808 famiglie residenti negli edifici da demolire, 705 delle quali, appartenendo alla fascia dei meno abbienti, che avrebbero potuto avere appartamenti a canone sociale.

In realtà negli estensori del piano era chiara una visione ben diversa, anzi indirizzata a creare un quartiere di alto livello e dedicato più alle attività economiche, commercio ed uffici, che ad usi abitativi, in più a carattere sociale. Ciò si evince chiaramente dalla dichiarazione dell’ing. Fuselli, allegata alla relazione tecnica: ”Piccapietra è porzione centralissima della città rimasta esclusa dalla vita moderna” ed è un tipico esempio del “ baracchismo insediatosi nelle aree necrotiche centrali, residuate dai bombardamenti dove tipiche isole etniche di immigrati in breve tempo si ambientano e vengono raggiunti dai familiari”.

L’approvazione definitiva del Piano particolareggiato avvenne nel 1952 ma il Ministero dei Lavori Pubblici impose il Ministero impose la non demolizione della Chiesa di Santa Croce e San Camillo, della Chiesa della Santissima Annunziata (nota anche come Chiesa di Santa Caterina da Genova) nonché del Colonnato dell’atrio dell’Ospedale di Pammatone, poi inglobato nella struttura del Palazzo di Giustizia e, anche se fuori dal piano, del pronao neoclassico ed i portici del teatro Carlo Felice.

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Il colonnato dell’Ospedale di Pammatone

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Colonnato dell’Ospedale di Pammatone inglobato nel Palazzo di Giustizia

I lavori di demolizione e ricostruzione iniziarono nei primi anni ’60 e, grazie ad una diversa visione da parte della Giunta comunale del tempo, si svilupparono con chiari intenti speculativi, con la costruzione di edifici per attività commerciali od economiche e non certo per insediamenti abitativi.

Lavori di sbancamento

La Porta Aurea, distrutta

Furono abbattuti l’Ospedale di Pammatone e quello degli Incurabili, la “Porta Aurea” o “Porta dei D’Oria”, da cui il nome “Portoria”, l’Oratorio delle Casacce, la Chiesa di San Colombano, e tutte le strade medioevali che portavano al quartiere a all’ospedale. Tra queste Via Piccapietra, salita Cannoni, via dei Tintori, vico Pevere, vico delle Fucine.

Lo scempio urbanistico e alla memoria storica della città, a cui ne farà seguito uno altrettanto grave e, per certi versi ancora peggiore, quello di Via Madre di Dio, è stato vissuto dagli abitanti del luogo come un vero annientamento di una comunità che fu dispersa nelle delegazioni, senza poter mantenere la propria identità.

A perenne ricordo dello scempio del centro di Genova in Vico tre Magi, nella zona di Sarzano, fu eretta nel 1981 una colonna infame “a memoria dei viventi e a monito dei venturi”, come usava nella Repubblica di Genova.

Una canzone genovese, scritta da Gino Pesce, “Piccon dagghe cianin”, rappresenta perfettamente i sentimenti di coloro che dovettero abbandonare il quartiere natio:

 

Fra i moin de Piccaprïa che fan stramûo

ghe n’ëa de casa donde son nasciûo

ghe son passòu pe caxo stamattin

ma forse o chêu o guidava o mae cammin

chi l’é de Zena ou sa perché ‘n magon

o m’ha impedïo de dî quest’orassion

Piccon dagghe cianin

mi son nasciûo chi sotta ‘sto camin

son muage che m’han visto co-o röbin

arreguelâme in gïo co-o careghin

Piccon dagghe cianin

sovia ‘sta ciappa rotta a tocchettin

i compiti gh’ho faeto de latin

e gh’ho mangiòu trenette e menestroin

Ma zà ti stae cacciando zû o barcon

ti veddi ghe a Madonna da Paiscion

l’ha faeta o mae baccan trent’anni fa

pe grassia riçevua in mezo a-o mâ

Piccon dagghe cianin

son tutti corpi daeti in scio mae chêu

se propio fâne a meno ti no pêu

piccon dagghe cianin

Creddeime poche votte ho ciento gente

no m’emoscionn-o troppo façilmente

ma quande ho visto cazze a picconae

a stansa dove gh’é nasciuo mae moae

me se affermòu quarcosa propio chi

ho ciento e ho pregòu cosci

Piccon dagghe cianin

son tutti corpi daeti in scio mae chêu

se propio fâne a meno ti no pêu

piccon dagghe cianin

Fermite un pö piccon t’arrobo un mon

un tocco de poexia do cian de Picca….pria

 

Corso Europa

La Pedemontana o Corso Europa

Nel 1945 l’ufficio urbanistico del Comune di Genova predispose un progetto di massima per una strada detta “pedemontana” che consentisse di facilitare i collegamenti con il levante della città in alternativa alla strada costiera, la via Aurelia. Questo in considerazione della previsione di un incremento del traffico privato e di quello merci.

Tale strada doveva passare accanto all’Ospedale di San Martino, facilitando quindi l’accesso allo stesso, e attraversare i quartieri di Sturla, Quarto, Quinto e terminare in vicinanza dell’ingresso alla delegazione di Nervi.

Nel 1949, a lavori in parte già iniziati, il Consiglio superiore dei LLPP autorizzò l’opera che, a seguito di revisioni successive, avrebbe dovuto avere una sezione stradale di 28.50 m.

La nuova strada avrebbe dovuto inserirsi nel preesistente Corso Gastaldi (Corso Giulio Cesare in epoca fascista) e proseguire in via Tolemaide.

Agli urbanisti apparve subito evidente la strozzatura che si avrebbe avuta nella piazza Verdi, ove i flussi del traffico non avrebbero potuto agevolmente proseguire verso ponente.

Furono fatte diverse ipotesi, tutte riportate a pag. 176 della relazione sul PRG 1959:

  1. Prosecuzione per via San Vincenzo, opportunamente allargata, sottopasso fino a via XXV aprile e prosecuzione per via della Maddalena, allargata a scapito di molti palazzi e confluenza con via Gramsci.
  2. Prosecuzione per via San Vincenzo, opportunamente allargata, galleria sotto l’Acquasola fino a piazza Corvetto.
  3. Prosecuzione per via San Vincenzo, opportunamente allargata, galleria sotto l’Acquasola fino a piazza Portello ed uscita nella parte retrostante Palazzo Pallavicini.
  4. Prosecuzione per via San Vincenzo, quindi in diagonale attraverso Villa Serra e sbocco in via SS.Giacomo e Filippo opportunamente allargata con scavo dei terrapieni dell’Acquasola.
  5. Prosecuzione per via De Amicis e per via Serra, opportunamente allargata sul parco omonimo e sbocco in via SS. Giacomo e Filippo allargata come in precedenza.

Le ipotesi furono discusse ampiamente e fu scelta la quarta, lasciando però la possibilità di effettuare il percorso in galleria di 1287 metri, che partendo da Via De Amicis arrivasse fino a Largo della Zecca passando sotto piazza Corvetto, piazza Portello, via Caffaro. La soluzione prevedeva la demolizione di alcuni palazzi, quali il Palazzo Petrone e la sede dell’ Istituto tecnico Vittorio Emanuele.

Per fortuna nessuna delle soluzioni previste fu in realtà applicata.

La Pedemontana vide l’inizio dei lavori nel corso del 1950 ma vennero quasi subito sospesi a causa di diverse controversie e speculazioni edilizie sui terreni e sui manufatti che interessavano il tracciato. I lavori furono ripresi nel 1956 e il primo lotto fu concluso tre anni dopo. Tale lotto vide il taglio della collina di San Martino con costruzione di una strada di sovrappasso, via Lagustena, per consentire di raggiungere il quartiere di Borgoratti.

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Il secondo lotto, che comprese il viadotto sul torrente Sturla, fu completato nel 1961 mentre il terzo, fino a Quinto, nei due anni successivi. Il quarto lotto che raggiunge Nervi fu completato, non senza diversi problemi legati all’esproprio e alla demolizione di alcuni palazzi, nel 1964.

Nel 1966 la Pedemontana, intitolata Corso Europa, fu connessa, attraverso uno svincolo particolarmente ardito, alla nuova autostrada A12.

La Pedemontana può considerarsi la prima strada a scorrimento veloce su due carreggiate divise della città di Genova e fu la prima ad adottare una numerazione unica per i numeri civici e quelli commerciali, utilizzando numeri neri, a differenza di tutte le strade di Genova che fino ad allora avevano adottato la numerazione nera per le civili abitazioni e quella rossa per gli esercizi commerciali e i laboratori.

Villa Piaggio

Villa Piaggio a Genova: un esempio di degrado urbano

Villa Piaggio è una dimora storica nel quartiere di Castelletto di Genova, risalente al XV secolo nella parte principale, con rifacimenti nel XIX secolo. La villa ospita attualmente alcuni uffici della Polizia Locale, l’Istituto Internazionale delle comunicazioni ed alcune associazioni. Il tutto in un degrado allucinante: intonaci sgretolati, infissi pericolanti e quant’altro. Da quanto mi risulta il Comune avrebbe intenzione di affidare in concessione i manufatti, anche se non è chiaro se tale concessione sia soggetta ad un uso civico, fruibile, quindi, dai cittadini della zona. Leggi tutto… “Villa Piaggio a Genova: un esempio di degrado urbano”