Fabrizio De Andrè

Buon compleanno Faber

Il 18 febbraio 1940 nasceva a Genova, in via De Nicolay a Pegli, Fabrizio De Andrè.

Oggi Fabrizio avrebbe 79 anni e sicuramente, in questi ultimi 20 in cui non è stato più con noi, ci avrebbe regalato altre poesie ed ancora nel futuro.

Ma il destino è spesso crudele, per cui non possiamo che ricordarlo attraverso le sue opere che resteranno immortali.

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The Beatles: 50 anni dal Concerto sul tetto

Il 30 gennaio è trascorso mezzo secolo da uno dei concerti che hanno segnato in modo indelebile la musica pop del XX secolo. Si tratta del “Rooftop Concert” dei Beatles, l’ultimo della band che nell’anno successivo si sarebbe, ahimè, sciolta.

Un concerto di solo una quarantina di minuti, tenuto in una gelida mattinata del 30 gennaio 1969 sul terrazzo del palazzo ove aveva sede la Apple Corps., a Londra in Savile Row 3. La Apple Corps. era, è bene chiarirlo per evitare fraintendimenti, la società musicale fondata dagli stessi Fab four.

Alla fine degli anni ’60 del XX secolo, dopo 7 anni di attività, il quartetto era in profonda crisi. Dopo una fase mistica, culminata nel 1968 con il soggiorno in India da Maharishi Mahesh Yogi, i dissidi tra i quattro, in particolare tra John e Paul, divennero sempre più frequenti, tanto da abbandonare i concerti e rallentare la produzione discografica.

Tuttavia le richieste dei discografici e quelle del pubblico di produrre nuovi brani, convinse i Beatles (anche se George fu piuttosto riluttante), a riunirsi per un progetto che su chiamato “Get Back” che prevedeva anche produzione di un film durante le prove di registrazione e culminante con una esibizione in un posto insolito, piuttosto che in una sala di concerto o in uno stadio. Il film si sarebbe intitolato “Let It Be – Un giorno con i Beatles“.

Al termine delle riprese delle prove di registrazione i Beatles decisero, forse per comodità o per evitare di dover stare troppo tempo insieme, di tenere un concerto sul tetto del palazzo sede degli studi di registrazione.

I tecnici di Apple Corps. portarono sul tetto gli strumenti e, nonostante il freddo intenso, i quattro, con la presenza anche di Billy Preston, un bravissimo tastierista, alle 12 iniziarono a suonare.

I brani che vennero proposti iniziarono con

  • “Get Back”
  • “I Want You (She’s So Heavy)”
  • “Get Back” (seconda versione)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “I’ve Got a Feeling
  • “One After 909”
  • “Danny Boy” (brano tradizionale inglese)
  • “Dig a Pony”
  • “God Save the Queen” (inno nazionale)
  • “I’ve Got a Feeling”
  • “A Pretty Girl Is like a Melody” (brano jazz)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “Get Back”

Da notare che alcuni brani o parte di essi non sono stati registrati, e quindi non presenti nel filmato, in quanto i tecnici dovettero cambiare un paio di volte i nastri di registrazione.

Ben presto sotto il palazzo di Savile Row si radunarono molti passanti, per lo più incuriositi da ciò che sentivano, più che vedere, ma in pochissimi minuti la strada si riempì tanto da bloccare il traffico.

Nella parte di film girato per la strada si vedono diverse persone meravigliate, una anche abbastanza infastidita, e un cospicuo numero di poliziotti che si interrogavano su cosa fare.

Alla fine venne dato l’incarico ad un paio di “bobbies” di salire sul tetto per far cessare l’esibizione in quanto non era autorizzata e stava turbando il vicinato. Nel film si vedono gli agenti discutere con i tecnici mentre i Fab Four continuavano imperterriti nella loro esibizione.

Credo che quegli agenti non avessero allora cognizione del fatto che si trovavano di fronte ad un fatto storico, all’ultima esibizione dei Beatles, ad un concerto che cambiava completamente il paradigma della musica pop.

Comunque la legge non conosce scappatoie e, dopo 40 minuti circa, il concerto venne sospeso. Alla fine John salutò i presenti con una frase che rimase storica: “I’d like to say thank you on behalf of the group and ourselves and I hope we’ve passed the audition” (Vorrei ringraziare a nome del gruppo e di noi stessi e spero che abbiamo passato l’audizione).

Durante l’esibizione John pronunciò altre frasi, alcune delle quali si possono sentire nel film e, spesso, con significati un po’ oscuri.

Dopo il Concerto sul tetto l’attività musicale dei Beatles si protrasse con l’uscita dell’album “Abbey Road” nel settembre del 1969, famoso anche per la copertina in cui i quattro attraversano la strada, e si concluse di fatto l’anno successivo con la pubblicazione dell’album “Let It Be“, i cui contenuti erano già stati prodotti precedentemente.

Considerando che il primo album dei Beatles è “Please please me” del marzo 1963 e l’ultimo, come detto, “Let It Be” del maggio 1970 la carriera discografica dei Beatles durò circa 7 anni: sicuramente pochi. Ma nessun altro gruppo fu così decisivo nel progresso della musica pop del ‘900.

Una versione, pur non completa, del filmato
Fabrizio De Andrè

20 anni senza Fabrizio De Andrè

L’ 11 gennaio di 20 anni Fabrizio De Andrè se ne andò. Ricordo ancora quella mattinata del 1999 quando, a scuola, in un momento libero lessi la notizia su un giornale online.

Notizia, almeno per me, giunta come un fulmine a ciel sereno, non sapendo che da tempo Fabrizio stava lottando e, purtroppo, soccombendo al male.

E subito mi riportarono alla mente le sue canzoni più famose, a partire da “Il testamento” che, adolescente e alla metà degli anni ’60 o poco più, sentivo ripetutamente in un juke-box di un bar dell’entroterra genovese.

Una canzone che molti miei coetanei non apprezzavano, forse non capivano, qualche ragazza allora arrossiva al sentire “la rendita di una puttana“, ma che per me era la rappresentazione del mondo di Fabrizio, il mondo degli ultimi, degli esclusi.

A volte con le 100 lire sceglievo tre volte questa canzone, oppure una volta il lato B, la “Ballata del Michè“.

Poi altre canzoni, da “La città vecchia“, a “Bocca di rosa“, “Carlo Martello“, “La ballate del Michè” già citata, passando per la famosissima “Canzone di Marinella“.

Bocca di rosa” fu anche al centro di una invenzione con i miei compagni di classe al Liceo classico Colombo, in quanto la traducemmo in latino, strofa per strofa. Ne ricordo ancora alcune, forse con errori grammaticali: “Via Agri est quendam virgo, labiae rubri coloratae, oculi grandes quam strada, nascuntur flores ubicumque iter facit.” (mi scuso per eventuali errori,ma è passato quasi mezzo secolo…)

Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrare Fabrizio per una strana coincidenza. Come spesso accadeva in quegli anni, i primi anni ’70, i ragazzi spesso si incontravano alla sera per partite di calcio in piazze della città. Con alcuni amici fui invitato nella zona di Carignano dove d’estate si sfidavano diverse squadre provenienti dai vari quartieri del centro

Una ventina di coetanei e qualche giovane con una manciata di anni di più. Uno di quelli era Fabrizio, forse accompagnava qualcuno, in quanto non ricordo che giocasse, e ma lo osservai costantemente con la sigaretta in bocca, pensoso, quasi estraniato e ricordo di aver detto ad un amico che era esattamente come nella foto di questa copertina.

Negli anni successivi, ne seguii la strada verso il successo, ascoltando non più al juke-box ma su dischi o musicassette tutte le storie raccontate da Fabrizio, senza perderne mai alcuna.

Rimasi turbato quando seppi del rapimento in Sardegna, sentendomi un po’ colpevole, in quanto traggo le mie origini, da parte paterna, proprio da quella zona, Tempio Pausania. Una esperienza lunga, dura e difficile per lui e per Dori Ghezzi, ma dalla quale uscì senza odiare i rapitori e quasi giustificando e provando pietà per quei pastori anch’essi parte del mondo degli ultimi. Dopo 117 giorni, il 21 dicembre 1979, furono rilasciati ed ebbe a dire ” Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai“.

E’ stato grande, forse il più grande autore della seconda metà del ‘900, e il mio più grande rammarico, da ex-docente, è che di lui ve ne è solo piccola traccia nei testi di letteratura del ‘900 e, cosa ancor più grave, quasi sempre non trattato per “mancanza di tempo”.

Ciao Fabrizio.

Rita Levi Montalcini

In memoria di Rita Levi Montalcini

Il 30 dicembre del 2012 veniva a mancare, alla veneranda età di 103 anni Rita Levi Montalcini.

Non è un compito arduo ricordarla nell’anniversario della sua scomparsa, in quanto ogni tratto distintivo della sua vita ha il carattere dell’eccezionalità.

Fu una delle prime donne italiane a laurearsi, con il massimo dei voti, in medicina e chirurgia e specializzarsi in neurologia e psichiatria, fu colpita dalle nefande leggi razziali di Mussolini in quanto ebrea e dovette lasciare l’Italia, continuando gli studi all’estero; poi rientrata operò come medico al seguito delle truppe alleate, trasferendosi, a guerra finita, negli Stati uniti per continuare le sue ricerche in campo neurologico.

E fu lì che, insieme ad altri ricercatori studiò l’attività del Nerve growth factor (NGF), proteina che interviene nella crescita dei tumori del sistema nervoso e che ha importanza nello sviluppo di malattie come la malattia di Alzheimer-Perusini e la malattia di Parkinson.

Per questi studi, condotti anche dopo il pensionamento, ricevette nel 1986 il Premio Nobel per la medicina, prima donna italiana.

Oltre alle attività negli USA Rita Levi Montalcini collaborò e diresse diversi centri di ricerca in Italia, tra i quali il Laboratorio di Biologia cellulare del CNR e l’Istituto di Neurobiologia sempre del CNR.

Nel 2001 fu nominata Senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Rita Levi Montalcini fu, quindi, una delle più eminenti scienziate del XX secolo, a livello mondiale e non solo italiano.

Giova ricordare che anche una personalità di tale levatura fu oggetto di infami attacchi da parte di un comico, detto Beppe Grillo, che dichiarò che il Premio Nobel le fu assegnato solo per intervento delle case farmaceutiche interessate alla ricerca e definì la scienziata una “puttana”.

La storia di questi ultimi tempi fa comprendere l’infima persona che è stata ed è Grillo, e chi ne segue le idee fatte di odio, rancore, pochezza morale ed intellettuale.


The Beatles, White Album

50 anni del “White Album”

Cinquant’anni fa, il 22 novembre 1968, usciva un doppio album dei Beatles senza alcun titolo. In seguito, per il colore della copertina tutta bianca con solo il nome del gruppo, fu chiamato “The White Album”.

The White Album è uno dei dischi più famosi dei Fab Four, il terz’ultimo della loro purtroppo breve carriera, che ha percorso tutti gli anni ’60, e contiene, nei due dischi, 30 tracce. Un mix di pezzi abbastanza slegati uno dall’altro che rifletteva i nascenti disagi tra i quattro componenti. Più che un disco corale, come lo furono i precedenti, è un insieme delle tre anime “pensanti” del gruppo, John, Paul e George, ai quali non mancava, per tutti, il contributo equamente diviso di Ringo.

Il disco non è certo all’altezza dei migliori, ad esempio di Sgt. Pepper’s dell’anno precedente (ma lì siamo all’apice della musica dei Fab Four), ma è pur sempre un esempio di alta espressione musicale.

Cesare Pavese

Cesare Pavese: 68 anni dalla morte

Il 27 agosto del 1950 in una stanza dell’hotel Roma di Torino la depressione che da tempo lo perseguitava poneva fine con il suicidio all’esistenza di Cesare Pavese.

Pavese è unanimemente considerato uno dei maggiori autori della prima metà del ‘900, sia come scrittore di romanzi e novelle, sia come poeta sia come traduttore dall’inglese.

Avendo avuto la fortuna di aver avuto per due anni come docente di Italiano al Liceo Colombo di Genova Angelo Marchese, critico letterario strutturalista, dallo stesso ebbi l’input a leggere un’opera di Pavese. Scherzando mi disse: “Compra Paesi tuoi, perché è il romanzo più breve…”

Così feci e iniziai a leggerlo restando subito colpito sia dal dualismo tra città e campagna, con richiami al Naturalismo, sia a quello dei principali personaggi Talino, il contadino, e Berto, il meccanico di città. Essi si conoscono in carcere e, scontata la pena, Talino convince Berto a seguirlo al suo paese natale, Monticello d’Alba, per occuparsi come meccanico delle macchine agricole.

Berto accetta e si trasferisce nella cascina della famiglia di Talino, conoscendo i vari membri, a partire dal padre-padrone Vinverra, la madre, le sorelle. Là Berto mette gioco le sue capacità di meccanico, e inizia a corteggiare, ricambiato, la sorella più giovane di Talino, Gisella. La ragazza era stata violentata dal fratello e quando lo stesso si accorge della relazione con Berto cambia il suo atteggiamento con l’amico fino a che la gelosia esplode. Talino, vedendo la sorella in atteggiamento affettuoso nei confronti di Berto la trafigge con un forcone lasciandola agonizzante. Vinverra, il padre-padrone, non solo non soccorre la figlia ma impone a tutti di proseguire il lavoro fino alla morte della ragazza.

Talino viene così arrestato e Berto ritorna in città.

Ricordo che Angelo Marchese mi interrogò sul romanzo, pur non facendo l’autore ed il periodo parte del programma di II liceo classico, ma più che un’interrogazione fu una tranquilla conversazione.

Da quel momento, complice anche un abbonamento rateale che avevo con Einaudi, comprai tutta l’opera di Pavese, che ancora possiedo, oltre alla bellissima biografia di Pavese scritta da Davide Lajolo.

Purtroppo in III liceo, anno della maturità, non ebbi, ahimè, Angelo Marchese come docente, ma l’interesse e la passione per Pavese mi restò, tanto che decisi di portare proprio “Paesi tuoi” per il colloquio di Italiano, anche se ciò non era previsto. Al colloquio il commissario di Italiano –allora erano tutti esterni tranne il membro interno- mi chiese se c’era un autore del ‘900 che mi fosse piaciuto. Risposi “Cesare Pavese” e lui mi disse: “Lo conosco pochissimo, e poi non è nel programma…” E mi interrogò su Pascoli.

Paesi Tuoi