Ma che paese sono gli USA ?

Le recenti elezioni presienziali americane, con la vittoria pur sofferta del candidato democratico Joe Biden sul candidato repubblicano (ma sarebbe meglio chiamarlo fascista) Donald Trump hanno evidenziato una grossa spaccatura tra i due schieramenti principali della politica USA.

Sui contenuti della campagna elettorale molt temi sono stati ammpiamente dibattuti ed hanno evidenziato notevoli differenze tra i due candidati.

Parlo l’assistenza medica a chi non possa accedere ad assicurazioni personali che Biden vorrebbe rafforzare migliorando il noto “Obamacare” mentre Trump vorrebbe ridurre se non eliminare per ridurre i cost; l’ambiente e lo sviluppo delle risorse alternative ove Biden è favorevole mentre Trump perforerebbe ogni metro quadrato del territorio USA alla ricerca di petrolio; la politica internazionale, per la quale Biden vede l’importanza di un rapporto non conflittuale con l’Europa, la Cina ed i paesi emegenti, mentre Trump ha fatto del motto “America First” la sua icona. Infine, importante, la lotta alla pandemia Covid-19 che Biden già ha dichiarato di voler combattere con i mezzi della scienza per bloccarla, mentre Trump nega la pericolosità della pandemia, critica le limitazioni personali imposte da diversi stati, crede che la clorochina possa essere il farmaco risolutore.

Biden, pur con difficoltà, è riuscito ad avere la maggioranza dei grandi elettori, oltre quella meno importante dei voti totali,  con una politica centrista, senza una visione innovativa della società americana, forse conscio del fatto che ha 78 anni e che un secondo mandato sarebbe improponibile, relegando in tal modo in un angolo la sinistra del Partito Democratico per non spaventare l’elettorato americano della “Middle class” che vede sempre con preoccupazione le innovazioni sociali.

Trump al contrario ha fatto leva sui sentimemti peggiori degi americani: la costruzione dle muro con il Messico, l’utilizzo delle Guardia nazionale nella repressione delle giuste proteste innescate da omicidi di neri da parte della polizia, il voler sempre dimostrare la propria forza, il giustificare l’uso delle armi.

 

Armati in Pennsylvania
Armati in Pennsylvania

In questa foto, frame di un video disponibile a questo indirizzo, mostra diversi supporter di Trump armati fino ai denti he protestano per supposti e, fino ad ora, non provati brogli elettorali.

Ovviamente tutti hanno il diritto di protestare se ritengono sia stata commessa un’ingiustizia, ma armati in quel modo dà solo il segno che le loro ragioni, in un modo o nell’altro, le sosterrebbero, anche con la violenza.

D’altra parte si è letto dell’aumento di vendita delle armi, una delle piaghe irrisolvibili degli USA, nell’imminenza delle votazioni. Come dire che molti americani hanno rafforzato i loro arsenali in caso di “problemi”.

Questi sono gli USA. Qualcuno ha scritto che sono fondalmentalmente un paese popolato da persone rozze, discendenti di delinquenti inglesi mandati nelle colonie,  poveracci immigrati alla ricerca di una vita migliore,  sterminatori dei nativi, intimamente razzisti che, nella maggior parte dei casi, ritengono i neri o i latini esseri inferiori.. Un popolo che non ha vissuto il Rinascimento, e quindi non ha il culto del bello, che ha saputo emergere, questo sì, nelle tecnologie e nelle scienze anche se, spesso, per scopi criminali (invenzione della sedia elettrica, della camera a gas, dell’iniezione letale, della bomba atomica, delle bombe N, etc.).

Ora speriamo che le procedure per l’nsediamento di Biden vadano avanti senza problemi e quel pazzo fascista di Trump non cerchi di impedirle con metodi anti democratici. Questo non solo per gli USA, ma per il mondo intero.

 

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Nobel per la Chimica 2020

Premio Nobel Chimica 2020

Il Premio Nobel per la Chimica 2020 è stato assegnato a due ricercatrici: Emmanuelle Charpentier (Francia) e Jennifer Doudna (USA) “Per lo sviluppo di un metodo per editare il genoma”.

Le due ricercatrici hanno scoperto un sistema “a forbice”, CRISPR/Cas9 genetic scissors, che permette la modifica del DNA di microorganismi, piante e animali con estrema precisione. Tale scoperta avrà un forte impatto nella cura di molte patologie, ad esempio nelle neoplasie.

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29 settembre 1944:la strage di Monte Sole

Il 29 settembre 1945 ebbe inizio la serie di stragi note come “Strage di Monte Sole” o, spesso più di frequente, come “Strage di Marzabotto“.

In realtà le stragi, che si conclusero il 5 ottobre furono perpetrate in diversi centri abitati dell’Appennino bolognese, posti sulle pendici del Monte Sole: Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno.

Responsabili dell’efferata strage furono i soldati dell’esercito tedesco, delle SS e fascisti repubblichini, più che altro impegnati come delatori, spie ma anche partecipanti direttamente alle stragi.

La strage di Monte Sole fu la più pesante in termini di perdite di cittadini inermi, e seguì quelle di Sant’Anna di Stazzema e di Vinca, in una lunga striscia di sangue che seguì la fuga verso nord dei soldati tedeschi. Ad essi era stato dato l’ordine da parte del feldmaresciallo Kesserling di fare “terra bruciata” nelle zone ove combattevano le formazioni partigiane.

Incaricato di ciò fu il maggiore Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16° Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”, uno dei peggiori criminali di guerra del teatro italiano.

Il 29 settembre le truppe naziste si avvicinarono alla frazione di Casaglia di Marzabotto. Gli abitanti, in maggior parte anziani, donne e bambini si radurarono in preghiera nella chiesa di Santa Maria Assunta. I nazisti entrarono nella chiesa, uccisero il parroco ed alcuni anziani, ed ordinarono agli altri di recarsi al cimitero e lì 197 innocenti, dei quali 50 bambini, furono massacrati con mitragliatrici e bombe a mano.

Da lì iniziò una esplosione di ferocia insensata che portò i soldati tedeschi, guidati da fascisti, in ogni frazione della zona, Caprara, Cerviano, Creva, ed in altri casolari isolati ad uccidere senza pietà chi vi fosse trovato.

La ferocia dei nazifascisti fu tale che alcuni bambini furono decapitati, altri civili inermi fatti a pezzi con le bombe a mano, o con mitragliatrici pesanti.

Il tutto durò sei giorni, sei giorni in cui la degenerazione prese il sopravvento su qualsiasi senso di umanità. Una lunga striscia di sangue che alla fine contò qualcosa come 1830 vittime, tra quelli uccisi e quelli che morirono successivamente in conseguenza delle ferite ricevute.

A distanza di 75 anni dalle stragi di Monte Sole, la memoria di queste deve restare viva in ogni persona che si riconosca nei valori della democrazia, tanto più in un momento dove rigurgiti fascisti, teorie negazioniste e sovraniste sono purtroppo riemerse.

Concludo riportando una foto della lapide ad ignominia, epigrafe di Piero Calamandrei indirizzata al feldmaresciallo Kesserling.

 

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Sandro Pertini

Buon compleanno Sandro Pertini

Il 25 settembre 1896 nasceva a Stella San Giovanni Sandro Pertini, una delle più luminose figure del ‘900: combattente nella I guerra mondiale, antifascista, autorevole membro della Resistenza, Presidente della Camera dei Deputati e Presidente della Repubblica.

Un uomo che definire un gigante è riduttivo, soprattutto se paragonato ai politici attuali.

Rimane viva in me la campagna per le elezioni politiche del 1972 e l’onore di averlo potuto conoscere.

Sicuramente attuale questa sua frase:

“Il fascismo per me non può essere considerato una fede politica. Sembra assurdo quello che dico, ma è così: il fascismo a mio avviso è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche. Non si può parlare di fede politica parlando del fascismo, perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui.”

Quindi con i fascisti, e con chi ne condivida in parte o in tutto l’ideologia, non deve esistere alcun dialogo; essi non possono essere minimamente considerati parte di uno stato democratico, ma solo nemici da combattere senza esclusione di colpi per eliminarli definitivamente dalla faccia della Terra.

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Quando la laicità è un optional

Il Ministro per la Salute Speranza ha nominato Presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana” l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, prelato importante della Curia vaticana e “Gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia”, e “Presidente della Pontificia Accademia per la vita”.

Un governo democratico che deve avere nella laicità dello stato uno dei valori fondamentali arriva dove nemmeno i governi di destra degli ultimi 30 anni erano mai giunti.

La commissione in oggetto già dalla sua denominazione chiarisce che dai suoi lavori dovrà uscire un progetto di riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria degli anziani. Un’attività dove la Chiesa Cattolica si è sempre insinuata, sia direttamente con l’apertura di case di riposo gestite in proprio, sia affidando le strutture in suo possesso, ad esempio conventi dismessi, a società esterne.

Già da questo si evidenzia un conflitto di interessi ma quello ancor più evidente è che la presenza di un prelato alla presidenza della commissione, anche se si spera bilanciato da esperti laici, possa pesare nella definizione delle modalità per cui un  anziano possa disporre del proprio fine vita, argomento che per i cattolici è da sempre un tabù.

Davvero, non capisco i motivi per cui il ministro Speranza abbia fatto questa scelta.

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Kostas Georgakis

50 anni dal sacrificio di Kostas Georgakis

La notte del 19 settembre 1970 in piazza Matteotti a Genova, verso le ore 3 alcuni netturbini videro un lampo e delle fiamme levarsi dalla scalinata del Palazzo Ducale. Si avvicinarono e videro la sagoma di un uomo bruciare e delle grida che dicevano: “Viva la Grecia libera”, “Morte ai tiranni”, “L’ho fatto per la mia Grecia”. Il giovane fu soccorso e portato in ospedale, ma le gravi ustioni lo condussero velocemente alla morte.

Kostas Georgakis era uno studente ventiduenne di Corfù, iscritto e frequentante la facoltà di Geologia dell’Università di Genova. Come è noto in quel momento in Grecia al potere, a seguito di un colpo di stato, vi erano i “Colonnelli”, che avevano instaurato una sanguinaria dittatura. Kostas, come molti altri studenti greci a Genova era oppositore della dittatura, iscritto anche all’Unione di Centro.

Il clima in quei giorni non era certo sicuro per questi studenti in quanto al consolato greco di Genova erano stati inviati dal regime agenti speciali col compito di raccogliere informazioni sulle attività degli oppositori.

Molti di questi erano spesso ospiti per le loro riunioni di sezioni del Partito Comunista Italiano e del Partito Socialista Italiano.

Alloar ero iscritto alla Federazione Giovanile Socialista (FGSI) ed ebbi modo di conoscere uno degli esponenti di spicco degli studenti greci, Iannis Zisssimos. Spesso lo accompagnavo con la moto a riunioni e in una di quelle ebbi modo di conoscere Kostas. Ricordo perfettamente che l’impressione che ebbi fu quella di trovarmi di fronte ad un giovane molto preoccupato per la situazione e nel suo viso era evidente una patina di tristezza.

Infatti si venne a sapere che Kostas temeva per la sua famiglia, la quale aveva già subito delle minacce da parte della polizia dei colonnelli, tanto che fu loro vietato di inviare al giovane soldi per il suo mantenimento.

E’ chiaro che il sacrificio di Kostas fu dettato sia dalla paura che la sua famiglia potesse subire guai peggiori, oltre a quello di far sapere al mondo che vi era chi combatteva anche da lontano la dittatura.

Ricordo benissimo il funerale, la manifestazione che seguì, e le lacrime dei suoi compagni di studio. Ricordo ancora ora cosa mi disse Iannis Zissimos: “Non abbiamo capito quanto soffrisse e quanto fosse il suo amore per la Patria”

Kostas lasciò ad un amico una lettera in cui scrisse” Sono sicuro che presto o tardi i popoli europei capiranno che un regime fascista come quello greco basato sui carri armati non rappresenta solo un’offesa alla loro dignità di uomini liberi ma anche una continua minaccia per l’Europa…. Non voglio che questa mia azione venga considerata eroica poichè è niente altro che una situazione di mancata scelta. D’altra parte risveglierà forse alcune persone alle quali farà vedere in che tempi viviamo.

In Piazza Matteotti c’è una lapide in ricordo del sacrificio di Kostas Georgakis, purtroppo scolorita dal tempo e sarebbe il caso che il Comune di Genova si facesse carico del restauro.

Kostas Georgakis

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Il Dress Code a scuola

Nella mia carriera ultra-quarantennale a scuola ho sempre creduto che fosse necessario adeguarsi ad un “Dress Code“. Ovviamente non una imposizione a vestire una specie di uniforme, come nei college anglosassoni, ma solo un limite di decenza e di buon gusto entro il quale ciascuno, docente o studente, possa collocarsi.

Personalmente, specie negli ultimo 15/20 anni di lavoro, ho quasi sempre indossato una giacca, camicia e cravatta, raramente un maglione o una t-shirt nei periodi caldi. Non tanto per una scelta di presunta eleganza, ma anche per comodità in quanto la giacca ha tasche entro le quali mettere oggetti, fazzoletto, chiavi, etc.

Ciò non dimeno ho sempre ritenuto che l’istituzione scolastica dovesse essere considerata  non alla stregua di una discoteca, piuttosto che di uno stabilimento balneare, per cui non ho mai apprezzato chi, nei giorni finali dell’anno scolastico, si presentava  a scuola se maschio con pantaloncini, bermuda e infradito, se femmina con magliette che  ricordavano una brassiere lasciando pancia scoperta.

Nella dozzina di volte in cui ho esercitato la funzione di presidente di commissione per l’esame di Stato, ho raccomandato ai membri interni di chiedere ai candidati di presentarsi alle prove con un abbigliamento consono in quanto in quel momento sia io che il resto della commissione rappresentavamo lo Stato. E devo dire che tale raccomandazione è stata al 99% recepita.

Faccio questa lunga e noiosa premessa in quanto è di questi giorni la notizia che il Collaboratore (o collaboratrice) del Dirigente scolastico del Liceo Classico Socrate di Roma ha raccomandato alle alunne di non indossare la minigonna, in quanto, in assenza dei banchi monoposto non ancora consegnati, le gambe delle alunne avrebbero potuto essere oggetto di sguardi inopportuni da parte dei docenti, si pensa maschi.

Ovvia e condivisibile la simpatica protesta delle alunne che si sono presentate a scuola in minigonna o con pantaloncini, dichiarando la loro libertà di abbigliarsi a loro piacimento.

Sull’uso di minigonne, pantaloni stracciati, pantaloncini, brassiere, vale il discorso in premessa: a mio avviso bisognerebbe predisporre un “Dress Code” che tenga conto della libertà di abbigliamento, però nei limiti di decenza e buon gusto.

Ma la cosa che trovo deprecabile è l’affermazione del Collaboratore/Collaboratrice del DS per cui i docenti maschi potrebbero essere distolti al proprio lavoro cadendo il loro occhio sulle gambe delle studentesse. Affermazione grave per la quale spero che il DS, il Collegio dei docenti intervengano e che chi ha fatto questo invito sia rimosso immediatamente dal suo incarico.

Certo nella mia esperienza scolastica mi è anche capitato di commentare con qualche collega maschio la particolare avvenenza di una collega, magari anche di qualche studentessa degli ultimi anni, ma non mi è mai capitato di vedere o avere notizia di qualche docente che in cattedra si sia permesso di sbirciare o “far cadere l’occhio” sulle gambe più o meno esposte di alunne.

Alle alunne del Socrate vorrei dire che la loro libertà di abbigliamento non deve essere messa in discussione, così come deve essere combattuta con forza la teoria per cui lo stalking o, peggio, di violenze verbali o fisiche ad una donna siano in qualche modo correlate e causate dal suo apparire.

Ma anche che questa libertà non può non tener conto del luogo e delle circostanze e, soprattutto, del buon gusto.

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