Roberto Saviano

#IoStoConSaviano

Roberto Saviano è stato denunciato dal ministro Salvini per averlo definito “Ministro di Mala Vita”. Lo stesso Salvini oggi si è sottratto, con un voto politico del Senato, al giudizio di un magistrato per i reati di cui è stato denunciato in relazione al caso della nave Diciotti.

Da un lato un ministro terrorizzato dall’idea di poter essere processato e condannato si fa assolvere politicamente dai suoi compari, evitando quindi di comparire davanti al suo giudice naturale, come vorrebbe la Costituzione.

Dall’altro lato uno scrittore, fortemente critico nei confronti di questo governo ed in particolare della politica razzista e sovranista di Salvini, accetta di essere giudicato per una denuncia fatta non dal ministro in quanto persona ma su carta intestata del ministero.

Di fronte allo squallore umano (se di fattore umano si può parlare, aggettivo quanto mai inopportuno per il ministro) non esiste che una sola scelta: #IoStoConSaviano.

Tim Bernes-Lee

Il Web ha 30 anni

Il 12marzo 1989,Tim Berners-Lee, ingegnere che lavorava al Cern di Ginevra propose il documento ”Information Management: A Proposal”, per il progetto di un software per la condivisione universale e libera di documenti in formato ipertestuale.

Dalla sua intuizione nasceva l’idea del Web, meglio del World Wide Web, che si sarebbe sviluppata con le sue ricerche fino alla pubblicazione il 6 agosto 1991 del primo sito Web online.

Tim Bernes-Lee può essere riconosciuto come uno dei più importanti scienziati del XX secolo, per l’impatto sociale che ha avuto la sua intuizione.

Il Web come è ora è però disconosciuto da Tim, il quale ritiene che abbia avuto il sopravvento l’aspetto commerciale su quello della libera condivisione di informazioni e materiali. Un altro motivo di allarme è il fatto che informazioni personali o materiali propri (es. foto, video,documenti) sono raccolti e mantenuti non dagli autori stessi, ma da società esterne che possono utilizzarli per propri scopi.

Per questo motivo Tim sta lavorando al MIT di Boston ad un progetto chiamato Solid (social linked data), un insieme di convensioni ed applicazioni open source che creano un sistema decentralizzato. Ogni utente o gruppo di utente può decidere dove mantenere i propri dati ed averne il controllo completo ed averne il controllo completo.

Ogni utente, infatti, può disporre di un Solid POD, ovvero uno spazio ove contenere propri materiali e scegliere se questi siano conservati in un server personale, aziendale o presso un provider.

Lo stesso utente ha la facoltà di decidere quali applicazioni possano accedere ai dati del Solid POD in lettura o lettura/scrittura. Lo spostamento del Solid POD da un provider ad un altro può avvenire direttamente senza che il provider stesso possa vietare l’operazione o, parimenti, sapere quali dati siano trasferiti.

Per installare in locale un server Solid è possibile seguire queste istruzioni.

Tavola periodica

150 anni di Tavola Periodica

Il 6 maggio 1869 venne pubblicata da Dmitrij Ivanovič Mendeleev, chimico russo, la prima tavola periodica degli elementi.

L’intuizione di Mendeleev non si limitava ad una semplice organizzazione tabulare degli elementi allora conosciuti secondo la massa atomica, ma li organizzava in colonne e righe; quando un elemento presentava caratteristiche simili a quelle di uno già presente, la riga o colonna si interrompeva e si passava ad una nuova.

Mendeleev ignorò in alcuni casi l’ordine che poteva dare la
massa atomica , ma diede maggiore importanza alle caratteristiche chimico-fisiche degli elementi nell’inserimento nelle colonne.

In diversi casi, non essendo noto allora un elemento che avrebbe potuto essere inserito in una “casella” della tavola, ne ipotizzò l’esistenza. In seguito la predizione fu confermata con la scoperta di nuovi elementi con quelle caratteristiche, ad esempio nel caso del gallio (Ga) e del germanio (Ge).

Negli sviluppi successivi Mendeleev disegnò la sua tavola periodica con sette colonne he divennero otto con la scoperta dei gas nobili.

Vale la pena di ricordare che in quei tempi non erano ancora state sviluppate le teorie atomiche e le particella atomiche ancor là da essere identificate, cosa che avvenne per elettrone e protone negli ultimi anni del XIX secolo. Solo allora si osservò che la collocazione degli elementi fatta da Mendeleev rispecchiava quella determinata dal numero atomico.

La tavola in seguito fu modificata, ad esempio in relazione ad alcuni elementi che sono miscele di isotopi, con l’aggiunta degli elementi scoperti successivamente, e, grazie alla meccanica quantistica si vide che in ciascuna riga, detta periodo, erano posti elementi con numero atomico crescente con una struttura elettronica esterna crescente (es. 1, 2, 3… elettroni nel livello energetico esterno), restando uguale in ciascuna riga il numero quantico principale.

Le colonne passarono alle 7 iniziali di Mendeleev alle 18 attuali, detti gruppi; essi comprendono, ciascuno, elementi con la medesima configurazione elettronica esterna. Ad esempio gli elementi del I gruppo, detti metalli alcalini, hanno tutti un elettrone nel livello energetico esterno; gli elementi del II gruppo, detti metalli alcalino-terrosi ne hanno due.

Dai 63 elementi descritti da Mendeleev si è arrivati agli attuali 118, gli ultimi creati artificialmente in laboratorio in pochi atomi che hanno avuto una vita di pochi millisecondi prima di decadere, e in alcuni laboratori sono in corso esperimenti per “costruire” altri elementi con numero atomico superiore.

Si tratta, come si vede, di ricerca pura senza alcuna immediata ricaduta sull’utilizzo di questi nuovi elementi, ma in futuro chissà ?

Concludo con una piccola considerazione personale: quella pubblicata in questo sito è stata la prima tavola periodica interattiva in lingua italiana pubblicata in Internet. Per ciascun elemento sono disponibili le principali caratteristiche chimico-fisiche e, quando possibile, una foto dell’elemento.

La prima tavola periodica di Mendeleev
La prima tavola periodica di Mendeleev


Sandro Pertini, Genova 28 giugno 1960

24 febbraio 1990: muore Sandro Pertini

Sandro Pertini, comandante partigiano, socialista, medaglia d’oro della Resistenza e Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985 muore a Roma il 24 febbraio 1990.

Vorrei ricordarlo riportando il suo discorso tenuto il 28 giugno 1960 a Genova, in occasione della rivolta contro l’ipotesi di un congresso neofascista che sarebbe dovuto tenersi nella città medaglia d’oro della Resistenza.

Discorso di Sandro Pertini
Genova, Piazza della Vittoria, 28 giugno 1960

Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali.

Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo.

Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori.

Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.

Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato.

Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.

Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.

Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.

Questi valori, che resteranno finché durerà in Italia una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui.

La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo.

La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero.

Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.

È necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”.

E salvarono la Patria, purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.

Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune.

Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?

Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima.

Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.

E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti.

Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.

Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni.

Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.

Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza., il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.

Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra Liguria, le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre.

Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista.

A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza?

Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.

Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.

Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.

Fabrizio De Andrè

Buon compleanno Faber

Il 18 febbraio 1940 nasceva a Genova, in via De Nicolay a Pegli, Fabrizio De Andrè.

Oggi Fabrizio avrebbe 79 anni e sicuramente, in questi ultimi 20 in cui non è stato più con noi, ci avrebbe regalato altre poesie ed ancora nel futuro.

Ma il destino è spesso crudele, per cui non possiamo che ricordarlo attraverso le sue opere che resteranno immortali.

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The Beatles: 50 anni dal Concerto sul tetto

Il 30 gennaio è trascorso mezzo secolo da uno dei concerti che hanno segnato in modo indelebile la musica pop del XX secolo. Si tratta del “Rooftop Concert” dei Beatles, l’ultimo della band che nell’anno successivo si sarebbe, ahimè, sciolta.

Un concerto di solo una quarantina di minuti, tenuto in una gelida mattinata del 30 gennaio 1969 sul terrazzo del palazzo ove aveva sede la Apple Corps., a Londra in Savile Row 3. La Apple Corps. era, è bene chiarirlo per evitare fraintendimenti, la società musicale fondata dagli stessi Fab four.

Alla fine degli anni ’60 del XX secolo, dopo 7 anni di attività, il quartetto era in profonda crisi. Dopo una fase mistica, culminata nel 1968 con il soggiorno in India da Maharishi Mahesh Yogi, i dissidi tra i quattro, in particolare tra John e Paul, divennero sempre più frequenti, tanto da abbandonare i concerti e rallentare la produzione discografica.

Tuttavia le richieste dei discografici e quelle del pubblico di produrre nuovi brani, convinse i Beatles (anche se George fu piuttosto riluttante), a riunirsi per un progetto che su chiamato “Get Back” che prevedeva anche produzione di un film durante le prove di registrazione e culminante con una esibizione in un posto insolito, piuttosto che in una sala di concerto o in uno stadio. Il film si sarebbe intitolato “Let It Be – Un giorno con i Beatles“.

Al termine delle riprese delle prove di registrazione i Beatles decisero, forse per comodità o per evitare di dover stare troppo tempo insieme, di tenere un concerto sul tetto del palazzo sede degli studi di registrazione.

I tecnici di Apple Corps. portarono sul tetto gli strumenti e, nonostante il freddo intenso, i quattro, con la presenza anche di Billy Preston, un bravissimo tastierista, alle 12 iniziarono a suonare.

I brani che vennero proposti iniziarono con

  • “Get Back”
  • “I Want You (She’s So Heavy)”
  • “Get Back” (seconda versione)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “I’ve Got a Feeling
  • “One After 909”
  • “Danny Boy” (brano tradizionale inglese)
  • “Dig a Pony”
  • “God Save the Queen” (inno nazionale)
  • “I’ve Got a Feeling”
  • “A Pretty Girl Is like a Melody” (brano jazz)
  • “Don’t Let Me Down”
  • “Get Back”

Da notare che alcuni brani o parte di essi non sono stati registrati, e quindi non presenti nel filmato, in quanto i tecnici dovettero cambiare un paio di volte i nastri di registrazione.

Ben presto sotto il palazzo di Savile Row si radunarono molti passanti, per lo più incuriositi da ciò che sentivano, più che vedere, ma in pochissimi minuti la strada si riempì tanto da bloccare il traffico.

Nella parte di film girato per la strada si vedono diverse persone meravigliate, una anche abbastanza infastidita, e un cospicuo numero di poliziotti che si interrogavano su cosa fare.

Alla fine venne dato l’incarico ad un paio di “bobbies” di salire sul tetto per far cessare l’esibizione in quanto non era autorizzata e stava turbando il vicinato. Nel film si vedono gli agenti discutere con i tecnici mentre i Fab Four continuavano imperterriti nella loro esibizione.

Credo che quegli agenti non avessero allora cognizione del fatto che si trovavano di fronte ad un fatto storico, all’ultima esibizione dei Beatles, ad un concerto che cambiava completamente il paradigma della musica pop.

Comunque la legge non conosce scappatoie e, dopo 40 minuti circa, il concerto venne sospeso. Alla fine John salutò i presenti con una frase che rimase storica: “I’d like to say thank you on behalf of the group and ourselves and I hope we’ve passed the audition” (Vorrei ringraziare a nome del gruppo e di noi stessi e spero che abbiamo passato l’audizione).

Durante l’esibizione John pronunciò altre frasi, alcune delle quali si possono sentire nel film e, spesso, con significati un po’ oscuri.

Dopo il Concerto sul tetto l’attività musicale dei Beatles si protrasse con l’uscita dell’album “Abbey Road” nel settembre del 1969, famoso anche per la copertina in cui i quattro attraversano la strada, e si concluse di fatto l’anno successivo con la pubblicazione dell’album “Let It Be“, i cui contenuti erano già stati prodotti precedentemente.

Considerando che il primo album dei Beatles è “Please please me” del marzo 1963 e l’ultimo, come detto, “Let It Be” del maggio 1970 la carriera discografica dei Beatles durò circa 7 anni: sicuramente pochi. Ma nessun altro gruppo fu così decisivo nel progresso della musica pop del ‘900.

Una versione, pur non completa, del filmato
Parchi di Nervi

Parchi di Nervi: lo scempio infinito

Sono trascorsi, ormai, quasi 9 mesi dalla fine di Euroflora 2018, l’esposizione florovivaistica che una mente improvvida, se non alterata, ha voluto far svolgere nei parchi storici di Nervi.

Euroflora nacque nel 1966 per iniziativa della Fiera di Genova che, allora, cercava di conquistarsi uno spazio non solo ristretto al Salone nautico. Da allora, fino al 2011 ogni quattro o cinque anni si è svolta all’interno degli spazi fieristici, con ottimi risultati in termini di visite.

D’altra parte la struttura stessa di Euroflora prevedeva l’installazione di piante ornamentali, la riproduzione in piccolo di vari biotopi, ma sempre tenendo conto della temporaneità della cosa.

Ricordo che vi era differenza tra il visitare l’esposizione nei primi giorni piuttosto che in quelli finali ove moltissime piante, specie quelle fiorite, risentivano del tempo. Tanto è vero che molte venivano regalate ai visitatori l’ultimo giorno di apertura.

Conclusa l’esposizione le piante che potevano essere recuperate venivano riportate ai loro vivai, i terreni rimossi, e in pochi giorni la Fiera ritornava come prima.

Lo scorso anno l’ineffabile sindaco di Genova Bucci, per qualche recondito motivo, molto probabilmente per crearsi una visibilità fino ad allora inesistente, decise di far svolgere Euroflora 2018 nei parchi storici di Nervi. La motivazione era quella di attrarre un maggior numero di turisti-visitatori, anche se Nervi non è certo una località per turismo di massa.

Quindi gli espositori sono stati autorizzati a installare i loro “stand” nei prati e nelle aiuole dei parchi. Ciò, ovviamente, ha comportato il passaggio sul terreno di camioncini, piccoli escavatori, il passaggio di cavidotti per l’elettricità, l’aggiunta di terra, pietrisco, argille sui terreni e quanto altro.

Senza nulla togliere alla riuscita in termini di numero di visitatori, che avrà probabilmente avuto un riflesso nell’economia della zona, i problemi sono sorti al termine della floralie in quanto gli espositori hanno ripreso quanto poteva essere riutilizzato, lasciando in loco montagne di terricci, granulati di argilla espansa, pietrisco, etc.

Il sempre ineffabile sindaco promise che nell’arco di due mesi i servizi comunali (ASTER) avrebbe ripristinato i luoghi.

Alla riapertura alla fruizione dei cittadini dei parchi, si vide subito che poco era stato fatto, molte zone erano recintate da gabbie metalliche e solo in piccole zone era stato ripristinato il livello del terreno e posizionato sopra un tappeto erboso.

Alle proteste di chi lamentava un rallentamento dei lavori fu risposto che il ripristino dei prati erbosi non poteva essere fatto completamente nei mesi estivi in quanto avrebbe attecchito male. Si arriva all’autunno, le gabbie spariscono, ma i prati rimangono, a parte alcuni, ancora di un inquietante colore giallo, segno che anche le poche rizollature hanno avuto dei problemi di attecchimento.

Si arriva all’inverno e nei giorni feriali è possibile, e nemmeno sempre, vedere al massimo due operatori al lavoro.

Oggi, 20 gennaio, la situazione è quella evidenziata nelle foto da me scattate oggi pomeriggio: uno squallore che fa a pugni con la bellezza dei luoghi.

Il bello è che il Bucci ha dichiarato che la prossima volta Euroflora si svolgerà in modo diffuso nei vari parchi della città. Buona idea, così ne sputtaniamo di più: una equa suddivisione dei disastri.

La speranza è solo che alla prossima Euroflora ci sia un sindaco che sappia davvero fare il suo lavoro.

3:38
Lo scempio ai Parchi di Nervi
20 Gennaio 2019
Fabrizio De Andrè

20 anni senza Fabrizio De Andrè

L’ 11 gennaio di 20 anni Fabrizio De Andrè se ne andò. Ricordo ancora quella mattinata del 1999 quando, a scuola, in un momento libero lessi la notizia su un giornale online.

Notizia, almeno per me, giunta come un fulmine a ciel sereno, non sapendo che da tempo Fabrizio stava lottando e, purtroppo, soccombendo al male.

E subito mi riportarono alla mente le sue canzoni più famose, a partire da “Il testamento” che, adolescente e alla metà degli anni ’60 o poco più, sentivo ripetutamente in un juke-box di un bar dell’entroterra genovese.

Una canzone che molti miei coetanei non apprezzavano, forse non capivano, qualche ragazza allora arrossiva al sentire “la rendita di una puttana“, ma che per me era la rappresentazione del mondo di Fabrizio, il mondo degli ultimi, degli esclusi.

A volte con le 100 lire sceglievo tre volte questa canzone, oppure una volta il lato B, la “Ballata del Michè“.

Poi altre canzoni, da “La città vecchia“, a “Bocca di rosa“, “Carlo Martello“, “La ballate del Michè” già citata, passando per la famosissima “Canzone di Marinella“.

Bocca di rosa” fu anche al centro di una invenzione con i miei compagni di classe al Liceo classico Colombo, in quanto la traducemmo in latino, strofa per strofa. Ne ricordo ancora alcune, forse con errori grammaticali: “Via Agri est quendam virgo, labiae rubri coloratae, oculi grandes quam strada, nascuntur flores ubicumque iter facit.” (mi scuso per eventuali errori,ma è passato quasi mezzo secolo…)

Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrare Fabrizio per una strana coincidenza. Come spesso accadeva in quegli anni, i primi anni ’70, i ragazzi spesso si incontravano alla sera per partite di calcio in piazze della città. Con alcuni amici fui invitato nella zona di Carignano dove d’estate si sfidavano diverse squadre provenienti dai vari quartieri del centro

Una ventina di coetanei e qualche giovane con una manciata di anni di più. Uno di quelli era Fabrizio, forse accompagnava qualcuno, in quanto non ricordo che giocasse, e ma lo osservai costantemente con la sigaretta in bocca, pensoso, quasi estraniato e ricordo di aver detto ad un amico che era esattamente come nella foto di questa copertina.

Negli anni successivi, ne seguii la strada verso il successo, ascoltando non più al juke-box ma su dischi o musicassette tutte le storie raccontate da Fabrizio, senza perderne mai alcuna.

Rimasi turbato quando seppi del rapimento in Sardegna, sentendomi un po’ colpevole, in quanto traggo le mie origini, da parte paterna, proprio da quella zona, Tempio Pausania. Una esperienza lunga, dura e difficile per lui e per Dori Ghezzi, ma dalla quale uscì senza odiare i rapitori e quasi giustificando e provando pietà per quei pastori anch’essi parte del mondo degli ultimi. Dopo 117 giorni, il 21 dicembre 1979, furono rilasciati ed ebbe a dire ” Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai“.

E’ stato grande, forse il più grande autore della seconda metà del ‘900, e il mio più grande rammarico, da ex-docente, è che di lui ve ne è solo piccola traccia nei testi di letteratura del ‘900 e, cosa ancor più grave, quasi sempre non trattato per “mancanza di tempo”.

Ciao Fabrizio.