Piero Calamadrei

Piero Calamandrei e la difesa della scuola pubblica

In questi giorni da diversi ambienti, in particolare della destra clericale, si sono levate proteste per l’assenza di provvedimenti economici a favore delle scuola paritarie e private nell’ambito del “Decreto Rilancio”, mentre per la scuola pubblica sono stati stanziati dei fondi per l’assunzione di nuovi docenti, l’edilizia scolastica, la sicurezza.

Ho sempre considerato stucchevole l’argomento in quanto l’articolo 33 della Costituzione italiana dice a chiare lettere che “…Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato

Più chiaro di così !! “Senza oneri per lo Stato” significa che nessuna spesa o finanziamento per la scuola non statale può essere iscritto al bilancio dello Stato.

Tuttavia negli anni passati questa disposizione cogente è stata raggirata con artifizi contabili, in modo che le scuole non pubbliche hanno avuto cospicui finanziamenti da fondi pubblici, in particolare dalle Regioni ove maggiore era il peso politico dei partiti filo-clericali.

In questo momento credo che tale raggiri debbano smettere, ogni fondo per l’istruzione deve essere dato alla scuola pubblica, al massimo potrà essere assegnato qualche bonus alle famiglie per iscrivere i loro figli a scuole private, pari al costo che avrebbe l’iscrizione ad una scuola pubblica.

Nulla di più.

Per questo voglio riportare un famoso intervento del grande giurista Piero Calamandrei che sarebbe utile ciascun politico tenesse a mente.

 

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN),Roma 11 febbraio 1950

[Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5]

Cari colleghi,

Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università […]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà […].

La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […].

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società […].

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Dunque, per questo comma […] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione […].

Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […].

Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche […]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla […]. E venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno […].

Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! […]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito […].

Poi, nella riforma, c’è la questione della parità. L’art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: “La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali” […]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità […].

Però questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.

E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

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esame stato 2020

L’esame di Stato 2020

Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato il 16 maggio l’attesa Ordinanza ministeriale n.10 sullo svolgimento dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione.

Già da tempo il Ministro Azzolina si era espressa sulla necessità di svolgere l’esame in osservanza alle disposizioni di contenimento della pandemia Covid-19, evitando la presenza nelle scuole in contemporanea di tutti i candidati. In altre parole la struttura dell’esame, risalente alla cosiddetta “Riforma Berlinguer”, Legge 10 dicembre 1997, n. 425, e che prevedeva 3 prove scritte ed un colloquio su tutte le materie del curriculo del V anno, viene ridotta ad un solo colloquio con contestuale rimodulazione dei crediti.

L’Ordinanza di cui si parla in due articoli, il 16 ed il 17, specifica in modo cogente sia i contenuti del colloquio che la scansione temporale dello stesso.

Nell’art. 16,comma 2 in particolare, si legge:

Ai fini di cui al comma 1, il candidato dimostra, nel corso del colloquio:

  1. di aver acquisito i contenuti e i metodi propri delle singole discipline, di essere capace di utilizzare le conoscenze acquisite e di metterle in relazione tra loro per argomentare in maniera critica e personale, utilizzando anche la lingua straniera;
  2. di saper analizzare criticamente e correlare al percorso di studi seguito e al profilo educativo culturale e professionale del percorso frequentato, mediante una breve relazione o un lavoro multimediale, le esperienze svolte nell’ambito dei PCTO;
  3. di aver maturato le competenze previste dalle attività di “Cittadinanza e Costituzione” declinate dal consiglio di classe.

Ed al comma 3:

La sottocommissione provvede alla predisposizione dei materiali di cui all’articolo 17 comma 1, lettera c) prima di ogni giornata di colloquio, per i relativi candidati. Il materiale è costituito da un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema ed è finalizzato a favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline e del loro rapporto interdisciplinare. Nella predisposizione dei materiali e nella preliminare assegnazione ai candidati, la sottocommissione tiene conto del percorso didattico effettivamente svolto, in coerenza con il documento di ciascun consiglio di classe, al fine di considerare le metodologie adottate, i progetti e le esperienze realizzati, con riguardo anche alle iniziative di individualizzazione e personalizzazione eventualmente intraprese nel percorso di studi, nel rispetto delle Indicazioni nazionali e delle Linee guida.

L’art.17 entra nel merito dello svolgimento del colloquio, fissandone, anche qui sembra in modo cogente, le parti e le modalità:

  1. L’esame è così articolato e scandito:
    1. discussione di un elaborato concernente le discipline di indirizzo individuate come oggetto della seconda prova scritta ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettere e b) del Decreto materie. La tipologia dell’elaborato è coerente con le predette discipline di indirizzo. L’argomento è assegnato a ciascun candidato su indicazione dei docenti delle discipline di indirizzo medesime entro il 1° di giugno. Gli stessi possono scegliere se assegnare a ciascun candidato un argomento diverso, o assegnare a tutti o a gruppi di candidati uno stesso argomento che si presti a uno svolgimento fortemente personalizzato. L’elaborato è trasmesso dal candidato ai docenti delle discipline di indirizzo per posta elettronica entro il 13 giugno. Per gli studenti dei licei musicali e coreutici, la discussione è integrata da una parte performativa individuale, a scelta del candidato, della durata massima di 10 minuti. Per i licei coreutici, il consiglio di classe, sentito lo studente, valuta l’opportunità di far svolgere la prova performativa individuale, ove ricorrano le condizioni di sicurezza e di forma fisica dei candidati;
    2. discussione di un breve testo, già oggetto di studio nell’ambito dell’insegnamento di lingua e letteratura italiana durante il quinto anno e ricompreso nel documento del consiglio di classe di cui all’articolo 9;
    3. analisi, da parte del candidato, del materiale scelto dalla commissione ai sensi dell’articolo 16, comma 3;
    4. esposizione da parte del candidato, mediante una breve relazione ovvero un elaborato multimediale, dell’esperienza di PCTO svolta nel corso del percorso di studi;
    5. accertamento delle conoscenze e delle competenze maturate dal candidato nell’ambito delle attività relative a “Cittadinanza e Costituzione”.
  2. Per quanto concerne le conoscenze e le competenze della disciplina non linguistica (DNL) veicolata in lingua straniera attraverso la metodologia CLIL, il colloquio può accertarle qualora il docente della disciplina coinvolta faccia parte della Commissione di esame.
  3. La commissione cura l’equilibrata articolazione e durata delle fasi del colloquio, della durata complessiva indicativa di 60 minuti.

Come si vede la modalità del colloquio previsto dalla “Riforma Berlinguer” viene completamente stravolto. Nella versione precedente il colloquio doveva vertere, in modo multidisciplinare quando possibile, sulle materie del V anno di cui vi fossero nella commissione le competenze, intese queste come abilitazione in più classi di concorso. In diverse occasioni ciò ha dato luogo a problemi ed incomprensioni, ad esempio quando in una commissione non fosse stata presente la (o una) lingua straniera ed il presidente fosse stato abilitato in tale insegnamento, egli aveva l’obbligo di accertare le competenze in tale materia. Ciò con grande gioia dei candidati.

Con l’attuale versione dell’esame, si spera attiva solo per il corrente anno scolastico per le precauzioni di fronte alla pandemia, il colloquio inizierà con la discussione di un elaborato relativo alle materie di indirizzo; in pratica una sorta di “tesina”, più o meno come si faceva fino all’esame del 2018. L’argomento di tale elaborato sarà assegnato dai docenti delle materie di indirizzo entro il giorno 1 giugno e ad essi restituito dal candidato entro il giorno 13 giugno. Ciò, ovviamente, per essere in grado di fornirlo alla Commissione in occasione della riunione preliminare.

A questa fase seguirà l’analisi di un testo di letteratura italiana già trattato nel corso dell’anno e citato nel documento di classe. Ci si augura che la scelta del testo sia casuale e non guidata.

La terza parte prevede l’analisi del materiale predisposto dalla Commissione e assegnato casualmente. Ricorda un po’ le buste previste nell’esame 2019, ma si spera che in esso siano predisposti degli esercizi, casi professionali, semplici elaborati grafici, tali da poter verificare le competenze trasversali, la capacità di analisi e sintesi, la proprietà di linguaggio anche tecnico del candidato.

La quarta fase prevede una disamina del percorso di PCTO (percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento), utilizzando eventualmente dei prodotti multimediali.

Infine, accertamento delle competenze acquisite nei percorsi di “Cittadinanza e Costituzione”.

L’esame, se alcune discipline sono state svolte con il CLIL, può avvenire nella lingua straniera.

La carne al fuoco sembrerebbe molta, ma all’art. 17 comma 3 viene posto un paletto che sembra più che altro un paracarro: durata indicativa 60 minuti. Indicativa e non cogente, ma è ovvio che se un esame dovesse prolungarsi per un’ora e mezza o anche due a causa della scarsa preparazione o difficoltà espressiva di un candidato, e qualora lo stesso non venisse promosso, sarebbe gioco facile in un eventuale ricorso rifarsi a tale indicazione.

Chiunque abbia esperienza di esami di Stato, sa che la durata di un colloquio può essere molto variabile a seconda della preparazione, della capacità di esposizione, della qualità di elaborati multimediali del candidato. Ma, e lo scrivo per esperienza diretta, mettere un limite pur non cogente è una grave ingerenza nell’autonomia dei docenti membri della Commissione che dovrebbero essere gli unici a decidere la congruità del tempo necessario a valutare la preparazione del candidato.

Come visto l’esame si svolge in 5 fasi. Ricordando anche che qualche minuto si perde nel riconoscimento del candidato e apposizione della firma di presenza, la discussione dell’elaborato potrebbe portar via dai 10 ai 15 minuti, L’analisi di un testo dovrebbe occupare anch’essa 10/15 minuti, forse qualcuno di più. L’analisi del materiale predisposto dovrebbe essere la parte più corposa del colloquio, in quanto in esso dovrebbero essere interessati, pur in modo multidisciplinare, le materie ed i docenti presenti nella commissione. Ad essere ottimisti direi dai 40 ai 50 minuti, a meno di non voler davvero essere complici di un esame in cui tutti devono per forza essere promossi.

E siamo a 60/80 minuti, ad essere ottimisti. Quindi si parlerà del percorso PCTO, meglio se corredato da una presentazione multimediale. Essendo un’esperienza caratterizzante l’indirizzo, è chiaro che i candidati cercheranno in questa parte di dimostrare le proprie capacità di analisi e di produzione di elaborati multimediali. Per questo, direi non meno di 15/20 minuti.

Infine, il percorso di Cittadinanza e Costituzione. Personalmente ritengo questa fase una delle più importanti e meritorie di un tempo di discussione non compresso. L’esame di Stato è per molti candidati il passaggio all’istruzione universitaria, ma per altri il termine del percorso formativo e il passaggio, quando possibile, al mondo del lavoro. Conoscere diritti e doveri del cittadino, conoscere nelle parti essenziali, ad esempio i Titoli 1 e 2 della Parte prima della nostra Costituzione sono fatti imprescindibili per giudicare la “maturità” di un giovane al termine di tale percorso. Anche qui un tempo congruo dovrebbe essere dai 10 ai 15 minuti.

In conclusione dagli 80 minuti per un esame “fast”, con candidato brillante e veloce nell’esposizione e commissari altrettanto veloci, a 120 per un esame un po’ più approfondito, sicuramente più esaustivo e giusto, specie per candidati “claudicanti” o dal curriculo traballante. Sotto gli 80 minuti mi sento di definirlo non un esame ma una buffonata.

In conclusione, questo esame così strutturato, pur considerando la situazione sanitaria esistente, appare avvilente sia per i candidati che per chi li dovrà esaminare. Avvilente perché una sola prova non può essere sufficiente a verificare la preparazione del candidato, e spesso nel colloquio molti giovani si trovano in difficoltà per l’emozione e rendono molto meno di quanto avrebbero potuto fare nelle tre prove scritte. Questo, lo ribadisco, non è una semplice illazione, ma è un convincimento dettato da anni di presidente di Commissione d’esame, dove tali situazioni sono sempre emerse.

Si potrebbe obiettare che essendo i commissari interni ad esclusione del presidente, essi conoscono bene i candidati, e quindi anche una prova negativa potrà essere vista in modo diverso, anche tenendo conto della rimodulazione dei crediti che peseranno il 60% dei punti disponibili. Ma allora questo altro non farebbe che diminuire l’importanza dell’esame stesso e i diplomati di questa sessione porteranno sempre con sé lo stigma di aver fatto l’esame in un’ora, mentre chi lo ha fatto in anni passati e, presumibilmente lo farà in futuro, si è o sarà dovuto sudare la promozione ed il punteggio con prove multiple di ben altra difficoltà.

Ci poteva essere un’alternativa a questo esame ?

Fermo restando che l’esame conclusivo dei cicli scolastici è obbligatorio, l’unica soluzione praticabile a mio avviso sarebbe stata quella di svolgere le due prove scritte con criteri di distanziamento e sicurezza. Se da domani 18 maggio, si potrà andare al ristorante o dal parrucchiere tenendo un solo metro di distanza, se da giugno si potrà andare al cinema o a teatro con le stesse precauzioni, a metà giugno sarebbe stato possibile utilizzare come sede di esami spazi delle scuole o di impianti sportivi con dimensioni tali da permettere distanza tra un candidato e l’altro di ben più di un metro.

Faccio presente che distanziamenti di un metro, e spesso di più, sono sempre stati applicati nelle precedenti sessioni d’esame, al fine di evitare spiacevoli inconvenienti, E questo semplicemente utilizzando corridoi, palestre, aule magne.

Ma l’ineffabile Ministra ha così deciso e così, purtroppo, si farà.

Ai candidati “In bocca al lupo”, pur sapendo che la maggior parte di loro avrebbero preferito cimentarsi con un esame vero e non essere ricordati come “Quelli che hanno fatto la maturità nel 2020”.

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75° Anniversario della Liberazione

Oggi, 25 aprile 2020, cade il 75° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo.

La data ricorda il giorno della Liberazione di Milano, ma giova ricordarne una altrettanto importante: il 23 aprile, quando le forze Partigiane liberarono Genova. Fu la prima città in Europa liberata dai combattenti non inquadrati negli eserciti alleati ma nel Corpo Volontari della Libertà.

Ai Partigiani, dei quali per ovvie ragioni non molti sono ancora in vita, deve andare il pensiero riconoscente della Nazione. A coloro che, invece, si schierarono con l’invasore nazista aderendo alla Repubblica sociale, vada il perenne ludibrio nessuna pietà.

 

 

25 aprile
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elearning

Pandemia e scuola

Il coronavirus e la scuola

La pandemia da coronavirus scoppiata in questo anno 2020 oltre al più tragico degli effetti, quello delle persone infette e, soprattutto, decedute ha avuto effetti devastanti nel tessuto economico e sociale del nostro e di altri Paesi.

Uno degli effetti dirompenti, che non ha paragoni se non in tempi di guerra, è stato quello che hai interessato il sistema educativo italiano. Per evitare il diffondersi dei contagi sono state giustamente sospese le lezioni in tutte le scuole, da quelle dell’infanzia alle superiori e nelle università.

Per quanto possibile e, fortunatamente in un numero elevato di casi, sono state attivate forme di didattica a distanza (DAD).

Tuttavia in molti social network si lamentano diversi problemi, partendo da quelli più banali, ovvero la mancanza di strumenti idonei, computer, tablet o smartphone, le connessioni lente o difficili, la molteplicità di piattaforme di e-learning utilizzate e, last but not least, la scarsa preparazione da parte di molti docenti al loro utilizzo.

Certo, la situazione che si è generata non era immaginabile fino a 5 o 6 mesi fa, ed ora la corsa ad attuare una didattica a distanza efficace in molti casi sta mostrando delle criticità. D’altra parte questo è quanto accade quando si deve rimediare ad una situazione di pericolo o disagio che non si è voluta prevedere e prevenire in tempo.

La DAD o e-learning (o FAD, formazione a distanza, specie per i docenti) non nasce certo oggi, ma ha origini abbastanza lontane; ad esempio la piattaforma Moodle, una delle migliori di pubblico dominio, origina nel 2002 e lo scrivente ne fece un utilizzo molto limitato in un corso di formazione per docenti in cui era tutor, intorno all’anno 2005. In seguito provai anche a coinvolgere i colleghi d’Istituto al suo utilizzo ma con scarsi risultati, in quanto la maggior parte di essi riteneva la costruzione di un corso online e la sua gestione come un attività aggiuntiva non essenziale e, soprattutto, non retribuita.

Negli ultimi 5/6 anni con l’utilizzo quasi generalizzato dei registri elettronici ha portato le ditte che li propongono ad implementare delle piattaforme di e-learning molto semplificate che, però, sono più dei depositi di file con lezioni che delle vere applicazioni che consentano l’interazione docente-alunno.

Le grosse società informatiche come Google e Microsoft hanno, a loro volta, messe a disposizione delle piattaforme gratuite che sembrano essere molto più funzionali. Mi riferisco a Gsuite per le scuole di Google e a Teams di Microsoft.

Al di là del contingente, la DAD o e-learning può avere un futuro importante nel sistema educativo italiano ?

La risposta non può essere che Sì, pur tenendo conto delle ovvie differenze che intercorrono tra la scuola dell’infanzia, la primaria e le superiori, nelle quali gli obiettivi e gli strumenti non possono che essere diversi.

Altrettanto vero è che la DAD non può in alcun modo sostituirsi in toto alla didattica in classe, in quanto gli elementi distintivi di questa sono l’appartenenza ad un gruppo, il rapporto interpersonale, la comunicazione, la socialità.

Le difficoltà della didattica a distanza

Ma quali sono le difficoltà a cui la DAD può andare incontro ? Lo scrivo con una punta di amarezza, da docente in pensione, ma la prima difficoltà è data dalla mentalità di molti docenti, specie quelli di età avanzata, a misurarsi con una innovazione che comporta anche studio, esercitazione, cambiamento del modo di intendere la didattica.

La seconda è la mancanza di una piattaforma di e-learning unica per il sistema scolastico, almeno a livello di gradi scolastici. Capita infatti che per la mobilità dei docenti uno che abbia sempre utilizzato la piattaforma XY venga trasferito, magari solo per un anno, in una istituzione scolastica che utilizzi la piattaforma WZ. Il poveretto si troverebbe a doverla imparare ex-novo e, magari, a non poter utilizzare dei materiali didattici preparati per la vecchia piattaforma.

La terza difficoltà è quella della mancanza di strumenti informatici per tutti i docenti e discenti. Per i docenti il “bonus” di €.500 annui può aver ottimamente facilitato l’acquisto di computer o tablet, ma, ad esempio, non consentiva l’acquisto di accessori che sarebbero potuti essere utili nella preparazione di lezioni. Penso a stampanti/scanner, fotocamere o telecamere digitali, router, etc.

Per gli alunni, a parte un finanziamento legato alla contingenza della pandemia, non è mai stata offerta la possibilità di poter acquistare strumenti informatici o di averne, tranne meritevoli isolati casi, in comodato d’uso.

Quarta difficoltà, la differente qualità della connessione Internet in carie parti dell’Italia. Mentre nelle grandi città, specie nelle zone centrali e residenziali, non mancano le offerte di connessione in fibra ottica o, quanto meno, in ADSL, in zone periferiche o in piccoli paesi il digital divide è ancora presente e, in alcune sfortunate zone, tale da non consentire neppure una connessione lenta. Superare il digital divide dovrebbe essere uno dei compiti principali dello Stato, utilizzando, quando non sia possibile il cablaggio, anche le connessioni wireless o satellitari.

L’esame di Stato

Al momento è chiara solo una cosa: le commissioni per l’esame di Stato conclusivo della scuola di II grado saranno composte da sei docenti della classe e da un presidente esterno. Se si rientrerà a scuola entro il 18 maggio l’esame sarà costituito da una prova scritta d’italiano nazionale, una seconda prova scritta di indirizzo predisposta dalla commissione e da un colloquio multidisciplinare. Nel caso non sia possibile rientrare a scuola entro tale data, l’esame verterà su un unico colloquio su tutte le discipline del curriculo. In entrambi i casi tutti i candidati saranno ammessi all’esame.

Senza dubbio l’idea di una commissione fatta di soli docenti interni è condivisibile, mentre l’ipotesi di un esame solo orale sembra un po’ troppo semplicistica. A mio avviso dovrebbero essere posti dei paletti, definendo ad esempio le modalità di conduzione del colloquio, lo spazio da dare anche con brevi parti scritte e/o scrittografiche alle materie di indirizzo. Tutto ciò si scontra con la previsione, fatta da molti, di una durata di un’ora circa del colloquio. La mia esperienza pluriennale di presidente di commissione mi fa convinto (alla Montalbano) che un’ora sia un tempo troppo stretto; un tempo più congruo potrebbe essere quello di 1 ora e 30 minuti, anche 2 ore, magari convocando in una mattinata non più di 3 candidati.

Lo dico non per cattiveria, ma solo per cautela nei confronti dei candidati. Essi, infatti, corrono il rischio di uno stigma da portarsi dietro nella vita futura: quello di essersi diplomati l’anno in cui tutti erano stati ammessi e l’esame fatto da una sola prova breve. Per questo il Ministero dovrebbe definire delle linee guida sulla conduzione del colloquio che non lascino spazio a interpretazioni di comodo, in particolare definendo i tempi minimi della durata, il fatto che nel colloquio possano essere effettuate brevi prove scritte, ad esempio una traduzione, un disegno, un esercizio di matematica, e che lo stesso si svolga su tutte le materie del curriculo, quando nella commissione vi siano le competenze.

Il nuovo anno scolastico

Si parla già di come riprendere la scuola a settembre. Ciò nella speranza che la pandemia cessi o si riduca di molto. Tutti gli esperti epidemiologi ritengono che, comunque, il distanziamento sociale dovrà perdurare fino a che non sarà attiva l’immunità di gregge e disponibile un vaccino.

Questa necessità è molto difficile da attuare. Mi viene da pensare a come organizzare le attività delle scuole dell’infanzia, dove il gioco e l’interazione con i pari è alla base del processo educativo; come si potrebbe pensare ad un distanziamento ? Francamente non lo so.

E neppure saprei come risolvere l’identico problema nella scuola secondaria. La maggior parte delle aule delle scuole italiane non supera i 40/45 m2 di superficie e molte classi, specie nei bienni delle secondarie di II grado, sono composte da 25/30 alunni, a volte anche di più. Considerando un distanziamento di 1 metro nei confronti di altro alunno, i passaggi e la presenza del docente, spesso di più docenti (ITP, sostegno), in un’aula di 40 m2 non potrebbero starci più di 12/14 alunni. Ciò comporterebbe la suddivisione delle classi numerose in due, a volte tre classi; di conseguenza un orario su doppi turni e la necessità di disporre di un numero molto elevato di docenti e personale ATA.

Data l’impossibiltà oggettiva di costruire nuove scuole in 4/6 mesi, di attivare ovunque doppi turni, l’unica soluzione praticabile è quella di attuare una didattica in modalità blended, coniugando quella a distanza a quella in presenza a gruppi, ovviamente col distanziamento dovuto, ampliando l’apertura della scuola al pomeriggio e, se possibile, anche alla prima serata. Ciò comporterebbe la necessità di disporre di un numero maggiore di docenti, ma non così grande come nel caso di suddivisione delle classi numerose.

Spero che qualcuno più competente di me al Ministero stia già valutando le ipotesi per risolvere questo problema, anche se temo che si aspetti per vedere se il Covid-19 sparisca per conto suo.

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Luis Sepulveda

Luis Sepúlveda Calfucura 1949-2020

Il virus maledetto, che da mesi affligge il mondo intero e, con intensità, l’Europa, si è portato via uno dei più grandi autori della letteratura latino-americana.

Luis Sepúlveda Calfucura con Gabriel García Márquez è stato, senza dubbio, uno dei più famosi scrittori della seconda parte del ‘900 e dei primi anni del XXI secolo.

Sepúlveda, è stato un animo inquieto: studente comunista, borsista in una università russa (da cui fu cacciato per le critiche espresse sul sistema sovietico), quindi rientrato in Sud America, si legò a organizzazioni guerrigliere della Colombia; poi alla fine degli anni ’60 rintrato in Cile, iscritto al Partito Socialista.

Fu con Salvador Allende, Presidente del Cile dal 1970, a difendere il palazzo presidenziale de La Moneda l’11 settembre 1973 dall’attacco dei militari golpisti di Pinochet.

Per questa sua vicinanza ad Allende fu arrestato, imprigionato, torturato e condannato all’ergastolo che, solo per la sua notorietà e per le pressioni da parte di molti paesi, riuscì ad evitare con 3 anni di carcere e l’esilio.

Il suo spirito rivoluzionario lo portò, rinunciando ad un comodo esilio in Svezia, da cui aveva ottenuto asilo politico, ad unirsi in Nicaragua alle Brigate internazionali che appoggiavano il Fronte Sandinista nella vittoriosa lotta contro il dittatore Somoza.

Riparato, successivamente, in Germania, Francia  epoi in Spagna, continuò la sua produzione letteraria, con romanzi e poesie, la maggior parte delle quali ambientate o legate all’America Latina.

Personaggio eclettico, con interessi ambientalisti, legato a Greenpeace, parlava correntemente diverse lingue, grande affabulatore sempre disponibile al dialogo con i suoi lettori che incontrava nei suoi numerosi viaggi per il mondo.

A febbraio, di ritorno da alcune conferenze in Portogallo, accusò i sintomi del Covid-19. Ricoverato in ospedale in Spagna disse alla moglie che il sangue mapuche di origine materna era forte e lo avrebbe aiutato a superare l’infezione. Sembrava quasi avercela fatta, la stessa moglie era stata dimessa, ma il virus maledetto non ha perdonato.

Aveva ancora molto da dire e da scrivere, in particolare un romanzo ambientalista, invece non sarà così.

Resta nella storia dell’America latina e, come ha scritto qualcuno: “Sepulveda ha scritto cose belle, ma le migliori le ha fatte”.

Ha chiesto di riposare in Patagonia, non nella sua terra di origine (il nord del Cile), ma in quella che chiamava “La terra alla fine del mondo” e che sentiva propria.

 

 

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Fabrizio De Andrè

Buon compleanno Faber

Oggi 18 febbraio 2020 avresti compiuto 80 anni, se un male impietoso non ti avesse portato via 21 anni fa.

A volte mi chiedo cosa avresti potuto ancora scrivere in questi anni, quali poesie e canzoni avresti potuto creare, quali emozioni dare a tutti noi.

Purtroppo è andata così, ma ci restano le tue opere, imperiture e sempre attuali.

Buon compleanno, comunque, Faber. Sei stato il più grande.

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palindromo

Una data speciale

Oggi è il 2 febbraio 2020. Scritto così non sembra una data particolare, ma se la scriviamo per estesa, nella forma 2+2+4 cifre, è 02-02-2020.

Come si vede questo numero, al netto dei trattini sarebbe 02022020 è un palindromo, ovvero si può leggere da destra a sinistra e viceversa.

Interessante anche il fatto che non solo nella notazione italiana, gg-mm-aaaa, ma anche in quella americana mm-gg-aaaa il risultato è lo stesso.

Una data palindroma simile è stata quella 01-01-1010, quindi circa 900 anni fa e la prossima sarà  l 03-03-3030.

Di date palindrome ce ne sono molte altre, ad esempio 11-11-1111, costituita da un solo numero.

La prossima data palindroma, nella notazione europea, sarà il 12-02-2021, mentre nella notazione americana sarà 12-02-2021: sembra la stessa data, ma nel primo caso si riferisce al 12 febbraio 2021, nel secondo al 2 dicembre 2021.

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