76° Anniversario della Liberazione

Oggi, 25 aprile 2021, cade il 76° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo.

La data ricorda il giorno della Liberazione di Milano, ma giova ricordarne una altrettanto importante: il 23 aprile, quando le forze Partigiane liberarono Genova. Fu la prima città in Europa liberata dai combattenti non inquadrati negli eserciti alleati ma nel Corpo Volontari della Libertà.

Ai Partigiani, agli Eroi che hanno dato la vita cadendo in combattimento, a quelli che nel tempo sono stati la memoria storica della Liberazione e ai pochi ancora in vita , deve andare il pensiero riconoscente della Nazione. Riconoscenza che si deve esplicare proprio nel mantenere vivo, da parte di chi è venuto dopo e di chi verrà, il ricordo di ciò che fu il più grande movimento popolare dell’Italia moderna: la Resistenza.

A coloro che, invece, si schierarono con l’invasore nazista aderendo alla Repubblica sociale, vada il perenne ludibrio nessuna pietà. Lo stesso a coloro che oggi vorrebbero far tornare indietro l’orologio della storia ad un periodo in cui la Libertà fu cancellata dalle peggiori dittature.

ORA E SEMPRE RESISTENZA

 

 

25 aprile
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La Liberazione di Genova

La Liberazione di Genova

Il 23 aprile 1945 ebbe inizio l’insurrezione che portò nei due giorni successivi alla resa delle forze armate tedesche nelle mani del Comitato di Liberazione Nazionale.

La presenza di militari tedeschi era cospicua per numero, dai 25 ai 30 mila, che per armamenti.

Le forze partigiane di città , inquadrate nei GAP, Gruppi di Azione Patriottica (formazioni legate ai diversi schieramenti politici), utilizzate prevalentemente per azioni di sabotaggio e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica simili alle precedenti ma più ridotte nel numero di aderenti. A questi erano pronte ad unirsi le formazioni di montagna, prevalentemente inquadrate nelle Brigate Garibaldi.

Il numero complessivo di insorti non superava, al momento i 5000, con armamenti quasi sempre leggeri.

Nonostante la predominanza di uomini e mezzi il comandante della piazza di Genova, il generale Günther Meinhold, si rese conto che la difesa della città non era possibile e difficile anche la fuga, in quanto le strade che portavano a nord, a partire dalla Camionale per Milano, erano bloccate dai Partigiani. Da sud, pur lentamente, stavano muovendosi le truppe alleate, per cui il generale tentò una mediazione che consentisse ai tedeschi di allontanarsi, in cambio non sarebbe stato distrutto il porto, già minato.

La mediazione fu condotta  dal cardinale Boetto e dal vescovo ausiliare Siri, ma, nella notte del 23 aprile, il CNL bocciò tale proposta dando al contempo l’ordine di sciopero generale e di insurrezione.

Il giorno successivo, il 24 aprile, dalla prima mattina iniziarono gli scontri sia con armi leggere che con mortai. I Partigiani conquistarono diverse posizioni strategiche, seppur non ancora sufficienti a dare il controllo a tutta la città.

Il 25 aprile, dall’alba, ripresero cruenti gli scontri e le formazioni partigiane conquistarono diversi punti strategici. Nel frattempo una buona parte dei militari tedeschi, compreso il comandante, era bloccato nella fuga a Savignone dalle brigate partigiane ivi operanti. Meihnold fu raggiunto da un giovane partigiano, Carmine Alfredo Romanzi, successivamente docente di Microbiologia all’Università di Genova e per anni Rettore magnifico, che gli consegno una lettera del cardinale Boetto ed una proposta di resa al CNL.

Meihnold, vedendo che non vi era possibilità alcuna di ritirata, fece ritorno a Genova e alle 19.30 del 25 aprile si incontrò a Villa Migone, nel quartiere di San Fruttuoso, con i rappresentanti del CNL, e firmò insieme al comandante partigiano Remo Scappini l’atto di resa incondizionata.

Genova fu la prima città italiana a liberarsi da sola imponendo ai tedeschi la resa senza condizioni.

Tre giornate tra le più luminose della storia del ‘900 che oggi, di fronte ai rigurgiti neofascisti, favoriti dal governo fascio-leghista, devono essere degnamente celebrate, in quanto da quella lotta sono nate la Repubblica democratica ed antifascista e la sua Costituzione, considerata una delle migliori al mondo.

Purtroppo l’errore che fu fatto alla fine della guerra fu quello di non estirpare completamente il cancro del fascismo, credendo che una riconciliazione nazionale fosse possibile. Invece, dopo 70 anni, le metastasi si sono riprodotte, sotto una diversa e per certi versi più subdola forma. Questo si evidenzia con il ridimensionare la valenza storica della Resistenza, utilizzando anche falsi storici, cercando di equiparare dal punto di vista ideale sia chi combatté dalla parte giusta che ci fu alleato e complice dei nazisti.

Sappia chi sta portando avanti questo osceno progetto che i nipoti dei Partigiani, educati ai valori della Democrazia e della Resistenza, sapranno fare come i loro nonni, affrontando e sconfiggendo ancora una volta, senza paura né remore, il fascismo in tutte le sue forme.

Atto di resa

“In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30, tra il sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del settore Meinhold, assistito dal Capitano Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte; il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria e dal Maggiore Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall’altra; è stato convenuto:

  1. Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;
  2. la resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;
  3. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento;
  4. il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato anglo-Americano operante in Italia.

Documento in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco

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In memoria di Antonio Canepa

Il 31 marzo 1983 moriva tragicamente l’onorevole Antonio Enrico Canepa. Era il figlio di uno dei personaggi più famosi dell’indipendentismo antifascista siciliano, Antonio Canepa, ucciso in circostanze mai chiarite nel 1940 in un conflitto a fuoco con i Carabinieri.

Tornato a Genova, città di origine della famiglia, Antonio Canepa frequentò la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, fondando un gruppo di studenti socialisti. Dopo la laurea, il suo impegno politico aumentò fino ad essere eletto nel 1970 segretario regionale del PSI e membro del Comitato centrale.

Il PSI genovese era in quei tempi suddiviso in quattro correnti: una con a capo Pippo e Paolo Machiavelli, avente come riferimento nazionale il segretario Francesco De Martino, quella del senatore Franco Fossa, collegata a Giacomo Mancini, ed infine quella della sinistra avente come principale figura genovese il futuro sindaco Fulvio Cerofolini e riferimento nazionale Riccardo Lombardi. La quarta corrente era quella che faceva riferimento a Pietro Nenni e poi a Bettino Craxi, ma non ricordo chi furono i referenti locali.

Antonio Canepa –sempre lo chiamammo con un solo -nome fu dapprima legato alla componente demartiniana, pur con una visione completamente diversa da quella dei Machiavelli, in particolare per quanto concerneva le alleanze politiche locali. In seguito, si legò strettamente al grande socialista ligure Sandro Pertini, allora Presidente della Camera dei Deputati e per lunghi anni direttore del giornale socialista “Il Lavoro”.

Nel 1970 fu eletto nel primo Consiglio regionale della Liguria, e ricordo particolarmente quella campagna elettorale alla quale, pur sedicenne, partecipai accompagnando Antonio in diversi comizi nei paesi dell’entroterra, per distribuire materiale elettorale e per parlare con i (pochi) giovani che incontravamo.

Nel 1971 partecipò, come rappresentante della regione Liguria alla elezione del Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Nel 1972 ci fu una delle più esaltanti campagne elettorali per la Camera dei deputati, e ricordo ancora l’ufficio elettorale che avevamo in un palazzo di Via San Lorenzo, di fronte alla Cattedrale, dove passai molto del mio tempo ad aiutare nella preparazione dei materiali elettorali, ed anche nell’accompagnare, con la patente presa un mese prima e la mia Fiat 500, Antonio in diversi comizi elettorali. Ricordo come fosse ieri il numero 10 che gli fu furbescamente scelto, in modo che fosse facile il collegamento con il numero 1 della lista stessa, quello del capolista Sandro Pertini.

Ricordo anche che Sandro Pertini, allora Presidente della Camera, risiedeva per il tempo della campagna elettorale, in un vagone del treno presidenziale, fermo su un binario della stazione Principe.

Un pomeriggio -al mattino andavo a scuola ed era l’anno della maturità- tornando con la mia Fiat 500 dal Liceo Colombo vidi in Corso Solferino Antonio -egli abitava lì sopra in Salita superiore di San Rocchino- che si sbracciava a mo’ di autostop. Mi fermai, mi riconobbe e mi disse: “Per favore, portami subito in Piazza Cavour, Pertini mi aspetta..:” Visto lo scarso traffico di quegli anni in 10 minuti arrivammo e mi disse, parcheggia e accompagnami dalla “Santa”, il ristorante. Per pura fortuna trovai un posto, andammo al ristorante, fuori c’erano due probabili poliziotti, dentro in un tavolo Sandro Pertini, insieme ad tre o quattro notabili socialisti (ricordo Delio Meoli, Rinaldo Magnani, Francesco Malerba e Fulvio Cerofolini, futuro sindaco di Genova). Pertini in genovese disse: “alla buon ora sei arrivato..siediti e fai sedere anche questo giovane compagno”.

Si può immaginare il mio stupore: io al tavolo con uno dei grandi della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare, poi Presidente della Repubblica.

Non ricordo nemmeno quello che mangiai, troppa era l’agitazione per un avvenimento assolutamente impensato. Alla fine del pranzo uscimmo a fare due passi in Sottoripa e lì molte persone si fermavano a parlare con Pertini, e si può immaginare quale fosse il mio orgoglio di fare parte di quel gruppo.

Pertini poi ci lasciò salendo su un’auto della prefettura per andare ad un comizio, mentre gli altri si diressero all’ufficio di Via San Lorenzo. Ed io a casa a studiare.

Antonio in quella elezione fu eletto alla Camera, strappando per via dei resti il posto al famoso avvocato Biondi ed iniziò per lui il mandato come più giovane parlamentare.

Nel 1976 la campagna elettorale per le elezioni politiche della VII legislatura la vissi in modo meno impegnato, sia per gli studi universitari sia per il fatto che ero stato eletto segretario regionale della FGSI (Federazione Giovanile Socialista) e cercai di dare il mio impegno in quel senso.

Antonio non fu eletto, per una serie di guerre interne al PSI,in particolare per l’emergente corrente craxiana, e per la perdita di un deputato nella circoscrizione ligure. La cosa fu per lui un duro colpo che lo portò all’uso di stupefacenti.

Risultò, tuttavia, primo dei non eletti, e subentrò il 20 luglio 1978 a Sandro Pertini, eletto Presidente della Repubblica.

Fu rieletto nel 1979, nella VIII legislatura. Non partecipai attivamente a questa campagnia elettorale, un po’ perché avevo ridimensionato le mie attività politiche, disamorato per la piega centrista in cui volgeva il Partito. Un po’ perché avevo iniziato la mia carriera di insegnante.

Ricordo, tuttavia, una riunione elettorale del 1979 ,alla quale partecipai, presso la sezione “Centro” di Salita Carmagnola, dove Antonio intervenne in condizioni abbastanza precarie e parlò solo pochi minuti e poi si chiuse nel bagno da cui uscì dopo mezz’ora. Alla fine della riunione gli chiesi se volesse un passaggio in auto a casa, mi rispose di no, che aveva un impegno e mi salutò avviandosi per i vicoli.

Fu l’ultima volta che lo vidi di persona e gli parlai.

Antonio Canepa fu per me una delle basi della mia formazione politica, una persona estremamente disponibile, cordiale ma che forse aveva patito oltre misura la tragica perdita del padre.

Purtroppo nella sua vicenda umana non trovò solo voci amiche che cercarono di aiutarlo, primo tra tutti Don Andrea Gallo che lo ospitò nella sua comunità. ma piuttosto persone che sfruttavano la sua debolezza per scopi personali, politici e forse anche economici, arrivando anche a fornirgli la droga.

Forse anche i cambiamenti imposti da Craxi al Partito, la sua svolta verso i poteri economici forti, il distacco da quella parte del movimento operaio che si riconosceva nel socialismo democratico lasciando che transitasse al PCI o ad esperienze extraparlamentari, financo i giochi di potere più o meno occulti che dominavano la vita del partito furono concause dell’isolamento di Antonio e della sua caduta verso l’abisso.

Dopo la sua tragica scomparsa la sua figura è stata volutamente messa in disparte, cancellata dalla storia del PSI della seconda parte del XX secolo e sulla sua morte non si è indagato abbastanza, ma allora tutti vollero così.

Che ti sia lieve la terra Antonio, anche a distanza di 38 anni.

In ricordo di Antonio Canepa pubblico una diapositiva che scattai nel 1979 durante un comizio in Largo XII ottobre al quale intervenne anche Bettino Craxi, proprio in occasione delle già citate elezioni politiche del 1979. Nella foto si vede Antonio mentre introduce la manifestazione.

Antonio Canepa, 1979

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Scuola chiusa

In Liguria ancora scuole superiori chiuse e didattica a distanza

La chiusura delle scuole superiori con conseguente prolungamento ad infinitum della DAD provoca un vulnus irreparabile alla formazione di quei giovani che si vedono sottrarre sia la lezione in classe, sia il rapporto diretto con docenti e compagni di classe, sia le attività laboratoriali. Potrebbe spiegare Toti come pensa si possa sostituire con la DAD un rilievo topografico, o una gascromatografia (palo degli istituti tecnici) o quelle esercitazionali previsti dagli ordinamenti dei professionali ?
 
Né ha fondamento quanto dichiarato dal Toti che la chiusura abbia lo scopo di evitare il propagarsi della forma inglese del Covid-19 tra i giovani che sembrano più facilmente infettabili-
La scuola, infatti,  è un luogo sicuro, con delle regole stringenti che difficilmente non vengono rispettate.
Non pensa l’astuto presidente che, comunque, i giovani si incontreranno fuori dalla scuola, magari in luoghi ristretti e, visto che non ha emanato alcuna ordinanza in merito, pure con amici provenienti dalle zone rosse ?
Per quale motivo, a differenza di altri Presidenti di regione non ha già previsto il divieto di accesso alle seconde case da parte di proprietari o affittuari provenienti da “zone rosse” ?
 
Il fatto è che alla destra, di cui l’esimio è rappresentante, pensa solo ed unicamente all’economia, non alla formazione, alla cultura né, tantomeno, a migliorare la campagna vaccinale che in Liguria, promesse a parte, va come una lumaca.
Quindi: studenti a casa a fare la DAD, via libera all’invasione delle seconde case, movide sui lungomari, affollamenti, contagi.
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Colonna infame

I “giardini” di via Montello in Genova

Genova, si sa, è una cittVia Montelloà nata sul mare e che si è, per forza di cose, espansa nei secoli sulle pendici dell’Appennino e lungo le valli dei torrenti.

Per questo motivo non 

ci sono a Genova parchi urbani estesi, ma solo quelli collegati alle ville patrizie costruite nel corso dei secoli.

Nell’800 e nel secolo scorso le riforme urbanistiche, a partire da quelle di Carlo Barabino, hanno modificato profondamente l’assetto viario della città, con la costruzione, intorno al 1850, dei due principali assi in salita, via Assarotti e via Caffaro, che portavano alla nuova Circonvallazione a Monte. Questi assi, così come i corsi che portavano a Castelletto e da lì oltre, avevano tutti in comune il fatto che i palazzi erano uno adiacente all’altro, con solo qualche distacco di servizio, ma non si pensò assolutamente a creare degli spazi verdi, relegando il tutto, quando possibile, ad alberature ai margini della strada.

Solo ove le curve delle strade lasciavano qualche spazio disponibile, lì erano, non sempre, creati dei piccoli giardini ad uso pubblico. Percorrendo la Circonvallazione a Monte tra Piazza Manin e Castelletto, ci sono almeno tre esempi: uno in Corso Magenta all’uscita di Via Santa Maria della Sanità, uno poco dopo nella zona nota come “Vaccheria”, ed uno in Piazza Villa.

Simili spazi non sfruttabili pienamente per costruire palazzi sono stati nel tempo lasciati come spazi verdi, sia con presenza di vegetazione spontanea, sia, nei periodi più favorevoli, con l’impianto di alberature, ad esempio lecci, pini domestici, platani.

Ne è un esempio il tratto terminale alto di Corso Monte Grappa, dove è presente un ampio spazio verde digradante verso Via Montello. La zona di Via Montello risale agli anni ’60 ed è posta sulla sommità della parte destra della bassa Val Bisagno. La strada è frutto di una urbanizzazione selvaggia, tipica di quegli anni, con palazzi molto vicini ed alti. Lo spazio verde di cui si parla sarebbe, quindi, molto importante per migliorare la vivibilità della zona, tanto è vero che negli anni ’60 del secolo scorso, furono create delle discese che scendevano, in mezzo al verde, da Corso Monte Grappa. Nelle curve dei sentieri erano stati creati dei sedili in pietra ed in un tratto anche delle panchine alla genovese, per un riposo sotto i grandi pini e cipressi.

Purtroppo negli ultimi anni, forse anche decenni, questa area verde, una vera e propria pinetina, è stata del tutto abbandonata ad uno stato che rappresenta pericoli per chi vi transiti. Le scalinate sono ricche di buche, le aiuole aride usate ormai solo come latrine dai cani, gli alberi necessitano di una manutenzione che vada al di là del taglio dei rami più pericolosi, ma che contempli il rifacimento delle aiuole, la collocazione di alberi al posto di quelli nel tempo crollati, e la vera destinazione dell’area a giardino pubblico.

Purtroppo temo sia un’utopia: l’attuale giunta comunale con il sindaco Bucci si disinteressa completamente alla manutenzione del verde pubblico –basti vedere lo stato di molti parchi di ville storiche-, preferendo investire soldi nella creazione di piste ciclabili non usate da nessuno, in quanto Genova non è mai stata e mai sarà, proprio per la sua struttura, una città per ciclisti, intesi come coloro che utilizzano il ciclo non per sport ma per spostarsi.

Un tempo, quando qualche personaggio pubblico si fosse macchiato di colpe nei confronti della Superba, per lo stesso era eretta una Colonna infame, a perpetua memoria e ludibrio. Famosa è quella di Porta dei Vacca ed in tempi più recenti quella affissa nei Giardini Baltimora, per ricordare lo scempio perpetrato con l’abbattimento del quartiere Madre di Dio per la costruzione degli orrendi palazzoni ospitanti, tra l’altro,la Regione Liguria.

Ecco una breve clip con le immagini dei “giardini” di Via Montello.

4:03
I "Giardini" di via Montello in Genova
19 Marzo 2021

 

Al sindaco Bucci, come simbolo di tutti i reggitori della cosa pubblica genovese susseguitisi nel tempo, faccio dono di una Colonna infame virtuale.:

Colonna infame
Colonna infame

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Creuza

Per le crêuze e le scalinate di Genova

In questi tempi di restrizioni dovute alla pandemia, anzichè passeggiare per luoghi affollati, mi piace camminare per stradine, scalinate e crêuze di cui abbonda la Circonvallazione a Monte di Genova.

Si sa che Genova è stata costruita sul mare, partendo dal Castrum romano, ma nel corso dei secoli insediamenti si sono avuti nelle colline vicine. Spesso insediamenti monastici, santuari, chiese, ma anche terreni coltivati da cui partivano, a dorso di mulo, le provviste per la città marinara. Ecco un esempio del vero “Km zero”.

Le crêuze, per chi non lo sapesse, sono delle stradine in salita, una volta usate come mulattiere, per congiungere il centro storico di Genova a insediamenti sulle alture. La caratteristica è quella di avere una parte, di solito centrale, in mattoni rossi pieni e due parti laterali di grossi ciottoli marini, per il deflusso dell’acqua piovana. In alcuni casi, come nella Salita alla Porta di San Bernardino, le mattonate sono laterali e il ciottolato centrale. Una di queste è magistralmente descritta da Fabrizio De Andrè nella stupenda canzone “Crêuza de mä”

Passando per queste crêuze, e per le scalette che spesso sono usate nei forti dislivelli, balza subito agli occhi il pessimo stato di conservazione della maggior parte. Mattoni fuoriusciti o mancanti, ciottolati divelti dal passaggio di auto, erbe cresciute ai bordi o negli interstizi. La manutenzione è praticamente zero: il Comune non se ne cura se non porprio quando le cose si fanno pericolose e l’ineffabile Sindaco Bucci preferisce spendere migliaia di euro nelle piste ciclabili, dove non passa quasi nessuno in quanto Genova non è una città per ciclisti, intesi quelli che dovrebbero usare la bicicletta per recarsi al lavoro. Queste corsie rosse stanno riempendo molte zone della città, ovviamente quelle in piano, in quanto difficilmente chi abita sulle alture (ovvero la maggior parte dei genovesi), avrebbe difficoltà ad arrampicarsi, ad esempio, per via Assarotti, via Montaldo, via Sant’Ugo per tornare a casa.

Stamattina ho pensato di fare una passeggiata dalla zona di Piazza Manin/Largo Giardino su per una scalinata che porta alla stazione della Ferrovia per Casella. Da lì salendo per le Mura seicentesche di San Bartolomeo, poi giunti alla confluenza con via Carso e via Cesare Cabella, salendo per un viottolo e scalinata lungo il bastione delle Mura di San Bernardino, scalinata e sentiero in pessime condizioni di pulizia e manutenzione, ricco, invece, di deiezioni canine, arrivati alla Chiesa e alla Porta omonime, scendendo per la salita alla Porta di San Bernardino, una lunga crêuza che ha la caratteristica di avere due mattonate laterali ed un ciottolato centrale. Anche qui la vegetazione è rigogliosa, specie di Parietaria Officinalis, i mattoni spesso pericolosamente sconnessi e lo stesso per il ciottolato. Al termine della crêuza si raggiunge la chiesa di Santa Maria della Sanità e la discesa omonima con un ingresso al parco di Villa Gruber.

Ecco uno slideshow di immagini dei tratti in scalinata e in crêuza.

5:17
Genova: Crêuze e scalinate
17 Marzo 2021

 

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Joan Baez

Joan Baez compie 80 anni

La grande cantautrice americana Joan Baez compie oggi 80 anni. Auguri ad una delle voci più significative della musica folk e pop internazionale, ma soprattutto ad una strenua combattente contro le ingiustizie del mondo. Dalle battaglie politiche contro l’intervento USA in Indocina, a quelle contro la segregazione e la discriminazione razziale, contro la pena di morte,  e, in tempi recenti,  oggi alla contestazione civile contro il peggiore e più pericoloso presidente degli USA, Donald Trump.

Di lei si ricordano canzoni straordinarie, sia come autrice che come interprete: “Where Have All the Flowers Gone ?”, “Farewell Angelina”, We Shall Overcome”, “Here’s to You” -dedicata agli anarchici italiani Sacco e Vanzetti e musicato da Ennio Morricone-, Where Are You Now, My Son ?”, “Gracias alla Vida” di Violeta Parra, fino alla stupenda interpretazione con Bob Dylan della sua “Blowin’ in the Wind“, una delle più grandi canzoni del ‘900.

E non dimentichiamo il suo amore per l’Italia e la musica italiana, con diverse esibizioni con artisti del nostro paese, come Francesco De Gergori, Vinicio Capossela, a esibizioni in supporto di Emergency, a diversi concerti che hanno sempre avuto il tutto esaurito. Ed anche interpretazioni di brani italiani come “La canzone di Marinella” di Fabrizio De Andrè, “La donna cannone” di Francesco De Gregori, “Un ora d’amore” e “C’era una ragazzo che come me amava i Beatles ed i Rolling Stones” di Gianni Morandi.

Ricordo, come fosse ieri, di aver assistito a due concerti di Joan, il primo nella primavera del 1984 al Palasport (ricordo una pessima acustica) ed il secondo al Teatro Margherita di Genova nell’estate del 1986, dove oltre la scaletta, continuò a proporre dei bis anche improvvisando senza accompagnamento musicale.

Auguri Joan di continuare ancora a lungo la tua carriera e di essere sempre un punto di riferimento per chi crede nella democrazia e nella pace.

 

Joan Baez a Genova
Joan Baez a Genova -1986

 

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Folla in via XX Settembre

E’ finito il temporale (o forse no)

Quando, specie d’estate, finisce un temporale ecco che ritorna a far breccia tra le nubi il sole. La natura sembra rimettersi in moto, gli umani guardano dalla finestra: il pericolo di bagnarsi è scampato, possiamo uscire di nuovo.

Parlando di un temporale ben più pericoloso, non costituito da gocce d’acqua ma di virus, la storia si ripete. La Liguria da oggi passa dalla zona arancione, quella di media pericolosità di propagazione dell’epidemia e di saturazione ospedaliera, a quella gialla, un po’ più lieve, ma sempre pericolosa.

Ed ecco che la gente, come documenta il quotidiano La Repubblica, si precipita nelle vie dello shopping, accalcandosi, sì con la mascherina (a volte messa male), pensando che la stessa sia una specie di viatico per non infettarsi, scontrandosi, sfiorandosi, come se non vi fosse più alcun pericolo.

Un’altra notizia, sempre nello stesso quotidiano online, ci fa sapere che oggi i ristoranti sono quasi tutti prenotati, lo stesso i bar per aperitivi e apericene, pur anticipati.

L’ineffabile Presidente della Regione Liguria Toti proclama non di fare attenzione, ma che tutto sta andando bene, che l’economia deve rimettersi in moto, che il denaro deve riprendere a girare.

Sembrerebbe che davvero il temporale sia finito. Ma un segnale ancora lascia perplessi: la scuola resta fisicamente chiusa, tranne le primarie, per le altre classi si prosegue con la didattica a distanza. Di riapertura completa se ne perlerà dopo le feste. Forse.

E che diamine: non vorrete mica che gli studenti ed i docenti in movimento, recandosi o tornando da scuola, affollino gli autobus creando disagio a coloro che vanno in centro a fare shopping? Non sia mai… l’istruzione viene dopo l’economia.

(foto da repubblica.it)

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